Nulla è come appare: sesso, preti e ipocrisia. Intervista a Marco Marzano

Gli scandali di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica non rappresentano singoli episodi di deviazione ma sono il frutto della cultura della quale i preti vengono imbevuti nei lunghi anni che trascorrono nei seminari. Uno studio sociologico fondato su numero interviste cerca di penetrarne i misteri.

Cinzia Sciuto

Nonostante il calo delle vocazioni (che però interessa in realtà solo alcune zone del mondo), ad oggi ci sono più di duecentomila ragazzi e giovani uomini nei seminari cattolici. Luoghi nei quali vengono formati i futuri soldati della Chiesa: i preti. Una vera e propria casta, distinta dal resto dei credenti, la cui esistenza è strettamente legata a quella della Chiesa stessa.  In La casta dei casti. I preti, il sesso e l’amore (Bompiani, 2021) il sociologo Marco Marzano, profondo conoscitore della Chiesa cattolica, grazie a decine di testimonianze di preti, ex preti, seminaristi, formatori, cerca di penetrare quello che accade in questi luoghi. La tesi centrale del libro è che la cultura nella quale i sacerdoti sono formati costituisca il perfetto brodo di coltura per abusi e scandali sessuali, che dunque non sono affatto episodi isolati ma il frutto di un sistema. Al centro della quale c’è, grande come un elefante che tutti sanno esserci ma che tutti fanno finta di non vedere, il sesso.

Marco Marzano

Il celibato dei preti è uno dei temi che spesso ricorre nelle richieste di riforma della Chiesa. Nel libro tu sostieni la tesi che esso rappresenti un elemento centrale per mantenere in piedi l’intera struttura ecclesiale: perché è così importante?

La principale ragione per cui il celibato e la castità dei preti sono così importanti risiede nel fatto che questi sono i pilastri su cui viene costruita la sacralità dell’istituzione. La “casta dei casti” si presenta come un’associazione di eroi, come un manipolo di uomini ai quali Dio ha conferito un potere del tutto speciale: quello di saper controllare le proprie emozioni e tenere a bada i propri desideri. Da questa presunto sacrificio, dalla mortificazione della carne e del cuore, dalla repressione sessuale e affettiva di cui i preti sarebbero capaci nasce la pretesa di superiorità della Chiesa, la sua santità e quindi il diritto dei suoi pastori a guidare il gregge dei fedeli. Nel libro esamino altre ragioni che inducono la Chiesa a confermare il celibato obbligatorio, ma questa è, secondo me, certamente quella decisiva.

Nel libro più volte si leggono frasi come: “Fin qui la verità ufficiale, nella realtà…”. La doppia morale, l’ipocrisia sistematica non sono solo effetti collaterali di quella che tu chiami “cultura celibataria”, ma il suo cuore pulsante. Ciò che infatti non viene tollerata non è tanto la violazione delle regole (per esempio quella della castità: seminaristi e preti praticano molto sesso) quanto la messa in discussione pubblica di quelle regole.

È proprio così. Chi guida la Chiesa sa benissimo, per esperienza anche personale, che la regola della castità non può essere davvero rispettata. E non può esserlo, da un lato, perché è disumana, dal momento che priva gli individui di una facoltà, quella di amare e di essere amati, connaturata all’esistenza e insopprimibile, dall’altro perché, ove mai fosse fatta propria da qualche prete, dovrebbe essere sostenuta da un idealismo incrollabile, da una fede assoluta nell’organizzazione e nella legittimità delle sue pretese. Quel che invece la stragrande maggioranza dei sacerdoti capisce con il passare del tempo è che a Dio della loro castità non importa nulla e che la Chiesa ne fa un uso essenzialmente strumentale e cinico, per conservare il proprio potere. Pur essendo giunti a questa conclusione, i presbiteri cattolici sanno benissimo che se rendessero pubblica questa verità si metterebbero nei guai. E quindi rinunciano a farlo. È la stessa dinamica che troviamo nei regimi totalitari, proprio identica.

Che ruolo svolgono i seminari nella perpetuazione di tale cultura? Che cosa imparano davvero in seminario i futuri preti?

I seminari svolgono un ruolo decisivo nella trasmissione e nel consolidamento di questa cultura. Sono la “fabbrica del clero”, il luogo dove anche i più ingenui tra i candidati al sacerdozio apprendono, lentamente ma inesorabilmente, le arti della doppiezza e della dissimulazione.

Omofobia e omofilia nella Chiesa sono, scrivi, due facce della stessa medaglia: cosa intendi?

