Cisgender sarà lei! Il genere fra identità e stereotipi

In base a cosa io sarei una cisgender? In che senso la mia “identità di genere” coinciderebbe con il mio sesso? Il timore è che rientrino dalla finestra tutti quegli stereotipi che con grande fatica avevamo cercato di buttare fuori dalla porta.

Cinzia Sciuto

Mi sento, dunque sono

Fino a non molto tempo fa pensavo di essere semplicemente un esemplare femmina della specie Homo sapiens, venuta al mondo in un’isola del mediterraneo alla fine degli anni mille, qualche centinaio di migliaia di anni dopo i miei antenati. Le femmine adulte della specie Homo sapiens si chiamano donne, dunque pensavo di essere una donna. Punto. Recentemente invece ho scoperto di essere, almeno così dicono i bene informati, una donna “cisgender”, ossia “una persona la cui identità di genere coincide con il sesso che le è stato assegnato alla nascita” (questa definizione è presa da Wikipedia ma mi pare rispecchi le diverse definizioni che circolano, giacché la parola non è – ancora – entrata nei vocabolari italiani). I corsivi sono miei, e indicano i due elementi chiave di questa definizione da cui scopro due cose.

La prima è che quando sono nata non sono state semplicemente riportate sul registro dell’ospedale le caratteristiche fisiche che gli operatori sanitari avevano osservato – il peso, la lunghezza, il sesso – ma una di queste caratteristiche, il sesso, mi è stato assegnato: sulla base di quali criteri? Le caratteristiche fisiche che venivano osservate o la scelta arbitraria dell’ostetrica? Ossia il sesso mi è stato “assegnato” come mi è stato “assegnato” il peso o come mi è stato assegnato il nome, quello sì arbitrariamente scelto dai miei genitori? Poiché nessuno direbbe mai che il peso alla nascita viene “assegnato”, deduco che dire invece che il sesso viene “assegnato” fa pendere la bilancia più dal lato dell’arbitrarietà, altrimenti francamente non si capisce la necessità dell’uso di questo linguaggio (tolti naturalmente i casi, comunque molto rari, in cui il bambino presenti un sesso incerto). Ma che il sesso mi sia stato assegnato alla nascita significa che me ne poteva essere assegnato un altro? Ossia, io sono un esemplare femmina di Homo sapiens perché l’ostetrica quel giorno ha deciso così o perché lo sono e basta?

La seconda cosa che imparo da quella definizione è che sono (sarei) “cisgender” perché la mia identità di genere coincide(rebbe) con quel sesso che l’ostetrica mi ha (non è dato sapere con quale grado di arbitrarietà) assegnato alla nascita. Qui le cose si complicano non poco. Si dice che la mia identità di genere – ossia il fatto che io mi senta donna o uomo – può coincidere o meno con il sesso. E come si misura il grado di “coincidenza” di questo “sentirsi” con quel dato (che però tanto dato non è perché è “assegnato”)? Per stabilire se la mia identità di genere coincide o meno con il mio sesso, pardon con il-sesso-che-mi-è-stato-assegnato-alla-nascita, devo sapere cosa caratterizza il genere femmina e cosa lo distingue dal genere maschio, altrimenti come faccio a verificare se coincide o meno con il sesso?

E qui casca l’asino. Perché le cose sono due: o il sesso è semplicemente un complesso di caratteristiche fisiche (DNA, gameti, caratteri sessuali primari e secondari) che nulla dicono su chi devi essere, come devi sentirti, come devi vestirti, quali desideri devi avere, quali pensieri devi fare, in altre parole nulla dicono sulla tua identità, lasciandoti libero di sviluppare la tua personalità come meglio ti aggrada; oppure al sesso, ossia a quel complesso di caratteristiche fisiche, si associa una serie di altre caratteristiche che in qualche modo dicono qualcosa su chi devi essere, come devi sentirti, come devi vestirti, quali desideri devi avere, quali pensieri devi fare, in altre parole dicono qualcosa sulla tua identità.

Nel primo caso c’è il sesso, e poi c’è la persona, con la sua identità-prisma, magmatica, in continua evoluzione, che con le sue caratteristiche fisiche (il sesso, ma non solo: il colore della pelle, l’altezza, la corporatura, l’età…) e gli altri dati di fatto che rappresentano la ineludibile cornice della sua vita (il luogo e l’epoca in cui capita di vivere, la classe sociale della propria famiglia…) intrattiene un rapporto di continua negoziazione personale che non ha bisogno di nessuna definizione. Nel secondo caso invece bisogna indicarle quelle caratteristiche che vengono associate all’essere maschi e femmine, altrimenti, ripeto, è impossibile stabilire una qualunque relazione di coincidenza, totale, parziale o nulla.

