La scomparsa delle donne a X Factor

Nella nota trasmissione tv sono state abolite le categorie “Under Uomini” e “Under Donne”. Risultato: su 12 concorrenti, solo due donne.

Marilù Oliva

Guardo X Factor da anni e reputo questo programma da attenzionare, perché pop, molto seguito soprattutto dai giovani (e io cerco sempre di tenermi aggiornata, anche per il mio lavoro di docente). Ho apprezzato, in questi anni, la ricchezza di proposte, la democraticità del format, la serietà dei giudici (su alcuni mi sono anche ricreduta, ad esempio partivo da una posizione pregiudiziale nei confronti di Sfera Ebbasta in virtù di alcuni suoi testi in cui le ragazze compaiono sempre così svilite, in realtà durante il programma si è rivelato una persona educata, equilibrata e preparata), ho gradito l’ampiezza di vedute, la bellezza degli spettacoli, la forza prorompente di alcune rivelazioni che, altrimenti, sarebbero rimaste nell’ombra o avrebbero faticato a emergere.

Quest’anno, però, non credo che lo seguirò, perché sono molto amareggiata dalla scarsa presenza di donne e non penso che sia solo una questione di talenti, piuttosto temo che il tutto abbia a che fare con un problema più profondo che dovremmo affrontare come società. Una società che risente di una forte impronta maschilista, una società che ha introiettato modelli patriarcali duri a morire (ricordiamo che il delitto d’onore è stato abolito solo trent’anni fa, un tempo giuridico irrisorio e ricordiamo che appena viene stuprata una donna la prima voce che si leva tende a colpevolizzarla).

Ma andiamo per ordine. La novità di quest’edizione 2021 di X Factor è che sono state abolite le quattro canoniche categorie (Under Uomini, Under Donne, Over e Band) in ossequio al non-binarismo di genere: basta gabbie o etichette, siamo tutti speciali e dobbiamo andarne fieri. Fin qui tutto bene. Però che accade? Che eliminate le categorie “Under uomini” e “Under donne” il palco è tornato quasi esclusivamente maschile, nel senso che ai Live sono passati 12 concorrenti di cui solo 2 donne: Nika Paris e Vale LP.

Puro caso?

I giudici – Emma, Manuel Agnelli, Manuelito e Mika – si sono espressi durante una conferenza stampa di presentazione della parte del talent show dedicata ai Live davanti al pubblico del Teatro Repower di Assago. Mika ha sottolineato l’imprevedibilità di queste situazioni, rafforzato anche dalle dichiarazioni di Nils Hartmann, senior director di Original Productions Sky Italia, che ha dato la colpa al caso e al talento: «Quest’anno è andata così, l’anno prossimo magari ci saranno dieci donne”.

Emma, che da sempre si fa paladina dei diritti delle donne con asserzioni significative, ha affermato:

«Parlare di sessismo e maschilismo mi sembra un po’ forzato. Che nel mondo le donne debbano combattere il doppio per ottenere quello che ottengono gli uomini è un dato di fatto, ma l’abolizione delle categorie ci dava possibilità di scegliere una squadra che ci potesse assomigliare, indipendentemente dal sesso. Le nostre scelte sono state artistiche. Fin quando ci chiameranno quote rosa, noi donne saremo sempre l’anello debole».

Manuel Agnelli ha rimarcato la questione delle quote rosa: «Imporre le quote rosa sarebbe limitare la serietà del programma rispetto alla musica e agli artisti. Il talento è talento, non c’entra nulla con il genere di appartenenza».

Reputo i giudici quattro persone competenti, ironiche e intelligenti, che hanno dimostrato in più occasioni di avere uno sguardo lucido sulla realtà. Emma ha perfino ricordato la fatica delle donne per ottenere risultati, a suo dire “doppia” rispetto a quella di un uomo (io direi anche “quadrupla”, soprattutto nel mondo dello spettacolo).

Ma stavolta manca una riflessione importante, senza contare che la strategia di ribattere con “Vuoi le quote rosa anche qui? Che orrore!” è la classica reazione che si riceve a sollevare il problema: la questione viene aggirata tentando di demolire le quote rosa come se fossero sinonimo di superato, di decadente, di marcio.

