Lo schwa? Una toppa peggiore del buco

È pericoloso sperimentare sul sistema della lingua se non si prevedono i contraccolpi che tale intervento può determinare e le sue conseguenze sul piano della comunicazione.

Cecilia Robustelli

La proposta di sostituire la desinenza maschile plurale -i di espressioni come “buongiorno a tutti” con il simbolo Ə, ottenendo così “buongiorno a tuttƏ”, circola da qualche tempo sui social, ed è recentemente rimbalzata sui quotidiani quando è stata adottata da parte del Comune di Castelfranco Emilia con lo scopo, dichiarato, di “adottare un linguaggio più inclusivo”.

Smantellare l’uso del solo genere grammaticale maschile per includere donne e uomini, che è una modalità peraltro radicatissima nella pratica linguistica (il dovere dei cittadini, l’orario degli studenti, ecc,), è una questione che ricorre spesso nelle discussioni sulla rappresentazione delle donne nel linguaggio perché questo maschile non marcato nasconde la presenza femminile. Addirittura è considerato, insieme all’uso del genere grammaticale maschile per i termini che indicano ruoli professionali o istituzionali ricoperti da donne (“il ministro” Bonetti, ecc.), una delle due dissimmetrie grammaticali che più appesantiscono la bilancia della parità linguistica a favore degli uomini.

Da trent’anni ci si interroga sulle modalità alternative offerte dalla lingua italiana per eliminare queste e tutte le altre le disparità di trattamento linguistico di donne e uomini, denunciate per la prima volta nel libro Il sessismo nella lingua italiana della linguista Alma Sabatini e delle sue collaboratrici Edda Billi, Marcella Mariani, Alda Santangelo, promosso dalla Commissione Nazionale per la Realizzazione della Parità tra uomo e donna e pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1987. Partì da lì, infatti, la denuncia di una serie articolatissima di usi linguistici sessisti e la proposta di raccomandazioni per evitarne l’uso. In tutti questi anni la discussione sulla rappresentazione delle donne nel linguaggio è continuata, alimentata da seri studi scientifici che hanno ricondotto le singole questioni a problemi più ampi di linguistica generale e teorica, come avevano suggerito per primi linguisti del calibro di Francesco Sabatini e Giulio Lepschy, e hanno anche esaminato gli usi concreti della lingua alla luce dei mutamenti socioculturali che hanno interessato il ruolo della donna nelle professioni e nella società.

Progressivamente però la discussione – e non la riflessione – si è allargata, anche grazie alla rete, al grande, ormai grandissimo pubblico non specialista, dove spunta ciclicamente chi, in nome di una malintesa libertà linguistica, cede al sottile piacere di sperimentare e proporre soluzioni estemporanee e ad hoc anche per questioni linguistiche annose e insolute. Prendiamo per esempio la proposta di introdurre lo schwa al posto della desinenza grammaticale. Lo schwa non è una marca di genere, non è un grafema della lingua italiana, non corrisponde neanche a un suono con valore distintivo, e servirebbe per questo a eliminare il riferimento all’opposizione di genere binaria, cioè maschile femminile, legata all’uso delle desinenze tradizionali, permettendo invece il riferimento al più ampio spettro delle identità di genere indicate dall’acronimo LGBTQI+. Per questo lo schwa avrebbe una funzione molto più inclusiva rispetto alle desinenze tradizionali. Sembra semplice: se le desinenze maschili e femminili vanno strette perché sono considerate insufficienti a soddisfare le esigenze di rappresentazione di genere da parte di tante identità, si possono sostituire con un simbolo “neutro” che le comprende tutte. Neutro: è questa la parola magica con cui si intende un genere grammaticale che indica altro rispetto al maschile e al femminile.

Non è la prima volta che lo sperimentalismo linguistico si abbatte sulle desinenze: dapprima fu proposto l’asterisco di car*tutt*, poi la chiocciola di car@ tutt@, e ora lo schwa, preferito ai primi due perché a differenza di questi può essere pronunciato, anche se non è chiaro come (ma chi ha familiarità con gli studi indoeuropei sulla teoria delle laringali potrebbe darne qualche ragionevole indicazione). Circola anche un altro espediente, stavolta non un simbolo ma un vero e proprio grafema, la “u”, usato come desinenza: anche con “caru tuttu” si includerebbero tutte le identità di genere (uomo, donna, persona non binaria) e tutta la variabilità biologica dei corpi (femmina, maschio, intersex).

In teoria tout se tient, come sosteneva de Saussure a proposito del sistema della lingua, ma in realtà il ragionamento di base zoppica. In italiano (e non solo) le desinenze grammaticali non indicano il genere, inteso ovviamente come genere socioculturale, ma il sesso: la desinenza maschile e quella femminile ci dicono soltanto che il riferimento è a una persona di sesso maschile o femminile, e non danno alcuna indicazione sulla sua identità di genere. La morfologia della lingua italiana (ma non è la sola!) rivela il sesso della persona a cui ci si riferisce, non c’è niente da fare. Comunque su un piano di realtà (quasi) nihil obstat a questa funzione: la quasi totalità delle persone è identificabile su base sessuale come maschio o femmina. È vero, le persone intersex (1%) restano fuori, ma eliminare le desinenze grammaticali significa impedire la rappresentazione di metà della popolazione italiana, quella di sesso femminile.

Dopo il lungo percorso socioculturale compiuto dalle donne, per tacere di tutte le misure istituzionali varate per la loro valorizzazione, sarebbe opportuno cercare con tutti i mezzi di rappresentarle nella lingua in modo da riconoscerne la presenza anziché cancellarle. Ma c’è di più. Sostituire le desinenze grammaticali con un simbolo cancella oltre al genere anche il numero: salta così definitivamente l’accordo grammaticale, strumento indispensabile per riconoscere i rapporti logici fra parole all’interno del testo. Si polverizza la coesione testuale. Un’amputazione così radicale del sistema della lingua – perché di questo si tratta, ed è cosa ben diversa da una proposta lessicale come l‘introduzione di un neologismo – ne rende irriconoscibile il codice comunicativo, che deve invece essere condiviso perché è uno di quegli elementi, come ci ha insegnato Jakobson, necessari per il funzionamento della comunicazione.

Se proprio si vuole usare lo schwa, se ne limiti l’uso alle formule di apertura del discorso, che diventerebbero innocue frasi cristallizzate: Buongiorno a tuttƏ, appunto, carƏ tuttƏ, e poco più.  Insomma, sperimentare sulla lingua può essere divertente finché ci si limita al livello lessicale e lo si fa in un gruppo ristretto e consapevole di usare una specie di gergo, di linguaggio identitario interno al gruppo stesso. Invece è pericoloso intervenire sul sistema della lingua, tanto più se non si prevedono i contraccolpi che tale intervento può determinare e le sue conseguenze sul piano della comunicazione.

Ma intanto la discussione impazza, e spesso in rete, affidata a quelle che, quando erano aperti, si sarebbero chiamate chiacchiere da bar. Se un tempo al lunedì mattina davanti al caffè tutti i maschi diventavano allenatori di calcio, ora davanti allo schermo non c’è sesso che tenga dall’improvvisarsi, a qualsiasi ora, linguisti e linguiste che combattono a colpi di schwa. Per ora solo in forma scritta, ché parlare crea ancora qualche problema.

 

L’autrice è Professoressa Ordinaria di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia

Sul tema, leggi anche:

Gheno: “Lo schwa è un esperimento. E sperimentare con la lingua non è vietato”

L’articolo che volevo scrivere ma che era già stato scritto



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