Scienza e industria: l’approccio filosofico

Una riflessione a partire da due libri: "Dalla Rivoluzione scientifica alla Rivoluzione industriale" di Angelo Calemme e "La rivoluzione dimenticata" di Lucio Russo.

Pierfranco Pellizzetti

«L’armatura di istituzioni che regge una società si può
spiegare solo con la conoscenza dell’intero ambiente
umano. La funzione del lavoro che, nell’essere di carne
e sangue, ci costringe a ritagliare questi fantasmi:
homo aeconomicus, philosophicus, juridicus»
Marc Bloch[1]

«Irritazione di fronte a quello che mi appariva come un
doppio gioco da parte dei filosofi che si impadronivano
dell’oggetto delle scienze sociali e contemporaneamente
lavoravano a scalzarne le fondamenta»[2]
Pierre Bourdieu

Angelo Calemme, Dalla Rivoluzione scientifica alla Rivoluzione industriale – Sulle condizioni marxiane dello sviluppo scientifico-tecnico, Meltemi, Milano 2022

Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata – il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli, Milano 1996

Fondazione filosofica del lavoro?

Proprio vero: non si finisce mai di imparare. Del resto già ce lo disse il vecchio saggio Solone (“invecchio, caro Mimnermo, ogni giorno molte cose imparando”). Anche se mai avrei sospettato di apprendere quanto ora ci indica Calemme. Cioè che «il concetto di lavoro prima di Hegel non esisteva» (A.C. pag.28). E questo nonostante qualche barlume (sic) al riguardo il pensiero antico già lo intravvedesse, seppure parlandone in termini di macula servile (e la sommessa perplessità di chi scrive queste note verso il parlare di lavoro senza avere mai annusato l’odore del metallo tornito e fresato).

Asserzione cui fa seguito il crescendo rossiniano di affermazioni perentorie secondo cui «precedentemente a Kant la vita non esisteva» e che «non esisteva una scienza della vita anteriormente a Darwin; infatti prima del concetto darwiniano di vita esistevano soltanto gli esseri viventi» (AC pag. 85). Forse varrebbe la pena di interrogare in proposito i diretti interessati, per sapere se erano coscienti o meno di esistere (o – invece – si aggiravano inconsapevoli in un millenario Truman Show?).

D’altro canto, per quanto riguarda il lavoro inteso nei suoi contenuti concreti e materiali, che elementi conoscitivi ci forniscono le fisime di Federico Guglielmo Schelling sulle teofanie dell’Assoluto quale versione in termini filosofici della concezione religiosa secondo cui Dio aggiunge a se stesso nuova realtà creando il mondo? Ad abundantiam, la divinizzazione del presente e del reale attraverso – a detta del decano dei filosofi della scienza italiani, Ludovico Geymonat – «l’ultimo grande tentativo compiuto dalla metafisica per fornirci una spiegazione integrale dell’universo»[3] da parte di Guglielmo Federico Hegel. Pretesa smascherata nei suoi veri intenti da Karl Löwith, osservando che «la filosofia della storia e la sua ricerca di un senso ultimo sono scaturite dalla fede escatologica in un fine ultimo della storia della salvezza. Durante l’era cristiana anche la storia politica fu sottoposta all’influenza fatale di questo sostrato teologico. Il destino dei popoli fu interpretato come predestinazione divina»[4].

Un tentativo idealistico che la riflessione filosofica odierna non può più ripetere, ma che – nella versione hegeliana – mantiene una forte capacità attrattiva (quale modello di estrema artificiosità e come apparato linguistico-concettuale all’insegna dell’oracolare-misterico) per giovani aspiranti filosofi in carriera; adepti dei maestri tedeschi, acrobati della speculazione astratta tra fine Settecento e inizio Ottocento.

