Se l’America cancella se stessa

Il cosiddetto secolo americano è giunto alla sua ignominiosa fine non perché ci sono altre potenze mondiali in lizza per la supremazia, ma perché l’America è in gran parte nelle mani di persone così prive di qualsiasi sensibilità per le virtù illuministiche – e tradizionalmente americane – da rendere la società quasi irriconoscibile. Dalla destra becera che sovverte lo Stato di diritto alla nuova intelligencija di sinistra che promuove la cancel culture, come gli Stati Uniti hanno tradito se stessi.

Robert Boyers

Non riesco a pensare al secolo scorso come a un “secolo americano” senza chiedermi perché. Naturalmente ci sono ovvie ragioni. Non solo la ricchezza e il potere, ma il fatto che il modello americano fosse, per tanti aspetti, davvero attraente. Bastava confrontarlo con i modelli alternativi – le tirannie e le diverse specie di società chiuse di stampo sovietico – per riconoscere che c’era molto da apprezzare in esso: le sue libertà, l’accesso che consentiva all’informazione, le sue grandi università e college, la sua baldanza e diversità. Per decenni i giovani che arrivavano da altri Paesi per studiare nei centri umanistici e negli istituti scientifici americani non avevano dubbi circa il fatto che il sistema statunitense avesse prodotto tante cose invidiabili, e molti tornarono nei Paesi d’origine come campioni delle virtù americane.

Quelle virtù sembreranno, senza dubbio, una questione complessa a coloro che negli Stati Uniti sono cresciuti e hanno avuto occasione di notare l’illusione e l’arroganza che sono state a lungo caratteristiche dell’American way. Per quanto molte persone povere o disperate continuino a chiedere a gran voce di entrare nei suoi confini, gli Stati Uniti sono ora più spesso considerati come uno Stato in rovina che come un faro di speranza. Naturalmente quelli di noi abbastanza in là con gli anni da aver vissuto da adulti l’avventura americana in Vietnam ricorderanno che allora il Paese non sembrava degno di ammirazione. Anche se avrebbe continuato a esercitare un’enorme influenza sugli affari mondiali – conseguenza inevitabile della sua ricchezza e del suo potere militare – questo fatto difficilmente sarebbe apparso decisivo nel proseguimento di una guerra moralmente grottesca, brutale e impossibile da vincere. Senza dubbio quasi tutte le cose americane sembravano buone se confrontate con le condizioni del mondo comunista. Eppure molti americani giustamente continuavano a chiedersi perché il Paese non fosse diventato uno Stato paria agli occhi del mondo, e perché l’orribile razzismo così evidente nella vita americana non avesse fatalmente compromesso il suo status di società fondamentalmente dignitosa.

Come altre costruzioni del genere, la nozione di “secolo americano” è notoriamente inaffidabile e suscettibile di banalizzazione. Cosa significa, dopo tutto, che le persone in ogni parte del mondo indossano blue jeans americani, cantano canzoni pop americane, ballano balli americani, si accalcano per vedere film americani? Dice qualcosa sul dominio americano ricordare che in alcune parti d’Europa e di altri continenti Obama era popolare quasi quanto Topolino, o che i bambini di tutto il mondo stanno imparando a parlare l’inglese americano? Tali indizi potrebbero forse suggerire che non siamo neanche lontanamente alla fine del secolo americano, che il “marchio” americano è sopravvissuto miracolosamente alla discesa del Paese nelle varie specie di scandalo, corruzione, barbarie e pura idiozia che hanno segnato gli ultimi decenni del secolo americano.
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CREDIT FOTO EPA/PETER FOLEY

“La fine del secolo americano?”. È uscito il nuovo numero di MicroMega (1/2022)



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