Durante il lockdown sfrattate 14 famiglie al giorno. Nel silenzio

Intervista a Walter De Cesaris, segretario nazionale di Unione Inquilini. Nel 2020 emesse inoltre 32.500 nuove sentenze di sfratto. “Situazione drammatica. E il peggio deve ancora arrivare”.

Daniele Nalbone

Sono 32.500 le nuove sentenze di sfratto emesse nel 2020. Malgrado la pandemia e il lockdown. Di queste, 28mila – quasi il 90 percento – sono per morosità. E nonostante i provvedimenti per la sospensione delle esecuzioni forzate dovuti alla pandemia, sono stati oltre cinquemila (5270, in media 14,4 al giorno) gli sfratti eseguiti con la forza pubblica. Ovviamente sono numeri in diminuzione rispetto agli anni precedenti, ma “molto preoccupanti” spiega a MicroMega il segretario nazionale di Unione Inquilini, Walter De Cesaris, al quale abbiamo chiesto di leggere i numeri forniti dal Ministero dell’Interno. Preoccupanti “perché testimoniano che, in una Italia sostanzialmente bloccata a causa della pandemia, le sentenze di sfratto non si sono fermate”. Il punto, però, “è mettere in relazione questo ulteriore incremento degli sfratti con la condizione sociale del Paese e l’aumento della povertà”.

De Cesaris si riferisce “all’incidenza della povertà assoluta in Italia” che “varia a seconda del titolo di godimento dell’abitazione in cui si vive”. E la situazione è particolarmente critica per chi vive in affitto. Secondo i recenti dati pubblicati dall’ISTAT, le oltre 866 mila famiglie in povertà assoluta che vivono in affitto rappresentano il 43,1 percento di tutte le famiglie povere in Italia, a fronte di una quota di famiglie in affitto pari al 18,3 percento sul totale delle famiglie residenti: “Quella degli sfratti è solo la punta dell’iceberg di una sofferenza abitativa profonda e che investe l’intero Paese”, uno squilibrio “determinato dalla carenza di abitazioni a canone sociale rispetto a una richiesta inevasa di 650 mila alloggi di nuclei familiari inutilmente collocati nelle graduatorie dei comuni e in vana attesa di una casa popolare”.

Numeri – di nuovo – preoccupanti “che ancora non tengono conto delle ulteriori sentenze di sfratto emesse nel corso del 2021 e che, già in larga parte, sono eseguibili per essere totalmente in esecuzione a partire dal prossimo primo gennaio”. Da qui la richiesta al ministero dell’Interno di velocizzare l’istituzione di tavoli territoriali che consentano un differimento delle esecuzioni senza il passaggio da casa a casa.

Per dare una fotografia del problema è sufficiente analizzare i dati di Roma [qui l’approfondimento di Maurizio Franco su MicroMega+]: nella Capitale, in piena pandemia (sempre anno 2020), sono state 335 le famiglie sfrattate. I provvedimenti di sfratto sono stati 4.841 e l’incidenza della morosità “è esponenziale”, commenta Silvia Paoluzzi, segretaria di Unione Inquilini di Roma: “Sono infatti 3.908 a fronte di appena 84 per necessità del locatore e 239 per finita locazione”. Dopo cinque anni, denuncia Paoluzzi, “l’amministrazione di Virginia Raggi non ha investito per l’incremento degli alloggi di Edilizia residenziale pubblica (ERP) e a Roma si assegnano, in maniera ottimistica, circa 250 alloggi l’anno”. A questo si aggiunge l’assenza di una qualsiasi reazione da parte della Prefettura, “nonostante i richiami della ministra Luciana Lamorgese, il prefetto Matteo Piantedosi dopo un primo incontro interlocutorio con i sindacati e l’annuncio dei prossimi 4.500 sfratti su Roma non ha provveduto a istituire una cabina di regia” per provare a garantire il passaggio da casa a casa di queste famiglie. Dati che pesano, “soprattutto se si analizza la situazione e la tenuta sociale della nostra città. Alle sacche di povertà affossate dalla crisi dovranno rispondere i candidati a sindaco delle prossime Amministrative. Roma è la capitale d’Italia e i cittadini sono stanchi di vedere annunci elettorali con l’inaugurazione di nuove aiuole di fiori. Occorre rispondere con interventi strutturali coraggiosi e responsabili alle necessità reali delle persone”.