Mentre è sommessa opinione dello scrivente che in materia di lavoro il focus stia altrove, come ci inducono a pensare discipline meno pretenziose e bulimiche rispetto alla metafisica. Magari la storia di lunga durata alla Fernand Braudel, mettendo in evidenza che «il capitalismo è impensabile senza la complicità attiva della società»[5]. Quelle larghe spalle della civiltà materiale in cui il lavoro cresce in un campo dominato da poste in gioco e rapporti di forza, scaturiti dai processi di trasformazione sociale; che in tale trasformazione trovano la loro ragione di essere. Sicché non è per nulla vero che l’Europa cristiana abbia osteggiato fin dall’inizio il ruolo di redenzione insito nel lavoro dell’Età di mezzo. Come messo in luce dalla magistrale ricostruzione di Jacques Le Goff, per cui la valorizzazione del lavoro predicato già da San Paolo (“si quis non vult operari, nec manducet”, seconda lettera ai Tessalonicesi) dipende dai primi destinatari del messaggio, identificati nelle fasce basse del corpo sociale. Un rapporto che ritroviamo nella Regola di San Benedetto, in cui l’ora et labora si rivolge prevalentemente a platee del mondo contadino[6]. Inoltre, tra il XII e il XVI secolo la manifattura diventa primario modo di produrre messo all’opera dagli artigiani dell’Italia centro-settentrionale e di Fiandra. Aree d’Europa in cui è alto il magistero della Chiesa romana. E rimane tale fino alla de-industrializzazione secentesca conseguente all’esaurimento della dimensione cittadina come ambito ottimale dello sviluppo economico, soppiantato dalle economie di protezione assicurate dal nascente Stato nazione; più che dalla rottura rappresentata dalla Riforma protestante.

Questo è quanto si ricava da un sommario esame storico, in senso critico, della questione. Bourdieu direbbe “storicizzazione degli Universali”. Ma se il lettore ricerca di “elevarsi dallo stato di coscienza volgare a quello di coscienza filosofica perfetta, in cui riesce a comprendere la propria identità con l’Assoluto”, ebbene la lettura del testo di Angelo Calemme potrà fornirgli ampio nutrimento di questa sua aspettativa.

 

Fondazione filosofica della scienza?

Con la determinazione del filosofo propugnatore di una visione egemonica della propria disciplina, Calemme individua nella letteratura sui fondamenti sociali della scienza la propria bestia nera; cui riserva espressioni proprie del sarcasmo come cifra stilistica della polemica marxiana ( vedi lo scambio delle merci come «un vero Eden dei diritti naturali dell’uomo. In esso dominano solo Libertà, Uguaglianza, Proprietàe Bentham»[7]); che nel Novecento accrediteranno perfino le peggiori forme di settarismo e dottrinarismo marxista (il Dia-Mat nella versione leniniana-staliniana, che pone sotto il controllo del partito proletario l’unità di teoria e prassi): dunque, un testo “rozzo e rovinoso”, “infettato dai germi di un empirismo e/o positivismo resistenti” (AC pag.161) Si tratta in particolare di un’opera pubblicata nel 1996 – opera del fisico Lucio Russo, ordinario di Calcolo delle probabilità all’Università di Roma II. Che cosa dice di tanto scandaloso questo saggio? Semplicemente che la rivoluzione scientifica del XVII secolo sarebbe stata essenzialmente la riscoperta di quella avvenuta duemila anni prima nell’Alessandria d’Egitto al tempo dei Tolomei; per cui «gli elementi di superiorità della scienza moderna non sembrano poggiare su idee radicalmente nuove, piuttosto sul fatto che elementi dell’antica cultura hanno avuto di nuovo nell’Europa moderna la possibilità di interagire e svilupparsi, con il vantaggio di potersi avvalere di una base sociale molto più ampia» (LR pag.13). In altre parole, “la rivoluzione dimenticata” fu tale perché circoscritta al ristretto ambiente di corte. Al contrario, quella inglese secentesca metteva le proprie radici in trasformazioni giunte a maturazione già al tempo di Elisabetta la Grande (1533-1603) diffondendo una mentalità favorevole al radicamento delle nuove idee. Una constatazione che ci era stata anticipata oltre tre lustri prima da Fernand Braudel, partendo dalla scoperta del vapore come forza motrice avvenuta in Egitto tra il 100 e il 50 a.C. ad opera dell’ingegnere Erone, inventore della “eolipila”, una sorta di turbina a vapore che metteva in moto un meccanismo in grado di chiudere e aprire a distanza le porte di un tempio. «Questa scoperta veniva dopo molte altre: pompa aspirante e premente, strumenti che prefiguravano il termometro e la teodolite, macchine da guerra, per la verità più teoriche che pratiche, le quali mettevano in gioco la compressione o l’espansione dell’aria o la forza di molle enormi»[8]. Una passione inventiva rimasta circoscritta al livello della creazione di gadget stupefacenti proprio per l’assenza di una mentalità che ne assicurasse la fertile metabolizzazione d’impresa. Un po’ come le popolazioni mesoamericane che conoscevano la ruota, ma ne riducevano l’utilizzo alla realizzazione di giocattoli infantili. A differenza della mentalità degli artigiani, dei marittimi e degli altri ceti emergenti britannici, che funge da incubatore di una visione pratica della scienza come motore di progresso ancor prima che Francis Bacon si mettesse a scrivere il Novum Organum. Quanto ne dà conferma l’estrazione sociale di questi “pratici”, che producono quella massa critica di invenzioni che chiamiamo “rivoluzione scientifica”. In larga misura una ricca schiera di artigiani, le cui realizzazioni avvengono in larga misura on the job; nel fertile rapporto tra lavoro e conoscenza alla base dell’avanzamento complessivo della società; favorito dall’istituto dei brevetti, che nel Regno Unito tutelava la proprietà intellettuale dell’innovazione già dal tempo di re Enrico VI (1449).

