Scuola, settembre 2021: “Aprite le finestre”

L’anno scolastico inizia con un nuovo Protocollo di sicurezza sconcertante e nelle stesse condizioni drammatiche di un anno fa.

Anna Angelucci

“Garantire un buon ricambio dell’aria con mezzi naturali o meccanici in tutti gli ambienti e aule scolastiche è fondamentale. In linea generale, al fine di diluire/ridurre le concentrazioni di inquinanti specifici (es. COV, PM10, odori, batteri, virus, allergeni, funghi filamentosi, ecc.), di CO2, di umidità relativa presenti nell’aria e, conseguentemente, di contenere il rischio di esposizione e contaminazione al virus per alunni e personale della scuola (docente e non docente), è opportuno mantenere, per quanto possibile, un costante e continuo ingresso di aria esterna outdoor all’interno degli ambienti e delle aule scolastiche”.

Così recita il paragrafo 7 del Protocollo per la sicurezza dell’anno scolastico che si sta aprendo, firmato lo scorso 14 agosto dal Ministro dell’Istruzione e da CGIL, CISL, UIL, SNALS, ANP, DIRIGENTISCUOLA ma non, dignitosamente, da GILDA. Venticinque pagine e quattordici paragrafi che lasciano a dir poco sconcertati e perplessi non solo i milioni di studenti e lavoratori della scuola italiana alle prese con il terzo anno di pandemia, ma qualunque cittadino di buon senso che abbia a cuore le sorti di un’istituzione tanto più essenziale nelle parole dei decisori politici, quanto più, nei fatti, misconosciuta e negletta.

I discorsi roboanti e pletorici di chi, a vario titolo e da tempo, interviene sulla scuola rivelano la loro totale inconsistenza anche al cospetto di queste avvilenti pagine: le prime quattro, tutte infarcite di “Tenuto Conto … Considerata … Visto …”, richiamano decine e decine di decreti, leggi, disposizioni, norme, circolari, rapporti, documenti, verbali, protocolli e note affastellatisi negli anni. A seguire, pagine che illustrano l’operosità del Ministero per la futura creazione di Help Desk, Tavoli nazionali permanenti, Tavoli regionali di lavoro permanenti, incontri di monitoraggio permanenti. Infine, dopo aver ribadito l’impegno del MI – peraltro assolutamente scontato – a fornire supporto alle scuole in termini di comunicazione, controllo, collaborazione con le famiglie, con gli enti locali e con gli organismi politici e tecnici straordinariamente preposti alla gestione dell’emergenza sanitaria, si rimette alle singole istituzioni scolastiche, ovvero ai dirigenti d’istituto, l’intero onere dell’organizzazione dell’attività didattica, sottolineando la necessità che si svolga finalmente in presenza. Semplificando, potremmo dire che siamo tra il “fate vobis” e “io speriamo che me la cavo”.

Le condizioni di studio e di lavoro nella scuola a settembre 2021?

Sempre le stesse. Ben sette pagine di Protocollo per ricordarci l’obbligo di pulizia e sanificazione regolare degli spazi con la limitazione degli accessi, della mascherina chirurgica, della distanza reciproca di un metro, del divieto di assembramento, dell’allontanamento da scuola in caso di temperatura corporea superiore ai 37,5°, dell’isolamento in caso di sintomi o contatti con positivi, degli ingressi scaglionati con distinzioni tra entrate e uscite, della regolarità di eventuali file di studenti. E naturalmente, non poteva mancare l’invito a insediare anche nel singolo istituto la sua brava Commissione (potrebbero diventare più di 8000, stando al numero delle istituzioni scolastiche in Italia fornito dal Ministero!), per monitorare la corretta applicazione delle norme di un Protocollo di sicurezza che non modifica di una virgola l’attuale disastrosa e vergognosa situazione di invivibilità della maggior parte delle nostre scuole.

Brutte, inadeguate, fatiscenti, pericolose, affollate da anni, esse riversano oggi in una condizione strutturale che, al terzo anno consecutivo d’emergenza sanitaria, risulta davvero insopportabile.

Ci aspettavamo, e non certo solo da quest’ultimo Protocollo, investimenti immediati per la riduzione del numero degli studenti per classe e per la messa a norma, ristrutturazione e ampliamento delle aule in cui i nostri ragazzi (quelli non ancora falcidiati dalla dispersione scolastica generata da una didattica digitale che, invece di diventare integrata, doveva restare confinata nell’esperienza estrema del lockdown) spendono della loro vita la miglior parte.

