Paolo Bettineschi su Severino e il capitalismo

Nell'ambito della complessa eredità del pensiero di Emanuele Severino occorre collocare anche le sue riflessioni sul destino politico ed economico del mondo. Se ne è occupato recentemente Paolo Bettineschi in "Tecnica, capitalismo, giustizia. Dieci lezioni su Severino" (Morcelliana, 2022).

Emanuele Lepore

Tecnica, capitalismo, giustizia. Dieci lezioni su Severino (Morcelliana, 2022) di Paolo Bettineschi è un libro di agevole lettura, dedicato alla disamina di una tra le più rilevanti proposte filosofiche della contemporaneità, avanzata da Emanuele Severino. Più precisamente, Bettineschi sollecita il discorso severiniano nel suo riguardo etico-politico, soffermandosi sulle riflessioni che l’autore de La struttura originaria (1958) ha rivolto ai temi della tecnica, del capitalismo e della giustizia. E sono da ricondursi allo specifico oggetto d’indagine selezionato, almeno a nostro parere, le tensioni teoriche che pure attraversano le pagine di Bettineschi e ne rendono proficua la lettura. Insisteremo su di esse, presentando brevemente il contenuto del libro.

Per definirne il primo snodo problematico, è il caso di ricordare che il pensiero di Severino si è nutrito di un perenne confronto con la filosofia antica, da cui ha tratto il proprio interesse per la forma incontrovertibile del sapere filosofico e per la «portata interale» di quest’ultimo (p. 13). La possibilità di «applicazioni» (ibidem) etico-politiche delle riflessioni di Severino dovrebbe essere garantita anzitutto dallo stretto legame che queste hanno con quel pensiero che, sin dal suo sorgere, si rivolge ai «concetti del Tutto, dell’Essere, della Verità, della Necessità, della Giustizia» (p. 14). Se, come riconosce Bettineschi, «il senso della giustizia e dell’ingiustizia su cui si concentra il primo pensiero greco è un senso determinato in chiave ontologica» (ibidem), lo stesso giudizio può essere formulato a proposito del pensiero di Severino, che in ciò mostra un orientamento essenzialmente antico: i problemi che innervano la vita umana, anche nei suoi ambiti politici e sociali, sono direttamente ricondotti ad una dimensione prettamente ontologica.

Anche a beneficio di chi non abbia frequentato i testi severiniani, Bettineschi ricorda opportunamente che l’essenza del nichilismo occidentale è in essi più volte riferita allo epamphoterízein: all’oscillazione tra l’essere e il nulla delle cose, che non sono immutabili e, sorgendo dal nulla, a esso in fine ritornano. Questa figura, già centrale per il pensiero platonico, non consuma un errore di interpretazione dell’intuizione ontologica del “venerando e terribile” Parmenide, bensì la prima ingiustizia che ha dato forma alla coscienza “folle” dell’occidente. Descrivendo con questo oscillare il destino delle cose, mortificate nella loro eternità dall’evidenza del divenire, si smarrisce infatti la verità dell’essere: l’eternità dell’essere e di tutti gli essenti lascia il posto alla nientità di ciò che è. Così, secondo Severino, la filosofia occidentale, nell’istante in cui apriva gli occhi sul cuore inconcusso della verità, rinunciava alla propria vocazione di sapere incontrovertibile, chinando il capo alla tecnica, al sapere che pretende di gestire l’oscillazione delle cose fra l’essere e il nulla. Dando ascolto al “sottosuolo filosofico” occidentale, la tecnica sopravanza tanto la filosofia quanto le religioni nel porsi come manifestazione della volontà di potenza, «di trasformare le cose del mondo in senso conveniente a quello che noi desideriamo» (p. 23). Smarrito il senso originario dell’essere, l’occidente reagisce tecnicamente all’insorgere dell’errore che esso stesso ha prodotto, affermando la propria potenza di contro all’angoscia che attanaglia la coscienza su cui incombe il nulla.

Alla tecnica e al rapporto tra sapere incontrovertibile e ipotetico Bettineschi dedica le prime tre lezioni del libro, soffermandosi sulle somiglianze – da lui ritenute fuorvianti – tra il pensiero di Severino e quello di un altro autore del canone filosofico novecentesco: Martin Heidegger.

Se abbiamo qui genericamente richiamato alcuni tratti costitutivi della parabola filosofica severiniana, è perché alla luce di essi è più facile comprendere perché Severino pensi il capitalismo in termini di una “forza tradizionale” tra le altre, come tutte subordinata alla tecnica – o in procinto di essere da questa trasformato in qualcosa d’altro (è la tesi portante di Capitalismo senza futuro, Rizzoli 2012).

È nella reductio ontologica che Severino fa del capitalismo che, secondo noi, risiede l’insufficienza di questa prospettiva nel fare i conti con le questioni che innervano le società contemporanee. Di ciò è rappresentativa la priorità che Severino riconosce alla tecnica sul capitalismo, che è in ciò appaiato al comunismo sovietico (Bettineschi si intrattiene nella sesta lezione sul modo in cui il pensiero severiniano si è rappresentato “il crollo del comunismo”). In questo senso, la contraddizione registrata dalla teoresi severiniana all’interno delle società capitalistiche sarebbe quella tra mezzi e scopi, invertiti nel promuovere lo sviluppo a briglia sciolta di ciò che il Severino de La tendenza fondamentale del nostro tempo (1988) definisce “Apparato tecnico-scientifico”.

Nella sua ultima lezione, Bettineschi non manca di notare che definire il capitalismo come «quella forza o quella potenza che, semplicemente, vuole aumentare sopra ogni altra cosa il profitto privato», come fa appunto Severino, sia discutibile. Tuttavia, ci pare che la critica vada radicalizzata. Alla lettura severiniana del capitalismo, infatti, Bettineschi rimprovera lo smarrimento del concreto, che non dovrebbe essere rinvenuto nel «capitalismo come soggetto di pensiero e desiderio che vuole l’incremento indefinito del profitto privato», bensì negli «esseri umani che vivono (che scelgono di vivere) in termini più o meno capitalistici» (p. 137, corsivi nostri). Individuare il concreto da cui dovrebbe prendere le mosse l’analisi scientifica del capitalismo nel «pensiero pensante che ogni essere umano è nella sua determinatezza individuale» (p. 141), infatti, non risolve il nucleo del problema. Anche in questa seconda prospettiva, infatti, si risospinge il capitalismo verso una grandezza ontologica, non cogliendo la storicità e la socialità di un modo di produzione, la contingenza di una specifica forma di organizzazione sociale. Potrebbe non essere privo di utilità ridiscutere la comprensione che Severino ha del marxismo, in quanto disamina scientifica del modo di produzione capitalistico. Soprattutto se, come Bettineschi, si ha a cuore il tema del rapporto tra desiderio e soggettività – si veda il suo L’oggetto buono dell’Io (Morcelliana 2018) –, una comprensione dei rapporti di dominio che attraversano la società contemporanea dovrebbe sì superare la lettura severiniana della tecnica come potenza trascendentale (come l’autore in queste lezioni vede), ma puntando alla forma di merce a cui anche quest’ultima non sfugge.

 

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