Segreti e verità sulla provincia

“In Provincia”, di Michele Brambilla, è un breve ma denso viaggio all’interno della complessità e delle numerose sfaccettature che compongono le diverse identità dell’Italia. L’autore racconta la realtà umana provinciale, fatta di miseria e nobiltà, che però mette al centro l’attenzione all’individuo in quanto persona, a differenza di quanto accade nelle grandi città.

Marilù Oliva

Michele Brambilla lavora nel mondo del giornalismo da sempre. Ha diretto quattro giornali e al momento scrive su La Repubblica, Huffpost e Oggi. Per la raffinata casa editrice Aragno ha pubblicato In provincia, un libro agile ma condensato – meno di 100 pagine stampate su carta pregiata. Il libro è diviso in tre parti ed è composto da narrazioni che vertono attorno alla provincia, intesa come atmosfera, attitudine, abitudine e sostanza, tanto da ergerla quasi a personaggio che si palpa tra le righe.
Del resto La Provincia è uno dei quotidiani che l’autore ha diretto e si evince che la conosce a fondo, anzi: proprio il giornalismo di provincia gli ha disvelato davvero le asperità e le bellezze del nostro caleidoscopico Belpaese. Non solo: Brambilla la sa raccontare molto bene, attraverso i resoconti di vite vissute, di abitudini, di cronache, di grandi eventi ma anche di dettagli:
“Piccolezze? Può darsi, ma ogni realtà umana è fatta di miserie e nobiltà e la provincia offre, a chi ci vive, accanto ai particolarismi, l’impagabile ricchezza di far sentire ciascuno un individuo, e non un numero, come avviene nelle metropoli italiane e ancor più in quelle americane o cinesi”
E così infatti è. Vivendo tra Parma e Luino, in quest’ultimo comune lui conosce per nome i negozianti, ad esempio, e ha mantenuto quella capacità di accorgersi dell’altro che stiamo perdendo nelle società sempre più frenetiche. Le realtà dispiegate sono tante: dalla bassa bergamasca a una Parma “antica e stupenda città”, caratterizzata da una doppia identità – di parmensi e parmigiani – dalla Rimini di felliniana memoria, al vercellese. E non può mancare la dotta Bologna, fatta di portici e osterie, la cui essenza non viene scalfita da frasi nostalgiche:
“ ‘Non c’è più la Bologna di una volta’ è il refrain di una città che sembra essersi avvitata nel gusto inerte del rimpianto, ma che continua a sedurre chi, ragazzo o consumato, arriva da fuori, e ne rimane così affascinato da non volersene andare mai più”.
L’autore è molto bravo a individuare “lo spirito” di ogni città, il suo afflato, la sua personalità. Senza rinunciare alla complessità che queste comunità comportano, comunità fatte di storia, sacrifici, scandali, lutti, condivisioni, personalità così dense e interessanti da essere talvolta divenute scelte cinematografiche per le ambientazioni. Collettività che hanno conosciuto in passato la fatica e la misera – bellissima la pagina sulle mondine! – o che si sono fatte irretire – penso alla parentesi leghista di Treviso, in cui Giancarlo Gentilini – due volte sindaco e due volte vice – si fece notare per le sue imbarazzanti uscite xenofobe:
“Ne ha dette e fatte tante. Un giorno si lasciò scappare che avrebbe usato gli extracomunitari come leprotti per i cacciatori e fu processato per istigazione all’odio razziale”:
Un libro estremamente interessante che ci farà conoscere meglio i nostri meravigliosi, sfaccettati territori (e i loro pittoreschi o illustri personaggi, ma anche la gente comune). Scritto in maniera scorrevole ed elegante, con uno stile che ben si accorda alla squisita fattura del libro.

 



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