Se la blasfemia fa ancora scandalo

A Napoli, in concomitanza con il Festival delle Arti censurate, sono comparsi per le strade alcuni manifesti “blasfemi”. Subito si è gridato allo scandalo, segno che la lotta per la libertà di espressione è più che mai necessaria.

Cinzia Sciuto

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’onda di indignazione che si sta sollevando attorno ad alcuni manifesti “blasfemi” che sono comparsi per le vie di Napoli, dove è attualmente in corso il Festival di Arti censurate 𝘾𝙚𝙘𝙞 𝙣’𝙚𝙨𝙩 𝙥𝙖𝙨 𝙪𝙣 𝙗𝙡𝙖𝙨𝙥𝙝𝙚̀𝙢𝙚 (con mostre ed eventi al Palazzo delle Arti di Napoli fino al 30 settembre, tutte le informazioni qui), dimostra quanto fosse necessaria questa iniziativa per la libertà d’espressione e contro la censura religiosa.

Con il Festival in sé, comunque, i manifesti c’entrano solo indirettamente. Come spiega l’ideatrice e direttrice dell’iniziativa, Emanuela Marmo, si tratta di una iniziativa spontanea e autonoma di alcuni degli artisti esposti al Festival, di cui né gli organizzatori né tantomeno l’amministrazione comunale erano a conoscenza. “I #subvertiser”, spiega ancora Marmo, “non informano nessuno delle loro azioni, tanto meno chiedono il permesso: diversamente, la loro arte non si chiamerebbe #subvertising“.

Gli scandalizzati, tra cui non poteva naturalmente mancare Salvini (sì, quello del Papeete), peraltro, non colgono minimamente il senso di quei manifesti, che associano la bestemmia non a immagini sacre ma a grandi marchi, colpendo quindi non tanto il senso del sacro e del religioso in sé ma denunciando in un colpo solo le Chiese che diventano marchi e i marchi che diventa Chiese.

Questo Festival si inserisce nel solco delle iniziative della campagna internazionale #endblasphemylaws che chiede l’abolizione delle leggi sulla blasfemia in tutto il mondo. Come ha ben spiegato su MicroMega Giovanni Gaetani, le leggi che puniscono la blasfemia sono di fatto leggi che limitano arbitrariamente la libertà di espressione, tutelando una non meglio specificata “sensibilità religiosa”. Ancora oggi 75 Paesi al mondo puniscono la blasfemia, con misure che vanno dalla multa (come accade ad esempio in Italia o in Spagna) fino alla pena di morte (come accade in Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei, Iran, Mauritania, Nigeria, Pakistan, Somalia). È chiaro che non sono situazioni paragonabili, eppure continuare a mantenere leggi che, sia pure “solo” con una multa, puniscono la blasfemia significa di fatto legittimare l’idea che sia giusto che l’“offesa” al sentimento religioso, unico tra i sentimenti umani a meritare una tutela speciale, venga punita. E chi decide cosa è offensivo? In diversi Paesi islamici a essere “blasfema” è qualunque critica alla religione e qualunque messa in discussione del potere dei funzionari religiosi, che spesso sono anche detentori del potere politico. E in Italia è blasfema la bestemmia su Dio ma non sulla Madonna…

C’è chi naturalmente tira in ballo il “cattivo gusto” e addirittura la tutela dei bambini (visto che alcuni dei manifesti in questione ritraggono Topolino e il logo Disney) fino alla meschineria di chi giunge ad accostare i manifesti in questione con la drammatica vicenda del bambino precipitato dal balcone (l’osceno accostamento, questo sì blasfemo, è stato fatto da Milo Infante nella trasmissione Ore 14 in Onda su Raidue).

Eppure gli stessi che si indignano per un messaggio di sovversione, commenta Marmo, “sono assolutamente assuefatti ai messaggi pubblicitari che pure affollano quelle medesime vie, in prossimità dei medesimi luoghi di culto o frequentati da bambini. Messaggi pubblicitari che inoculano un uso erotizzato del corpo femminile e dell’infanzia, che promuovono canoni estetici frustranti e irraggiungibili per persone comuni, che associano la bellezza al possesso di beni inutili, costosi, classisti. Ecco, a tutti questi messaggi diseducativi i cittadini non si contrappongono, anzi se ne lasciano sedurre. Ben venga il subvertising che, a colpi di Ceffon(i), ci risveglia dal torpore».



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