Se l’arte islamica diventa “islamofobica”: i cortocircuiti dell’inclusività

L'inclusione delle minoranze religiose può cozzare con il principio di laicità. È inclusivo far perdere il lavoro a una docente donna con un contratto precario (d’assistente) per quella che è, a tutti gli effetti, un’accusa di blasfemia?

Michela Fantozzi

La professoressa Erika Lòpez Prater è stata licenziata per islamofobia dalla direzione dell’Università di Hamline, nello stato del Minnesota, perché lo scorso 6 ottobre, durante una delle sue lezioni di storia dell’arte religiosa, ha mostrato un dipinto persiano del XIV secolo che raffigura il profeta Maometto.

L’accusa di islamofobia da parte degli studenti è stata sostenuta nonostante l’insegnante avesse specificato nel suo programma di studio la presenza di queste raffigurazioni, speso parecchi minuti quello stesso giorno per avvertire gli studenti di cosa stava per mostrare, del perché lo facesse e nell’assicurare la possibilità di abbandonare l’aula in libertà.

Non è bastato. Alla fine della lezione la studentessa e presidente dell’associazione degli studenti musulmani, Aram Wedatalla, ha scritto all’amministrazione lamentandosi della lezione, sostenendo che fosse offensiva e lesiva della dignità degli universitari musulmani presenti nel campus, denuncia poi condivisa da altri studenti di fede musulmana.

In un’intervista rilasciata a dicembre al giornale dell’università, la studentessa ha dichiarato:

«Mi sono detta: ‘Non può essere vero’(…). Come musulmana e persona di colore, non sento di appartenere e non credo che apparterò mai a una comunità in cui non mi apprezzano come membro e non mostrano lo stesso rispetto che io mostro loro».

L’amministrazione non ha rinnovato il contratto alla professoressa Lòpez Prater, ed ha anche inviato una mail a tutto il personale sostenendo che la lezione era stata “innegabilmente sconsiderata, irrispettosa e islamofobica”.

Lòpez Prater ha affermato che sia meno ferita dal licenziamento che dall’accusa di islamofobia, sostenendo di sentire: «una rabbia folgorante per essere stata definita in questi termini da qualcuno che non ho mai incontrato e con cui non ho mai parlato».

L’episodio ha fatto il giro degli Stati Uniti e infiammato i social network.

Una petizione, che al momento ha raggiunto le 16.755 firme, è stata lanciata in sostegno di Lòpez Prater e per chiedere all’Università di indagare più a fondo la questione.

La docente di storia al Carleton College Amna Khalid ha scritto una lettera di protesta in quanto professoressa e in quanto musulmana per il trattamento riservato a Lòpez Prater:

“Sono sconcertata dalla decisione dell’amministrazione di licenziare l’insegnante e di assecondare gli studenti che sostengono di essere stati ‘danneggiati’. Questo tipo di eccellenza inclusiva permette agli amministratori di calpestare le conoscenze dei docenti”. Continua: “Ma soprattutto mi sento offesa in quanto musulmana. Scegliendo di etichettare questa immagine come islamofobica, appoggiando l’opinione che le rappresentazioni figurative del profeta siano proibite nell’Islam, l’università di Hamline ha privilegiato un punto di vista musulmano estremo e conservatore. Gli amministratori hanno appiattito la ricca storia e diversità del pensiero islamico”.

Quest’episodio è grave per una serie di ragioni.

Uno, la docente è stata licenziata senza venire interpellata. L’Università ha immediatamente accettato la denuncia di islamofobia come veritiera, senza indagare sugli avvenimenti. La prerogativa di assecondare qualsiasi rivendicazione da parte del corpo studentesco a scapito della libertà dei professori non è un problema solo della Hamline o limitato agli ambienti universitari americani.

Qui arriviamo al secondo punto. L’episodio sembra l’epitomo di ciò che i detrattori della woke culture, diversity and inclusion vanno denunciando da anni: che queste siano derive culturali estremiste, inclini alla censura e a seminare paura. Abbiamo tutto: un corso di Storia dell’arte che comprende lo studio di un canone non occidentale (arte islamica), in un tentativo di decolonizzare lo sguardo sulla conoscenza umana; e abbiamo degli studenti musulmani che accusano l’insegnante e l’università di mancanza di inclusione proprio per aver inserito quelle opere del programma di studio.

In teoria, la cosiddetta woke culture dovrebbe perseguire obiettivi abbastanza condivisibili sulla carta: l’antirazzismo, la decolonizzazione dello sguardo e l’inclusione di categorie sociali marginalizzate. Il problema con gli attivisti woke emerge quando tendono a estrapolare dal contesto azioni o affermazioni, attribuendo loro un significato diverso. «C’è una differenza fra un atto non islamico e uno islamofobico», ha dichiarato al New York Times Edward Ahmed Mitchell deputato e Vicedirettore del Consiglio per le relazioni americano-islamiche: «Se bevi una birra davanti a me stai facendo qualcosa di non islamico, ma non di islamofobico. Se bevi una birra davanti a me perché stai deliberatamente cercando di offendermi, beh, allora questo è un fattore di intenzionalità. L’intento e le circostanze contano».

La professoressa Lòpez Prater non ha mostrato il dipinto con l’intenzione di offendere, ma di indagarne le qualità e farlo conosce ai suoi studenti. È islamofobico mostrare delle immagini di Maometto a fini di studio o lo è ignorare completamente l’arte medio-orientale nei programmi universitari? È inclusivo far perdere il lavoro a una docente donna con un contratto precario (d’assistente) per quella che è, a tutti gli effetti, un’accusa di blasfemia?

Terzo punto d’interesse rispetto alla vicenda: la fede è un fatto privato. In uno stato laico non esiste il diritto del singolo di far prevalere su un altro la propria morale religiosa. Nella e-mail inviata dalla direzione universitaria al personale si affermava: “Il rispetto per gli studenti musulmani osservanti presenti in quell’aula avrebbe dovuto prevalere sulla libertà accademica”. La raccomandazione ha un che di ridicolo, perché a questo punto chiunque potrebbe affermare di essere offeso da un aspetto o da un altro dell’insegnamento. Inoltre non è corretto, anzi, è pericoloso imporre a un insegnante e anche alla più ampia platea degli studenti un divieto di natura religiosa.

La laicità dell’insegnamento, insieme alla libertà di discussione e opinione, che sono valori fondanti di una società democratica, non possono essere messi in discussione da dettami di fede. Oggi sembra, e questo episodio serve solo a rafforzare la convinzione, che le derive ideologiche sulla diversity, nate proprio in seno all’accademia americana, stiano minacciando la libertà di parola, la possibilità di dialogo e confronto tra persone con opinioni diverse, diffondendo paura nella libera espressione del pensiero.

Foto: Hamline University | Money.com 

 



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