Sfrattati dalla Corte Suprema

Negli Stati Uniti la decisione sulla moratoria degli sfratti rischia di gettare milioni di persone vulnerabili – soprattutto neri, donne e minoranze – sulla strada.

Elisabetta Grande

Lo sprezzo per i più deboli dimostrato da una Corte Suprema a stragrande maggioranza conservatrice non smette davvero di stupire. Si è da poco riportata su questa rivista la notizia della recentissima decisione che costringe i richiedenti asilo alla frontiera degli Stati Uniti col Messico, arrivati da paesi terzi, ad attendere lì il responso dei giudici sulle loro domande, col risultato di esporre migliaia di migranti alle violenze che vengono su di loro regolarmente perpetrate. A pochi giorni di distanza una nuova sentenza della Corte Suprema si abbatte sui più vulnerabili. Si tratta questa volta di deboli nazionali: poveri – quindi soprattutto neri, donne e minoranze – ai quali non è più consentito avvantaggiarsi della proroga dello sfratto per morosità, che fino a ieri li tutelava dal finire sulla strada.

Il problema casa è uno dei più gravi negli Stati Uniti, in cui il numero di coloro che ne sono senza è esagerato: molto più alto di quei 600.000 calcolati nelle statistiche ufficiali, come ben sanno coloro che della questione si occupano sul serio. Già prima della pandemia la cifra riportata dal National Law Center on Homelessness and Poverty superava ad esempio le 10 milioni di persone e nel 2017 il National Center for Education Statistics riportava come vi fossero 1.35 milioni di bambini homeless nelle scuole statunitensi, mentre lo U.S. Department of Housing and Urban Development, già nel 2012, calcolava in 2 milioni e mezzo i bambini senza fissa dimora, corrispondenti a un bambino americano su 30.

i fronte a questi dati e al fatto che una delle principali ragioni dell’aumento dei senza casa è legata alla difficoltà per i più deboli di pagare affitti troppo alti – che possono facilmente raggiungere addirittura il 70% del loro reddito – ciò che comporta una cifra di sfratti da capogiro (“Le persone che in questo Paese ne subiscono uno – scrive Matthew Desmond in un libro di agghiacciante realismo vincitore di molti premi – non si contano in centinaia o in migliaia, ma in milioni”[1]) , giovedì 26 agosto la SCOTUS ha dichiarato illegittima la moratoria sugli stessi, che era stata prorogata dall’amministrazione Biden il 3 agosto e che avrebbe dovuto durare fino al 3 di ottobre di quest’anno.

Un primo blocco degli sfratti – destinato a durare fino al luglio del 2020 – era stato votato dal parlamento all’inizio della pandemia. Dopo di allora la palla era passata all’agenzia nazionale per la protezione della salute – i C.D.C. (Centers for Disease Control and Prevention) – che lo aveva rinnovato autonomamente, basando la sua legittimazione ad agire su una legge del 1944 relativa al servizio pubblico sanitario (Public Health Service Act). Secondo la lettura dei C.D.C. tale normativa avrebbe, infatti, conferito loro l’autorità di intervenire per evitare la diffusione della pandemia, che altrimenti sarebbe stata alimentata dall’aumento delle persone senza fissa dimora. “Sarebbe strano che un governo, per combattere l’infezione, possa avere l’autorità di obbligare a stare in casa un inquilino e non anche quella di proibire che i proprietari di casa lo sbattano fuori”, sosterrà invano l’agenzia di fronte alla SCOTUS nell’agosto di quest’anno.

L’ultima moratoria decretata dai C.D.C., appoggiata a dicembre anche dal Congresso, aveva preso avvio a settembre e fra una proroga e l’altra era arrivata fino al 31 luglio 2021. Già a giugno però la legittimazione dei C.D.C. a prorogare la stessa era stata messa pesantemente in dubbio dalle associazioni dei proprietari di casa e delle società immobiliari, che erano risultate sconfitte di fronte alla Corte Suprema per un solo voto, quello di Brett Kavanough, che tuttavia aveva fatto presente come non avrebbe più accettato ulteriori proroghe se non decise dal Congresso. Il 3 agosto, dopo che il parlamento statunitense non era riuscito a votare una moratoria – nonostante Cori Bush, rappresentante democratica alla Camera del Missouri, avesse dormito per notti e notti sui gradini di Capitol Hill nel tentativo di sensibilizzare i lawmakers sul punto – Biden aveva deciso di far comunque ancora intervenire i C.D.C. con un nuovo differimento fino al 3 ottobre. Si trattava di una procrastinazione che copriva tutte le aeree a forte rischio covid19, equivalenti a circa il 91% del territorio statunitense. È quest’ultima proroga che giovedì scorso è finita sotto attacco di fronte alla SCOTUS, la quale – 6 voti contro 3 – ha questa volta negato la legittimazione dei C.D.C. ad agire sulla base della legge del 1944, ponendo così nel nulla il blocco degli sfratti che stava salvando dalla strada milioni di persone negli Stati Uniti.

