Quale secolo americano?

Il “secolo” americano è stato in realtà un quarantennio, durato più o meno dal 1933 al 1973. Fu quello il periodo in cui gli Usa rappresentarono un modello che gran parte del mondo cercava di emulare o guardava con ammirazione. Ma quei giorni di gloria sono finiti da un pezzo. E oggi è indispensabile che gli americani prendano sobriamente atto del fatto che il posto degli Usa nel mondo non è più egemonico.

James K. Galbraith

Mio padre, l’economista John Kenneth Galbraith, crebbe in una fattoria in Canada. Emigrò negli Stati Uniti nel 1930 attraversando il lago Erie, e alla guida di una Model T arrivò alla scuola di specializzazione di Berkeley. Era il periodo della Grande depressione, delle tempeste di sabbia, delle baraccopoli chiamate Hoovervilles, della migrazione di “Okies” e “Arkies” 1 verso l’Ovest e di mezzadri neri dal Sud verso il Nord. In un diario mio padre annotò che da Lincoln, in Nebraska, fino al confine della California non c’erano strade asfaltate.

Solo quattro anni dopo, dottorato in mano, era a Washington a lavorare (per un’estate) nello staff dell’Agricultural Adjustment Administration, proprio mentre Franklin Roosevelt lanciava il vasto programma di ripresa nazionale, elettrificazione e occupazione, conservazione e costruzione, conosciuto come New Deal. Continuò poi a collaborare alla guida dello sforzo bellico in qualità di vicedirettore per i prezzi nell’Office of Price Administration. Successivamente contribuì a dare forma al Piano Marshall e più tardi alla Nuova Frontiera di John F. Kennedy e alla Grande Società di Lyndon B. Johnson 2, mentre i movimenti popolari conquistavano i diritti civili e di voto per i cittadini americani di origine africana.

In quei quattro decenni, la potenza, lo spirito democratico, la cultura popolare, il buon senso e la competenza statunitensi – negli affari, nell’ingegneria, nella scienza e nella tecnologia – si guadagnarono il rispetto del mondo. Per un certo periodo, l’America sembrò allineata alle forze del progresso e dell’indipendenza nazionale, mentre la reputazione del suo principale rivale, l’Urss, marciva. Persino da bambino, in India, percepivo l’amicizia tra questo Paese e il mio in un grande progetto di sviluppo economico e di riduzione della povertà. Una sensazione che provai ancora più forte da ragazzo, visitando Praga nel 1968 e facendo l’autostop in Romania, Jugoslavia e Francia nel 1970. I rumeni ci amavano perché non eravamo russi; i francesi – come mi disse un contadino dopo avermi ospitato per la notte nel suo granaio – perché nel 1944 i nostri eserciti avevano cacciato i tedeschi.

Quello fu il secolo americano.

L’assassinio di Kennedy nel 1963, un evento inimmaginabile, misterioso e sinistro, fece tremare l’immagine dell’America e, non essendo mai stato adeguatamente spiegato, continua a turbare la nostra coscienza nazionale. La guerra in Vietnam, che seguì e scaturì da quell’evento, mostrò al mondo un volto selvaggio. Nel 1968 ci furono altri omicidi, seguiti da rivolte e dallo scontro tra polizia e manifestanti alla Convention nazionale democratica di Chicago. Con Richard Nixon, Gerald Ford e Jimmy Carter, le cose peggiorarono: il Watergate, gli shock petroliferi, l’inflazione, la disoccupazione, la sconfitta militare, la crisi finanziaria a New York, la rivolta fiscale in California, la crisi degli ostaggi in Iran… L’immagine di progresso economico, competenza e chiarezza morale, che proiettava onestà, valori democratici e buona gestione, non sembrava più così progressista, né chiara, né onesta, né capace.
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CREDIT FOTO: ANSA / EPA PHOTO AFP/JOYCE NALTCHAYAN / PAL (s)


1 Rispettivamente abitanti dell’Oklahoma e dell’Arkansas. Tutte le note sono della traduttrice.

2 Con l’espressione “Nuova Frontiera” ci si riferisce al programma politico di John F. Kennedy così come da lui annunciato alla convenzione democratica di Los Angeles, il 14 luglio 1960. La “Grande Società” fu un insieme di programmi di riforme sociali del presidente Lyndon B. Johnson (che assunse la presidenza dopo l’assassinio di Kennedy), i cui obiettivi principali erano l’eliminazione della povertà e dell’ingiustizia razziale.


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