Il problema, sottolinea Walter De Cesaris, “non è la pandemia. Sarebbe un errore leggere la situazione abitativa italiana mettendo il focus sulla crisi economica scaturita da quella sanitaria. La questione è sistemica. In questo scenario il governo è intervenuto soltanto attraverso il fondo sociale affitti e il fondo per la morosità incolpevole, misura assolutamente inadeguate se pensiamo che si tratta di uno stanziamento medio di 240 euro a nucleo familiare. A Roma, a Milano, a Napoli non affitti nemmeno un garage con queste cifre”. Ma la cosa assurda è che questi fondi arrivano in media dopo tre anni dalla richiesta. “Tra il 2020 e il 2021 il governo ha stanziato circa 500 milioni di euro. Siamo ad agosto 2021 e i soldi erogati alle Regioni sono fermi. Devono ancora arrivare ai Comuni e, da lì, alle famiglie. Addirittura, Roma Capitale non ha ancora erogato neanche i fondi 2019”.

Da qui, un clima ormai esasperato, con i proprietari degli immobili sul piede di guerra, “fomentati da un sistema mediatico, soprattutto televisivo, che punta il dito contro gli inquilini, furbetti come furbetti sono i percettori del reddito di cittadinanza”. I responsabili “sono però i governanti. Perché non si è intervenuto sulla questione abitativa come è stato fatto negli altri settori? Perché non sono stati previsti ristori o indennizzi come avvenuto in quasi tutti i comparti economici? Soprattutto, non mi sembra che i grandi proprietari si siano particolarmente impegnati nel richiedere stanziamenti: il loro unico obiettivo è rafforzare la libertà di sfrattare per non perdere il controllo del mercato”.

In tv è stato dato grande spazio alla voce dei proprietari in programmi come Striscia La Notizia o Quarta Colonna. Su Facebook si sono organizzati “gruppi” che si sfogano con toni il più delle volte violenti contro gli inquilini morosi. Confedilizia ha addirittura creato sul proprio sito una rubrica dal titolo “Lettere dalle vittime del blocco sfratti”. Nessuno però che argomentasse questi sfoghi con la motivazione che ha portato al blocco, che poi blocco totale non è stato: l’articolo 32 della Costituzione che sancisce il diritto alla salute. Soprattutto, come ricostruisce Massimo Pasquini, attivista per il diritto alla casa, nel suo blog sul Fatto Quotidiano, è stata raccontata “come anomalia italiana, premio per i furbetti, mentre, solo per fare un esempio, “negli Stati Uniti il presidente Joe Biden ha annunciato una nuova moratoria federale sugli sfratti della durata di tre mesi, che proteggerà circa il 90% degli affittuari. Sono stati i Centers for Disease Control and Prevention a emanare la nuova ordinanza, negli Usa, che blocca gli sfratti esecutivi fino al 3 ottobre: entrerà in vigore nelle contee ‘dove si registra un livello aumentato di trasmissione comunitaria, per rispondere ai recenti, inattesi sviluppi della traiettoria della pandemia di Covid-19, come la diffusione della variante Delta’ spiegando che la misura mira ad aree del Paese nelle quali i contagi aumentano rapidamente, un fenomeno che sarebbe esacerbato dagli sfratti di massa”.

Eppure, “soprattutto nella fase iniziale della pandemia” sono stati molti i proprietari – ci spiega De Cesaris – che hanno mostrato disponibilità a ricontrattare al ribasso i canoni di affitto, “che hanno riconosciuto la situazione di difficoltà degli inquilini e che così facendo hanno favorito una continuazione del rapporto, anziché andare verso lo sfratto”. Questa “poteva essere la soluzione all’emergenza in tempi di pandemia, uno strumento utile per arginare il problema” e intanto “lavorare a testa bassa, sfruttando il PNR, per un piano nazionale di edilizia a canone sociale, partendo dal recupero del patrimonio edilizio esistente e in disuso”. La pandemia, chiosa De Cesaris, “ha mostrato qual è il punto centrale del problema: il mercato delle locazioni in Italia è incompatibile con i redditi delle persone. Se oltre il 40 percento delle famiglie che vivono in affitto è in povertà assoluta, è difficile che si possa affrontare il problema all’interno del mercato privato”.

FOTO ANSA/ANGELO CARCONI



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