Invece no, cari giudici. Le quote rosa, come voi sicuramente sapete, sono state introdotte come strumento prezioso teso a garantire la parità di genere in ambito lavorativo. Senza di esse, noi donne saremo fritte. Fregate. Escluse. Le quote rosa sono una terapia importante, perché incitano a una rappresentazione paritaria che spesso manca nel mondo del lavoro e che, in diversi ambiti, vede le donne sottorappresentate rispetto agli uomini. E il fatto che le quote di genere arranchino a conseguire un miglioramento della presenza femminile nel mondo del lavoro che vada al di là dei limiti imposti per legge non significa che abbiano fallito: nel 2019 il 36,30% di donne risultava presente nei consigli di amministrazione, contro un 7,4% riferibile al periodo precedente le quote rosa (dati Cerved).

Non sono un’onta. Sono una forzatura? Sono un rimedio in una società già molto forzata e macchiata da un machismo che affonda le sue radici in tempi remoti.

Vogliamo delle quote rosa a X-Factor? Occorre fare prima alcuni passaggi, perché – pur volendo essere fluidi, queer, non binari – a rimetterci sono sempre le donne.

Prima di tutto riconoscere che c’è una tendenza diffusa, strisciante e talvolta non consapevole a non considerare le donne quanto meriterebbero e questo lo gridano i sociologi da anni. Ma anche io e molte colleghe scrittrici e giornaliste lo abbiamo denunciato. Ciò colpisce tante categorie, in particolare nel settore delle arti. Le donne sono meno gettonate, meno rappresentate, hanno meno opportunità, meno potere contrattuale, meno visibilità, su di loro si punta di meno: tutto ciò si chiama SVALUTAZIONE.

Stiamo parlando di X Factor, una trasmissione rock, libera, controcorrente. Composta da giudici che si sono esposti anche coraggiosamente su questioni politiche spinose (penso anche a Fedez, che ha sempre dimostrato grande coraggio).

Non sono una critica musicale e non posso porre obiezioni tecniche alla parte di dichiarazioni di Manuel Agnelli che vertono sul talento, dicendo che ho apprezzato più alcune donne scartate rispetto ai molti maschi che hanno passato il turno. Sarebbe sciocco e presuntuoso da parte mia. Lo stimo come musicista e mi ha colpito fin da subito, come giudice, per la correttezza delle sue esternazioni. Però stavolta non sono d’accordo e cercherò di addurre motivazioni logiche, che riguardano i movimenti della società. In sostanza lui dice che sul palco saliranno più maschi perché sono stati scelti in base al talento. Che strano, però, che non avvenga mai il contrario. Non accade mai che le donne per una volta siano in sovrannumero. Alle conferenze, sui podi dei premi letterari, ogni volta che c’è da distribuire qualche possibilità. Che grande coincidenza che la bilancia dello svantaggio penda sempre dalla loro parte.

Insomma, alla trasmissione chiedo di fare insieme una riflessione per il futuro. E, per farla onestamente, incito a osservare l’invisibile, quello che non viene detto ma che spesso sopportiamo in silenzio. Questo maschilismo introiettato nel profondo, perché ci è stato rigettato addosso in anni e anni di cattive condotte, televisione spazzatura, violenze contro le donne e risatine alle nostre spalle o tentativi di zittirci quando cerchiamo di far notare la nostra assenza. Le donne si sono abituate a essere scalzate, a stare un gradino sotto, a faticare quattro, cinque, dieci volte di più per raggiungere lo stesso risultato di un uomo. Se rivendicano un po’ di spazio, fanno la figura delle nevrotiche rompicoglioni. Purtroppo ci cascano anche le persone che si credono più progredite, è una trappola infida.

Per questo vorrei che questa riflessione a cui vi invito si concludesse con un auspicio: sarebbe bello se un giorno non ci fossero più quote rosa normate per iscritto. Non dovranno essere introdotte nel regolamento di nessuna trasmissione, perché finalmente le quote rosa si saranno sedimentate nella nostra testa. Nel nostro modus cogitandi. Nella nostra sensibilità. Fino ad allora, però, non permetteremo che ci facciate di nuovo scomparire.



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