Venendo alle innovazioni brevettate, riscontriamo tra le prime il motore a vapore di Thomas Newcomen nel 1705, l’adozione di Abraham Darby nel 1709 del carbone fossile al posto di quello a legna, la “spoletta volante” per la tessitura automatica di John Kay nel 1733, il filatoio meccanico di James Hargreaves del 1764. Nel settore metallurgico un contributo decisivo venne negli anni Settanta del ‘700 da Henry Cort, che introdusse nuove tecniche per eliminare le impurità di ferro e produrre un materiale di migliore qualità per la costruzione di parti meccaniche, chiodi e altri strumenti.

Va sottolineato che questo fiorire di invenzioni – in larga misura – era opera di lavoratori manuali; tanto che decisivo era il clima di impegno collettivo particolarmente favorevole in cui essi operavano: Hargreaves era un carpentiere, Thomas Newcomen un fabbro, Abraham Darby un fonditore ex mugnaio e John Kay un commerciante di stoffe. Altrettanto decisivo era il prestigio sociale che accompagnava l’ascesa di questi personaggi pieni di energia e di voglia di sperimentare. Il tutto nell’assoluta indifferenza di attività intellettuali considerate distanti per non dire inutili. Al limite oggetto di avversione, come ne fornisce un plastico esempio l’istituzione del Gresham College, grazie al lascito del ricchissimo mercante sir Thomas Gresham (1518-1579), in cui venivano insegnate (e in inglese, non in latino) le materie dimenticate dal complesso universitario Oxbridgre; quanto essenziali per il successo delle nuove professioni: matematica, astronomia, geometria, navigazione, medicina, gestione delle navi e le materie giuridiche riguardanti prestiti e compravendite. Il pensiero legato al metodo sperimentale, con la messa al bando della filosofia platonica e scolastica. Mentre – nella ricostruzione di Christopher Hill – «a Oxford e a Cambridge le lezioni di medicina erano ancora svolte nel quadro di un commento a Ippocrate e a Galeno, quelle di astronomia consistevano nel commento a Tolomeo, quelle di cosmografia nel commento a Plinio, a Strabone o a Platone»[9]. Per non parlare del fatto che fino al 1663 a Cambridge non ci fu una cattedra di matematica.

Ciò nonostante Calemme insiste: «se siamo giunti alla Rivoluzione scientifica, ciò è stato principalmente possibile innanzitutto grazie a un’imprescindibile filosofia, […] la nuova struttura ontologicamente storica, con cui ad un certo punto si iniziò a naturalizzare l’uomo e, contemporaneamente, a umanizzare la natura» (AC pag.166).