Si dice: ma non è una questione di coincidenza fra sesso e una serie di caratteristiche date una volta per tutte, ma di coincidenza fra sesso e la percezione che ciascuno ha di sé. Ma questo è solo un gioco delle tre carte che non sposta il problema di una virgola: la percezione che ciascuno ha di sé non è un sorta di magica intuizione innata e irrelata, ma il prodotto di una serie di valutazioni, confronti fra i miei stati interiori e un qualche criterio a cui io mi riferisco, non è uno stato mentale puro ma una relazione con il mondo che mi circonda. Tanto che la percezione che ho di me può cambiare anche molto rapidamente, a seconda delle circostanze e più volte nel corso della vita.

Ma prima di approfondire il modo in cui si stabilisce la coincidenza o meno della propria identità di genere con il sesso, mi preme fare una parentesi sul nesso fra fatti, percezioni e dimensione pubblica.

Fatti, percezioni e politiche pubbliche

Se certamente nessuno infatti può sindacare sul vissuto e la percezione di qualcun altro, altrettanto indiscutibile è che nessuno può pretendere che decisioni le cui conseguenze potenzialmente ricadono sulla collettività siano prese sulla base della percezione individuale. Se una persona di settant’anni si sente molto più giovane dell’età che ha, ha tutto il diritto di vivere, comportarsi, vestirsi come più le aggrada ma se un determinato screening medico è rivolto alle persone della sua età non potrà sostenere di non rientrare nel gruppo perché si “sente” più giovane. Certo, la medicina si sta sempre più orientando verso l’individualizzazione delle cure e in un futuro non molto lontano è possibile che i criteri per stabilire il profilo ideale per un determinato screening medico si raffinino, includendo valori più precisi che non il semplice riferimento all’età. Ma si tratterà pur sempre di valori oggettivi (ossia: misurabili), non di sentimenti o percezioni.

Per fare un altro esempio che ci fa tornare al nostro tema: attualmente nella stragrande maggioranza delle gare sportive una delle grandi distinzioni è fra maschi e femmine che di norma non possono gareggiare insieme. Questo perché mediamente donne e uomini hanno dotazioni fisiche diverse che renderebbe scorretto (a svantaggio di norma delle donne) farli gareggiare insieme. È possibile che in futuro anche in questo settore si vada verso una raffinazione dei criteri, come già accade per esempio nel pugilato dove, oltre alla distinzione fra maschi e femmine, le categorie sono divise per peso corporeo. Ma quali che saranno questi criteri (peso, altezza, quantità di ormoni eccetera) si tratterà pur sempre di criteri oggettivi (ossia: misurabili) e non di autodichiarazioni basate sulla percezione.

Allora, una cosa è dire che il sesso biologico è esso stesso una costruzione sociale e non ha nulla di oggettivo (come fa pensare l’espressione che il sesso viene “assegnato” alla nascita), un’affermazione priva di qualunque fondamento scientifico, un’altra cosa è dire che il sesso è un fatto non (sempre) rilevante (ma comunque un fatto). Questa seconda posizione merita di essere presa in considerazione perché è possibile che ci siano tutta una serie di situazioni, da verificare di volta in volta, in cui il fatto “sesso” è rilevante e altre in cui non lo è. Il punto centrale però è che nei casi in cui decidiamo che è rilevante, proprio perché è rilevante, non può essere lasciato all’arbitrarietà individuale.

Uno degli ambiti in cui per esempio l’indicazione del sesso è certamente rilevante è la medicina: per anni abbiamo denunciato come sia indispensabile avere dati disaggregati per genere per poter valutare con attenzione, per esempio, gli effetti di una determinata terapia sugli uomini e sulle donne. Indagare questi effetti ha conseguenze concrete sulla salute delle persone e se, poniamo, in un modulo per accedere a una sperimentazione medica viene richiesto il sesso vuol dire che è un dato rilevante ai fini della sperimentazione (come l’età, o in alcuni casi anche l’origine etnica) e allora non possiamo certo permettere che quel dato venga mistificato con l’indicazione arbitraria di un sesso diverso da quello reale o di non indicarne nessuno. Le conseguenze sulla salute delle donne sarebbero potenzialmente fatali. Ripeto: quando il dato non è rilevante, non è necessario dichiararlo, ma quando lo è, non può essere discrezionale

Se gli stereotipi di genere rientrano dalla finestra

Torniamo adesso alla questione dell’identità di genere e al modo in cui si definisce. La domanda chiave è: in base a cosa io dovrei valutare se mi “sento” uomo o donna (o nessuno dei due o qualcosa in mezzo fra i due)? Ma soprattutto: in base a cosa tu che mi guardi decidi che la mia identità di genere coincide con il sesso che mi è stato assegnato alla nascita, definendomi dunque una “cisgender”? Non certo in base ai caratteri sessuali secondari, perché quelli – proprio in base alla definizione di identità di genere – dicono solo del mio sesso, non della mia identità di genere. Dunque, in base a cosa? Il timore, grande quanto una casa, è che rientrino dalla finestra proprio tutti quegli stereotipi di genere che con grande fatica avevamo cercato di buttare fuori dalla porta.