Questo è un dato di fatto. La Chiesa è al tempo stesso sia l’organizzazione più radicalmente omofoba, quella che nel mondo con maggiore determinazione combatte i diritti dei gay considerando l’omosessualità alla stregua di una malattia, il sintomo di un grave disordine, che il luogo, tutto inesorabilmente maschile, nel quale i gay vengono accolti con affetto.  A patto naturalmente che tengano celato il loro orientamento sessuale. Ed è questo in definitiva quello che la Chiesa dice ai gay di tutto il mondo: nascondetevi, evitate di esibire pubblicamente la vostra omosessualità, fatene, come fanno la stragrande maggioranza dei nostri preti, un fatto intimo e privato. O ancora meglio: fatevi preti, perché è tra le fila del clero che la vostra omosessualità diventerà semplicemente irrilevante, dal momento che nessuno sarà autorizzato a chiedervi conto dei vostri desideri o di quello che fate tra le lenzuola. Da questo punto di vista, il fato che oggi l’omosessualità sia sempre più diffusamente accettata in società riduce significativamente le chances di reclutare nuovo clero. È anche per questo che la Chiesa si oppone con tanta decisione al riconoscimenot dei diritti dei gay.

Uno degli elementi centrali della “cultura celibataria” alimentata sistematicamente nei seminari è la misoginia: che forma assume?

La misoginia è un aspetto centrale della cultura clericale. Le donne vengono presentate ai giovani seminaristi come creature estranee e pericolose. Questo non significa che alcuni preti poi non riescano, nel corso della vita, a costruire con esse delle relazioni autentiche. Ma in tanti di loro rimane vivo un pregiudizio antifemminile molto forte, che porta ad adorare e mettere su un piedistallo la Madonna e la propria mamma e a considerare inferiori e minacciose tutte le altre donne.

Scrivi che la Chiesa cattolica è una struttura profondamente antimoderna: cos’è che rende questa struttura millenaria così in antitesi con la modernità?

È una domanda da un milione di dollari, che richiederebbe una risposta lunga e articolata. Mi limito a dire, rimanendo al tema del libro, che se quella moderna, come ci ha suggerito il filosofo canadese (e cattolico peraltro) Charles Taylor è la cultura dell’autenticità, l’inautenticità che la Chiesa di fatto promuove tra i ranghi del suo clero è squisitamente antimoderna, rappresenta la quintessenza della sua antimodernità militante.

Fra le tue ricerche sociologiche sulla Chiesa, confessi che questa è stata la più difficile: Perché? Quali difficoltà hai incontrato? Quali fonti hai usato?

È stata certamente la mia ricerca più difficile perché è stato complicatissimo trovare delle persone disposte a raccontare la verità, superare la barriera del silenzio e della riservatezza. Come racconto nel secondo capitolo del libro, la ricerca è iniziata dieci anni fa, quando ho incontrato i primi sacerdoti disposti a rivelarmi quello che era davvero loro successo negli anni del seminario e dopo. E insieme a loro ho iniziato a incontrare delle persone, uomini e donne, che avevano avuto delle relazioni, spesso molto deludenti, con dei sacerdoti. Mi si è spalancato dinanzi un mondo segreto che ho poi deciso di esplorare in modo più sistematico negli ultimi quattro anni, andando a “pescare” sacerdoti ed ex sacerdoti da intervistare ad ogni latitudine della Penisola, da nord a sud, con la determinazione di un mastino, convinto di essere sulle tracce di un tema decisivo per capire la natura e il funzionamento della Chiesa Cattolica.

In molti, soprattutto in ambienti progressisti, considerano Francesco un papa innovatore. Tu al contrario ritieni che il papa argentino abbia innovato solo gli aspetti comunicativi del magistero, ma nella sostanza la Chiesa di Francesco è in perfetta continuità con quella dei suoi predecessori. Anche in relazione ai temi che affronti in questo libro – formazione dei preti, sessuofobia, omosessualità, misoginia – non è cambiato nulla con Francesco?

Direi proprio di no, che non è cambiato nulla. A parole il papa argentino tuona di sovente contro il clericalismo, ovvero contro l’attitudine del clero a considerarsi un ceto privilegiato, superiore ai laici. Nei fatti però egli non ha promosso, su questo terreno, nessuna riforma e anzi ha gettato al vento la straordinaria occasione storica di introdurre una deroga all’universalità del celibato obbligatorio del clero ordinando sacerdoti uomini sposati. A chiedergli quella deroga erano stati, attraverso i loro vescovi, i cattolici residenti nella regione amazzonica al termine di un Sinodo voluto dallo stesso pontefice e che ha attirato l’attenzione (e sollevato le speranze) del mondo intero. La risposta del papa è stato un “No” deciso e su tutta la linea, in tutto simile a quello formulato qualche settimana prima dal suo predecessore Ratzinger e dal Cardinal Sarah nel libro “Dal profondo del nostro cuore”.

C’è qualcosa che hai scoperto con questa ricerca e che non avresti mai immaginato?

Beh come sempre quando si fa ricerca sociale la scoperta più entusiasmante è stata quella derivata dall’ascolto di tante biografie formidabili come lo sono sempre quelle degli esseri umani. La narrazione di una vita è sempre un regalo, un preziosissimo dono che un intervistato fa a chi gli sta dinanzi con un registratore acceso, soprattutto se quest’ultimo è disposto a farla risuonare dentro di sé apprezzandone l’unicità e la bellezza. Non c’è gratitudine sufficiente che possa ricompensare per intero questa meraviglia.

 

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