Ancora una volta, dunque, la SCOTUS prende posizione a favore dei forti contro i deboli, perché se è vero che alcuni proprietari di casa sono poco più ricchi degli affittuari, la maggioranza di loro ha fatto grandi affari anche nel periodo di covid19. Il rapporto del gruppo Accountable. US chiarisce per esempio come le grandi compagnie proprietarie di casa, non solo abbiano fatto lobby in Congresso nel corso di quest’anno spendendo circa 18 milioni di dollari per contrastare le moratoria (ciò che può spiegare il ricordato immobilismo del Congresso sul punto), ma abbiano anche riportato forti o stabili profitti. Un chiaro esempio è costituito da Mid-America Apartment Communities, che rappresenta il 13% del mercato e che è la più grossa compagnia di appartamenti in proprietà. La società ha dichiarato di avere incassato nel 2021 il 99.1% dei suoi affitti e visto aumentare – a metà anno – i suoi profitti di 30 milioni di dollari. Nel 2020 il CEO di MAA ha, d’altronde, ricevuto uno stipendio pari a 4.7 milioni di dollari.

Le persone a rischio di finire prossimamente per strada a causa della decisione della SCOTUS di giovedì scorso sono stimate in milioni: sarebbero addirittura 11 milioni gli inquilini indietro nel pagamento degli affitti. Se alcuni Stati come New Jersey o Virginia, con moratorie proprie, hanno provveduto a tutelare i poveri dal rischio di perdere la casa, altri come New York stanno in questi giorni cercando di farvi fronte. Altri ancora, invece, hanno già permesso gli sfratti, come il Texas, il Tennessee o l’Ohio, gli ultimi due forti della decisione del Federal District of Tennessee che aveva anticipato la presa di posizione della SCOTUS. Solo un’accelerazione dell’aiuto federale agli inquilini bisognosi attraverso i fondi a ciò predisposti, ma ad oggi all’89% non ancora erogati, potrebbe evitare il peggio.

Gli Stati Uniti scontano una politica di sussidio per la casa per chi è bisognoso a dir poco disastrosa. Passando per l’abbandono di ogni pratica di equo canone o controllo degli affitti – che pur a suo tempo esisteva – gli States, inaugurano, soprattutto con Ronald Reagan, una fallimentare politica dei voucher (buoni conferiti agli indigenti per pagare parte dell’affitto). Con Clinton mettono poi in atto la ancora più rovinosa partnership pubblico/privato, che provoca lo smantellamento di una notevole quantità di case popolari, sostituite con abitazioni miste ricchi/poveri e la conseguente notevole diminuzione degli appartamenti per i meno abbienti, unita al tracollo dell’ideale paternalistico di “inclusione” di questi ultimi nel mondo dei primi (per maggiori approfondimenti mi permetto di rinviare al mio, “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America”, Ega 2017, p.69 ss.).

Il drammatico risultato è che oggi l’accesso a una casa popolare o a basso costo è praticamente bloccato al punto che, ad esempio, nel 2017 a Los Angeles, dopo ben 13 anni di attesa, si era finalmente aperta una finestra per partecipare a una lotteria fra poveri per giocarsi il tetto sulla testa!

È questo il quadro in cui si inserisce la cinica pronuncia della Corte Suprema che, facendo leva su questioni di tecnica interpretativa, pare indifferente alla disperazione dei troppi che dopo la sua decisione verranno sfrattati. Uno sfratto significa perdere tutte le proprie cose, abbandonare una comunità di riferimento, spostare di scuola i propri bambini, perdere il lavoro nella destabilizzazione che ne deriva, entrare in una spirale di depressione alla ricerca di un luogo in cui vivere e finire spesso, almeno per un certo periodo, a dormire in un pubblico dormitorio, per strada o in macchina. Dura lex sed lex, dice però la Corte Suprema, dimostrando ancora una volta quanto la lex possa essere crudelmente interpretata in maniera assai lontana dai bisogni dei più vulnerabili.

[1] M. Desmond, Evicted. Poverty and Profit in the American City, 2016 Random, p 259, tradotto in italiano per i tipi della nave di Teseo nel 2018 col titolo Sfrattati. Miseria e profitti nelle città americane.

 

(credit foto Elvert Barnes CC BY-SA 2.0 via Wikimedia Commons)



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