Che all’essere una donna si attribuissero significati che andavano oltre il semplice essere un esemplare femmina della specie Homo sapiens l’ho scoperto ahimè crescendo. Per esempio quella volta che la mia vicina di casa (siamo in un paesino della Sicilia occidentale degli anni Ottanta) mi rimproverò perché fischiavo, e fischiare era una cosa da maschi. Ma per fischiare, pensavo io, non servono particolari organi genitali né uno specifico corredo cromosomico: serve solo saper mettere le labbra in un preciso modo, tale per cui quando l’aria passa fischia. La mia vicina doveva sbagliarsi, pensai. Oppure quelle innumerevoli volte che mi dicevano che sembravo un maschietto per i miei capelli corti: e di nuovo, pensavo io, cosa diavolo c’entra la lunghezza dei capelli con genitali, gameti, cromosomi XX e XY, che sono le uniche cose distinguono gli esemplari maschi dagli esemplari femmine di Homo sapiens?

Poi, crescendo ancora e soprattutto studiando, ho scoperto che l’associazione fra l’essere maschi o femmine della specie Homo sapiens e certi comportamenti, modi di essere, di vestirsi, di portare i capelli, di pensare – talvolta così forte da apparire “naturale” – fosse tutta una costruzione culturale e sociale, o se volete un fallacia logica che dall’essere (uomo/donna) faceva derivare un dover essere (ruoli e stereotipi di genere), che il femminismo (sempre sia lodato) aveva demolito riportando la questione alla sua, lapalissiana, semplicità: essere donna significa solo essere una femmina della specie Homo sapiens. Punto. Come poi ogni singolo esemplare femmina di Homo sapiens, ogni singola donna, voglia portare i capelli, vestirsi, scegliere il lavoro da fare, i luoghi da frequentare, le persone da amare eccetera erano tutte cose che con il suo essere donna non c’entravano assolutamente nulla. Sganciare il sesso biologico dai ruoli di genere è uno dei grandi meriti del femminismo, che ha liberato sì le donne, ma anche gli uomini rivelando loro che non c’era nulla di sbagliato se non corrispondevano alle aspettative che la società aveva nei loro confronti.

Ma allora, se all’essere donna o uomo non corrisponde nulla di preciso, cosa significa sentirsi donna o uomo? In gran parte delle storie di persone che sentono di appartenere a un sesso diverso da quello indicato dai loro organi genitali sono molto frequenti i riferimenti a una infanzia nella quale non è stato loro consentito di esprimere liberamente la propria personalità: bambini ai quali veniva detto di non mettere certi vestiti perché erano da femmine, bambine alle quali veniva detto che certe cose erano da maschiacci (come fischiare). Non ho naturalmente controprove, ma cosa accadrebbe all’identità di genere se i bambini venissero lasciati completamente liberi di esprimersi? E soprattutto se si iniziasse a dire loro che se, da maschi, vogliono fare ciò che viene considerato da femmine e viceversa, quello che non va bene sono quelle aspettative, non il loro corpo né la loro identità? Il sospetto è che, almeno per una gran parte dei casi, la questione dell’“identità di genere” si scioglierebbe come neve al sole. Il paradosso di coloro che vogliono mettere in discussione il cosiddetto binarismo di genere, è che non fanno che rafforzarlo: perché è in relazione a quei due generi (stereotipati) che tutto lo “spettro” che va dal cis al trans, passando per il fluid, il pangender e via così di categoria in categoria si definiscono.

Naturalmente ciascuno è libero di autodefinirsi come più gli aggrada. Da parte mia diffido chiunque dal darmi della donna cisgender. Sono una donna perché sono un esemplare femmina della specie Homo sapiens. Questo è quanto. Prevengo una obiezione: così riduci l’essere donna all’avere un utero! Questo è riduzionismo biologista! Questa obiezione è completamente priva di senso, sarebbe come dire che si riduce l’essere umano all’avere due gambe se si afferma che gli esseri umani sono dei mammiferi bipedi. Quando si dice che “essere donna non si può ridurre ad avere un utero” si dice naturalmente una sacrosanta verità, esattamente come quando si dice che essere umani non si riduce ad avere due gambe, ma si tratta di affermazioni che stanno su un piano semantico completamente diverso, e proprio per questo sono entrambe vere. Fatta questa doverosa precisazione, torno ad affermare: sono una donna perché sono un esemplare femmina della specie Homo sapiens. Come io mi “senta” è affar mio e il mio essere in perfetta armonia con il mio corpo o il sentirmi invece completamente a disagio non è un elemento dato una volta e per sempre. A seconda delle situazioni, dei momenti della vita, dell’età il grado di sintonia fra me e il mio corpo oscillerà all’interno di una infinita gamma di combinazioni possibili, senza che nessuna di esse abbia bisogno di essere definita e soprattutto senza che nessuna di esse abbia bisogno di negare, mistificare, cancellare o ignorare i dati di fatto. Io non ho una identità di genere. Ho una identità e basta, composta dalla miriade di fili con i quali ogni giorno tesso la tela della mia vita.

PS: Questo articolo incrocia il dibattito sul ddl Zan perché quest’ultimo utilizza l’espressione “identità di genere” che qui ho cercato di sottoporre a critica, ma non è un articolo sul ddl Zan, sul quale mi sono espressa qui.



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