Sembrava un sequestro, invece era esorcismo

L’allucinante storia di una giovane donna segregata per nove ore a Vicenza per un esorcismo. E il vergognoso racconto dei media.

Cinzia Sciuto

Questa è una di quelle storie davanti alle quali si dice: no, non è possibile, avrò capito male. E allora si legge, e si rilegge, e si cercano altre fonti, e si fanno passare dei giorni sperando in una smentita… ma niente, alla fine si deve ammettere sconsolati che no, non avevamo capito male. Questa storia si può raccontare in due modi. Il primo (che non leggerete da nessuna parte, ma che è quello che è accaduto) è il seguente:

Una giovane donna in preda a un evidente stato confusionale inizia a urlare e aggredire coloro che le stanno intorno. Alcune delle persone che assistono alla scena si barricano insieme alla donna in questione e la tengono segregata per ore, sottoponendola a una serie di azioni di cui non è dato sapere il contenuto, e impedendo alle forze dell’ordine e al personale sanitario, che nel frattempo era stato allertato, di entrare e soccorrere la donna, che alla fine, dopo nove ore, stremata, sviene. A quel punto le porte si aprono e la donna viene portata a casa.

In questa storia il giusto epilogo dovrebbe essere: le forze dell’ordine irrompono nel locale, arrestano i sequestratori e consegnano la donna evidentemente bisognosa di cure al personale sanitario. Ma questo epilogo non c’è, perché la storia invece è stata raccontata così, per esempio dal Corriere del Veneto:

Si è affacciata al frate confessore, nella «celletta» al piano interrato del Santuario della Madonna di Monte Berico, e la 28enne vicentina si è trasformata: urla, bestemmie e frasi inconsulte, pronunciate con voci e lingue diverse, compreso il latino, stando ai testimoni. Che, scioccati, domenica mattina hanno abbandonato la penitenzieria poi evacuata e chiusa. Lì dove sono intervenuti, perché chiamati da alcuni testimoni, poliziotti e ambulanza, rimasti però fuori dal santuario. La donna, senza più controllo, era una scheggia impazzita che si dimenava, aggrediva chiunque si avvicinasse, dal frate confessore alla mamma che ha schiaffeggiato. E correva da una parte all’altra, anche sopra i mobili. Vittima di un maleficio, posseduta dal demonio stando ai frati che hanno bloccato a fatica la donna e, chiamato il padre esorcista del santuario, l’hanno sottoposta al rito per liberarla. Un esorcismo durato nove ore, dalle 11 alle 20.30, con quattro frati coinvolti anche per dare assistenza, e un altro padre da fuori regione collegato in videoconferenza. Per il papà e fratello la 28enne doveva avere problemi di natura psichiatrica. «La chiave di salvezza è stata la madre, l’unica che ha capito che era sotto l’influsso del maligno» spiega padre Carlo Rossato, priore dei frati dell’ordine dei Servi di Maria intervenuto domenica. «Era una possessione vera e propria e solo a sera la situazione si è risolta: la ragazza è crollata fisicamente ed è stata riaccompagnata a casa».

Qual è la differenza fra le due versioni della storia? Che nella seconda i sequestratori sono dei frati e le nove ore di segregazione sono dei riti di esorcismo. E puf, all’improvviso diventa “normale” quello che invece è e rimane una inaudita violenza nei confronti di una persona che con tutta evidenza aveva bisogno di immediate cure mediche.

Che nel 2021, nella Chiesa “illuminata” di Papa Francesco, esistano ancora gli esorcisti è già scandaloso e meriterebbe una seria inchiesta per capire l’entità del fenomeno e metterlo definitivamente al bando.

Ancora più scandalosi, però, sono la piaggeria e l’assurdo atteggiamento acritico con cui queste storie vengono raccontate dai giornali. Invece di denunciare la violenza e pretendere che i responsabili, con la tonaca o senza, vengano puniti, si fa da megafono ai deliri irrazionali di chi, di fronte a evidenti problemi psichiatrici, blatera di demonio, possessione, maligno, riti di liberazione. In totale spregio non solo del più banale buon senso, ma anche dei doveri deontologici dei giornalisti: l’obbligo inderogabile di rispettare la verità sostanziale dei fatti e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone malate.



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