“Sé stesso”: in difesa di un accento

Raffaele Aragona prosegue la battaglia dell'autorevole linguista Luca Serianni e in “Elogio di sé stesso” imbastisce una vivace difesa del suddetto accento.

Pietro Trifone

“Elogio di sé stesso” di Raffaele Aragona (Edizioni Sabinae, 2023) non è un supponente libretto autocelebrativo dell’autore, ma è invece – come ci aspettiamo da un intelligente e spiritoso cultore di giochi verbali – una vivace difesa dell’accento in “sé stesso”, “sé stessa”, “sé stessi”, “sé stesse”, condotta sulla scia autorevole di Luca Serianni, il compianto linguista che a questa soluzione grafica aveva offerto il suo autorevole patrocinio. Come “là” avverbio di luogo ha l’accento per distinguerlo da “la” articolo, così “sé” pronome personale andrebbe distinto da “se” congiunzione ipotetica. La norma generale è appunto che l’accento sui monosillabi va messo per non confonderli con i loro omografi. Si registra tuttavia una discutibile eccezione, secondo la quale il “sé” perderebbe l’accento quando sia seguito da “stesso” o da “medesimo”, perché in questi casi il pronome non può confondersi con la congiunzione. Lo strappo alla regola ha il difetto di introdurre una sconsigliabile mancanza di uniformità nella scrittura della parola “sé”; per non parlare della piccola ma del tutto inutile complicazione costituita da sequenze potenzialmente ambigue.  Infatti “se stessi” e “sé stessi” possono assumere significati diversi nella variante non accentata (‘se io stessi’, ‘se tu stessi’) e in quella accentata (‘loro medesimi’). Ne consegue l’opportunità di una differenziazione grafica, sebbene la grafia tradizionale “se stesso” sia comunque diffusa e accettabile.

Va precisato che le giuste considerazioni di Serianni e Aragona non costituiscono una novità degli ultimi tempi. Si può ricordare, a questo proposito, quanto scriveva Giuseppe Malagoli nel volumetto L’accentazione italiana, la cui prima edizione risale al 1946: a suo parere va accentato anche in sé stesso, -a, -i, -e, così come in sé medesimo, -a, –i, –e; quindi sbaglierebbero le grammatiche che, senza una ragione convincente né un vantaggio reale, invitano a eliminare in questi casi l’accento. Ancora prima, esattamente dal 1910, ha origine un vivace dibattito tra il linguista Pier Gabriele Goidànich e il medico Luigi Luciani, ideatori di due diversi progetti di riforma ortografica. Grazie anche al fatto che Luciani era senatore del Regno d’Italia, il tema suscita l’interesse del “Corriere della Sera”, dove il 3 gennaio 1911 compare un articolo favorevole alla riforma: sotto il titolo L’ortografia di un fisiologo lo firma un altro medico, che utilizza lo pseudonimo Dott. Ry per sostenere, con apparente ironia, una tesi a dir poco singolare. Amplificando iperbolicamente la complessità del sistema italiano, l’autore del pezzo arriva infatti ad affermare che la possibilità dell’errore di ortografia possa determinare «una condizione cronica di timidezza morbosa, di depressione dell’umore», citando a riprova il caso di una paziente che aveva rinunciato addirittura al matrimonio per le carenze della sua ortografia: «Ella era sinceramente convinta che nessun uomo che si rispetti può amare una donna la quale si renda rea di questo genere di falli!». Se è permessa la battuta, un semplice sguardo ai social contemporanei mi porta invece a pensare che il ripetuto uso scorretto dell’italiano non penalizzi gravemente l’ordinaria attitudine coniugale.

Tornando serio, osservo che dal Cinquecento ai giorni nostri le varie proposte di riforma ortografica non hanno mai goduto di particolare fortuna (per ricorrere a un eufemismo). Il volenteroso tentativo di Goidànich, fondatore nel 1910 della “Società ortografica italiana”, comprende fra l’altro una netta preferenza per il accentato in tutti i casi, compreso sé stesso e sé medesimo, con le relative forme del plurale e del femminile. Ma il suo intero progetto, già bocciato sul nascere da Benedetto Croce, suscita una nutrita serie di perplessità da parte degli stessi addetti ai lavori, tanto da spingere persino Goidànich a conservare le norme ortografiche abituali nella sua grammatica scolastica del 1918. Alla base dei continui fallimenti ci sono vari motivi, a cominciare dal carattere tradizionalista dell’impianto ortografico di una lingua, e dello stesso insegnamento scolastico che lo tramanda. Proprio perché consapevole di questo fattore, Serianni ha evitato di puntare all’improbabile metamorfosi di un sistema attivo e radicato, ma si è impegnato invece a semplificare e razionalizzare un singolo elemento spurio di quel sistema, nella speranza che i media e più in generale gli scriventi italiani si rendessero conto dell’inutilità di scrivere il pronome personale in due modi diversi, e insieme si astenessero dal consentire una pur saltuaria coincidenza grafica di quel pronome con la congiunzione ipotetica se. Bene ha fatto Aragona a proseguire su questa strada con ottime argomentazioni, significativi riscontri bibliografici ed efficaci esempi, anche a costo di provocare qualche dispiacere ai più nostalgici. Questi ultimi potranno tuttavia obiettare che qualsiasi innovazione grafica, per quanto piccola, rappresenta comunque una difficoltà, e l’esperienza insegna che sostituire una difficoltà a un’altra si rivela spesso una fonte di oscillazioni.



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