Forse andrebbe ricordato al pervicace neo-hegeliano che ben altro indirizzo stava prendendo il pensiero del nuovo corso rivoluzionario. Da cui – tanto per dire – la filosofia tedesca dopo Kant (i cui principi metafisici, dopo le rivoluzioni copernicane e newtoniane, «risultano tratti dalla fisica»[10]) ben presto avrebbe preso le distanze. Magari allestendo con Hegel un grottesco match, sul metro dell’ortodossia dialettica, tra Newton e Keplero, per affermare la superiorità di quest’ultimo; rimproverando allo scienziato inglese di aver colto solo l’aspetto quantitativo-matematico della gravitazione, trascurando – a differenza dell’astronomo di Ratisbona – la qualità individuale del sistema solare inteso come totalità organica. Impostazione tale da indurre Geymonat a considerarla «uno dei fattori determinanti (sebbene certamente non l’unico) della gravissima frattura creatasi, dopo Hegel, fra il pensiero scientifico e larga parte del pensiero filosofico europeo»[11].

Fondazione filosofica del capitalismo?

Esaminati i temi del lavoro e della scienza nella Modernità, resta da affrontare la sfida teorica dello sviluppo capitalistico che avanza sulle sue gambe tecnologiche. Anche in questo caso il nostro filosofo, munito della strumentazione marxiana, è categorico: «l’originale iniziativa inaugurata da Marx per la costruzione di una Storia critica della tecnologia come teoria predittiva e performativa delle selezioni tecnologiche […] propone di applicare l’organologia all’ambito tecno-sociale. […] Una teoria della selezione della vita delle forme materiali fondamentali a ogni organizzazione sociale di produzione e capitalistica in particolare, capace di indagare, prevalentemente, la tecnologia manifatturiera e grande-industriale» (AC pag.300).

Come la prenderà Calemme se lo informiamo che – particolarmente nella dimensione capitalistico-manifatturiera (cioè, la realtà che costituisce il perimetro di osservazione marxiana come critica della prima rivoluzione industriale ottocentesca) – le opzioni d’impresa davanti ai grandi “divide” (spartiacque) tecnologici rispondono a logiche meramente adattive, per non dire opportunistiche; certamente indifferenti alle teorizzazioni finalistico-perfettiste dei filosofi. Per non parlare di quanto avviene nell’attuale fase di capitalismo finanziarizzato, la cui dimensione temporale si aggira attorno al nanosecondo.

Ma restando al tempo dell’esplorazione di Marx, gli studiosi del fattuale ci presentano tutt’altra realtà; che – comunque – liquida come panglossiana alla rovescia l’idea di «integrare la darwiniana storia della vita con una hegeliana storia del lavoro in un’unica Storia critica, materialistico-dialettica, dello sviluppo delle scienze e delle tecniche applicate alla produzione e allo sfruttamento capitalistico del lavoro»(AC pag.302).

Ad esempio i docenti del MIT di Boston Charles F. Sabel e Michael J. Piore, nel loro celebre saggio sull’avvento della produzione di massa, dicono molto chiaramente che «si deve rappresentare il progresso non con il sentiero angusto di Smith e di Marx, ma con un albero molto ramificato, i cui rami crescono rigogliosi o appassiscono a seconda degli esiti delle lotte sociali e non secondo qualche legge di sviluppo naturale»[12]. Difatti, «agli stadi iniziali dell’industria dell’automobile e dell’aeroplano l’abbondanza delle possibili soluzioni alternative ai problemi tecnici era tale da bloccare letteralmente il progresso. Per alcuni aspetti ogni variante era potenzialmente migliore delle altre; i vantaggi riflettevano le circostanze particolari e favorivano gli interessi del suo sostenitore a scapito degli altri concorrenti. Il potere economico finì per risolvere il problema. Infatti, un’azienda o un gruppo di aziende, che aveva un controllo sufficiente del mercato emergente per assicurarsi un minimo di domanda per la sua soluzione e sufficiente capitale da coprire i costi dei propri errori, si fece valere e impose il suo piano»[13]. Come dimostrato chiaramente all’inizio del ‘900 la vittoria del motore a benzina su quello a vapore o – qualche decennio dopo – la supremazia in avionica del “più pesante dell’aria” (l’aereo) rispetto al “più leggero dell’aria” (il dirigibile). Il tutto ad un alto livello di inintenzionalità, alla faccia della razionalità tecnologica. Ma sempre una questione di poste in gioco e rapporti di forza. Come dimostra la vicenda che abbiamo sotto gli occhi dell’imporsi di tecnologie labour saving e relative mattanze di occupazione; pur in assenza di una Spectre capitalista responsabile del progetto ultra cinquantennale, iniziato il 26 aprile 1956 con l’imbarco nel porto di Netwark di 58 cassoni metallici (i containers) che avviarono la rivoluzione logistica che ha schiantato il lavoro portuale e desertificato le banchine, proseguito nel 1962 con l’insediamento a Hong Kong del primo reparto assemblaggio di componenti microelettroniche della ditta USA Farchild[14]; per arrivare agli odierni progetti di industria 4.0, in cui le macchine intelligenti rubano il posto agli umani. Insomma – per dirla con Marx –il lavoro morto rimpiazza quello vivo o – piuttosto – le mort saisit le vif.

