Sfollati interni: il 2020 registra un nuovo record

Violenze, conflitti e disastri ambientali hanno generato, nel corso del 2020, 40 milioni di sfollati interni. Il drammatico quadro a livello mondiale nell’ultima edizione del Global Report on Internal Displacement.

Ingrid Colanicchia

Durante il 2020 si sono registrati 40 milioni e mezzo di nuovi sfollati interni, vale a dire civili costretti a lasciare le proprie case ma che, a differenza dei rifugiati, restano all’interno del Paese di origine: 30 milioni e 700 mila persone sono state obbligate a fuggire a causa di disastri ambientali; 9 milioni e 800 mila persone a causa di violenze e conflitti. Alla fine dell’anno c’erano nel mondo 55 milioni di sfollati interni: 48 milioni a causa di violenze e conflitti (dato più alto mai registrato) e 7 milioni a causa di disastri ambientali. Tra essi, 7,2 milioni sono bambini fino ai 4 anni di età; 12,8 milioni bambini e ragazzi tra i 5 e i 14 anni; 10,5 milioni hanno tra i 15 e i 24 anni; 22 milioni tra i 25 e i 64 anni e 2,6 milioni più di 65 anni.

È la fotografia, drammatica, che ci consegna l’ultimo rapporto dell’Internal displacement monitoring centre (Idmc), diffuso il 20 maggio scorso.

La maggior parte dei nuovi sfollati a causa di violenze e conflitti si è registrata in Africa subsahariana (6,8 milioni) e Medio Oriente e Nord Africa (2 milioni e 100 mila persone). Come negli anni precedenti, i Paesi più interessati sono stati Repubblica Democratica del Congo, Siria ed Etiopia. La maggior parte dei nuovi sfollati a causa di disastri ambientali si è registrata invece in Asia orientale e Pacifico (12 milioni e 100 mila persone) e in Asia meridionale (9 milioni e 200 mila persone), dove cicloni tropicali, piogge monsoniche e inondazioni hanno colpito aree altamente esposte in cui vivono milioni di persone. Molti sfollati hanno abbandonato le proprie case per evacuazioni preventive ma l’estensione della distruzione suggerisce che in tanti affronteranno una prospettiva di sfollamento di lunga durata (e la pandemia di Covid-19 non ha fatto che aggravare la situazione, essendo ancora più difficile, in ambienti affollati come i centri di evacuazione, mantenere la distanza e garantire adeguate misure igieniche).

I disastri ambientali non hanno risparmiato neppure le Americhe, dove circa 4 milioni e mezzo di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case: negli Stati Uniti soprattutto a causa di incendi; in Guatemala, Honduras e Nicaragua, a causa di una intensissima stagione di uragani atlantici.

Lo sfollamento in caso di catastrofe è insomma una realtà globale e un evento quotidiano. Secondo l’Internal displacement monitoring centre, dal 2008 si registra ogni anno una media di 24,5 milioni di nuovi spostamenti: significa 67 mila ogni giorno.

Il principale mito da sfatare è che lo sfollamento in caso di catastrofe sia di breve durata e che, superata la fase critica, le persone facciano sempre rapidamente ritorno alle proprie case. Un’idea alimentata anche dall’assenza di dati relativi alle fasi successive all’emergenza. Le informazioni a disposizione, sottolinea l’Internal displacement monitoring centre, suggeriscono infatti che molti non siano in grado di tornare in tempi brevi. Ad esempio, in Bangladesh sono quasi 300 mila le persone ancora sfollate a seguito del ciclone Amphan del maggio 2020.

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L’impatto economico di questi spostamenti obbligati è stimato, per il 2020, in quasi 20,5 miliardi di dollari. La cifra include, per ogni sfollato, le spese per la casa, l’istruzione, la salute, la sicurezza e il mancato guadagno per un anno di sfollamento. Non prende invece in considerazione le conseguenze a lungo termine del fenomeno per l’economia o il suo impatto sulle comunità ospitanti e sulle comunità di origine.

L’impatto economico medio per ogni sfollato interno, calcolato sulla base dei dati di 18 Paesi, è di circa 370 dollari all’anno. La cifra varia dai 109 dollari dell’Afghanistan agli 830 dollari della Siria e dipende dalle differenze a livello di bisogni e dal costo stimato per soddisfarli (nei Paesi in cui il reddito nazionale è più alto, per esempio, anche l’impatto economico derivante dalla perdita di mezzi di sussistenza è maggiore). Nel caso di crisi prolungate e su larga scala in Paesi con economie più piccole, questo impatto può corrispondere a una parte significativa del prodotto interno lordo, come in Somalia per esempio, dove si aggira intorno al 20 per cento del pil.

«Queste cifre – spiega l’Internal displacement monitoring centre – si basano su informazioni relative a crisi determinate da conflitti protratti. La maggior parte degli sfollati interni, tuttavia, non si produce a seguito di questo tipo di situazioni. Gli impatti economici di spostamenti di piccola scala e a breve termine provocati da catastrofi tendono a non essere monitorati. Non siamo ancora stati in grado di calcolare questi impatti, ma aggregati a livello globale essi arriverebbero a miliardi di dollari».

[Nella foto, bambini sfollati in Yemen, marzo 2021. Credit Image: © Xinhua via ZUMA Press]



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