Questo avrebbe dovuto essere il contenuto del primo paragrafo di un documento sulla sicurezza, dopo decenni di un’emergenza-scuola causata non da un virus imprevisto ma da dimensionamenti, accorpamenti, riduzioni e mancati investimenti strutturali insensatamente perseguiti e pervicacemente realizzati. Se abbiamo anche solo una breve memoria storica, sappiamo bene che nel governo del nostro sistema d’istruzione, cardine della vita culturale, sociale ed economica del paese, sul coraggio dell’investimento ha prevalso la codardia del risparmio.

Da quanti anni denunciamo il fenomeno delle ‘classi pollaio’, espressione che ormai è entrata nell’immaginario collettivo proprio perché ogni italiano, in vario modo, ne ha fatto diretta esperienza? Sono state chiuse tante scuole, invece di costruirne di nuove; sono stati mandati in rovina tanti edifici, invece di mantenerli e migliorarli; sono stati ridotti gli spazi anche laddove aumentavano le iscrizioni, costringendoci a rinunciare a laboratori scientifici e informatici, biblioteche, aule comuni, pur di garantire il posto agli studenti. Quante scuole, ancora oggi, sono senza palestra, senza una biblioteca, senza aula magna, senza aule degne?! Quante scuole sono collocate in palazzi destinati a civili abitazioni, in una condizione provvisoria che si perpetua da decenni?! Quante scuole sono state costruite ormai più di cinquant’anni fa?! Quante scuole non hanno l’agibilità?! Quante scuole cadono letteralmente a pezzi?! Ma soprattutto, quante aule mancano oggi, al terzo anno scolastico consecutivo di emergenza sanitaria e all’ennesimo di emergenza-scuola, per garantire una didattica in presenza, in sicurezza e di qualità ai nostri studenti?! Di qualità, ripeto, e non solo di mera sopravvivenza fisica.

Avevamo bisogno di investimenti strutturali, necessari da tempo. Avevamo bisogno di una deroga immediata alle norme che, in nome dell’“economia di spesa”, non consentono di ridurre il numero degli alunni per classe e perpetuano l’errore pedagogico – che oggi è orrore sanitario – delle classi pollaio. Avevamo bisogno di aule nuove costruite per noi, studenti e docenti, per farci stare bene insieme a scuola, non di commissioni di controllo della pulizia o del distanziamento fisico, e certo non di ulteriori Tavoli ministeriali. Ci ritroviamo invece con un documento regolativo che, ancora una volta e come ormai accade in tutti gli ambiti della scuola – dalla gestione dei bisogni educativi speciali al reclutamento e alla formazione dei docenti, dalla valutazione degli apprendimenti alla pianificazione delle attività didattiche, dal confronto collegiale alla scelta dei libri di testo –  non solo non migliora la qualità della vita degli studenti e dei docenti neppure in questa condizione di emergenza, ma al contrario la riduce e la offende, caricandola di burocrazia e svuotandola sempre più di senso.

Ci aspettavamo di non leggere nell’ultima pagina di questo documento  – dove la questione più importante è relegata nel fondo e sembra espressa con il linguaggio eufemistico e involuto di una politica del dire e non dire, e soprattutto del non fare – che “il Ministero si impegna”, che potrà essere attivato “un piano sperimentale” ed eventualmente stanziate “apposite risorse che consentano di porre in essere azioni mirate e specifiche” con “attenzione agli aspetti logistici”: rimandando, di fatto, l’unico intervento risolutivo, quello sull’edilizia scolastica e sull’abolizione delle classi pollaio, a iniziative parlamentari da destinarsi e alle futuribili risorse del PNRR.

Siamo in una condizione giuridica e politica straordinaria, che sta imponendo regole straordinarie a tutti i cittadini in tutti gli ambiti della vita sociale, ma questo non sembra valere per la scuola, dove vige, a quanto pare, il più ordinario e fallimentare procedere, quello che vede il dito ma non vede la luna, quello che reitera vecchi errori, quello che non riconosce e non risolve i problemi veri.

L’anno scolastico sta iniziando con un nuovo Protocollo di sicurezza, ma nelle stesse condizioni drammatiche in cui abbiamo lasciato quello appena trascorso. Passiamo solo dai risibili banchi con rotelle all’invito ad aprire le finestre. Ciò che veramente occorre a una scuola sempre più culturalmente e materialmente deprivata – spazio, tempo, bellezza, risorse per coltivare pensiero, immaginazione, relazione, crescita – continua drammaticamente a mancare. E, temo, non saranno certo la burocrazia, i test Invalsi, l’innovazione tecnologica, gli interventi parcellizzati, le buone intenzioni, i proclami o l’aria fresca a salvarla.

 

(credit foto ANSA/FABIO FRUSTACI)



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