Eppure l’ottimismo (filosofico) di Calemme non si arresta davanti a tali bagatelle, tanto da progettare «sia di estrapolare dai testi marxiani la logica scientifica-tecnica interna allo sviluppo degli strumenti e/o delle macchine di precisione sia di spiegare in che modo queste analisi possano confluire, in un futuro non troppo lontano, in una più avanzata e consapevole lotta al capitale di ultima generazione» (AC pag.15). E ancora una volta risalta la distanza siderale che separa il giovane filosofo e il fisico Lucio Russo; il quale – un quarto di secolo fa – scriveva parole amare: «mentre il filo che ci legava all’antica civiltà rischia di spezzarsi definitivamente, l’irrazionalismo sembra aver conseguito vittorie che Bohr non avrebbe neppure sospettato: astrologhi e maghi di ogni tipo non solo hanno conquistato il grande pubblico, ma anche posizioni di prestigio impensabili ancora pochi anni fa» (LR pag.339). Sicché «l’irrazionalismo si diffonde sempre di più anche tra gli scienziati. […] È dubbio che il metodo scientifico, avulso dalla cultura che lo aveva generato, possa sopravvivere a lungo nel terzo millennio» (LR pag.342). E nel 1996 Russo individuava nella televisione “il potente mezzo di diffusione di concezioni magiche di ogni tipo”. Cosa ne dice oggi, che siamo alle prese con i social e le fabbriche multinazionali di fake news?

Forse la pensava un po’ così anche il sempre perfido Karl Popper quando collegava l’illusionista Hegel al nuovo tribalismo nel secondo volume del suo celebre “La società aperta e i suoi nemici”; intitolato – appunto – Hegel e Marx falsi profeti: «Hegel realizzò le cose più miracolose. Logico sommo, fu un gioco da bambini per i suoi efficacissimi metodi dialettici estrarre veri conigli fisici da cappelli puramente metafisici»[15].

[1] M. Bloch, La società feudale, Einaudi, Torino 1999 pag.75

[2] P. Bourdieu, Il mestiere di scienziato, Feltrinelli, Milano 2003 pag.128

[3] L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, (Vol. IV) Garzanti, Milano 1977 pag.295

[4] K. Löwith, Significato e fine della storia, il Saggiatore, Milano 2015 pag.25

[5] F. Braudel La dinamica del capitalismo, il Mulino, Bologna 1988 pag.65

[6] J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Einaudi, Torino 1977 pag.103

[7] K. Marx, il Capitale, Libro Primo, Newton Compton, Roma 1976 pag.209

[8] F. Braudel, Civiltà materiale – I tempi del mondo, Einaudi, Torino 1982 pag.579

[9] C. Hill, Le origini intellettuali della rivoluzione inglese, il Mulino, Bologna 1976 pag,65

[10] Maurizio Ferraris, Goodbye Kant!, Bompiani, Milano 2004 pag.49

[11] L. Geymont, cit.

[12] M. J. Piore e C. F. Sabel, Le due vie dello sviluppo industriale, ISEDI, Torino 1987 pag.42

[13] ivi

[14] Pierfranco Pellizzetti, Il conflitto populista, Ombre corte, Verona 2019 pag.56

[15] K. R. Popper, La società aperta e i suoi nemici (Vol. II), Armando, Roma 1974 pag,41



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