Sgarbi e Morgan al MAXXI: niente di nuovo sotto il sole

Dalla scenetta al museo di Roma ci sarebbe da interrogarsi su cosa significhi in generale “cultura” (nome del Ministero che Sgarbi occupa), su cosa essa debba produrre negli esseri umani, oltre che l’autocompiacimento per il proprio ego, la vanità nell’essere riconosciuto come un genio, la presunzione di poter fare e dire qualsiasi cosa nella granitica convinzione di essere intoccabile.

Teresa Simeone

Sta imperversando da qualche giorno la polemica innescata dalle proteste, dalla lettera firmata dai dipendenti del MAXXI e dalla richiesta di dimissioni di Vittorio Sgarbi in seguito all’incontro avuto al Museo diretto da Alessandro Giuli. In quell’occasione Sgarbi, provocato da Morgan, si è lasciato andare a una sequela di offese sessiste e di volgarità insieme al tentativo di individuare il numero delle donne con cui ha fatto l’amore (Oddio, amore poi…sesso!), riferendo di altri uomini famosi e del loro elenco di conquiste, testimoniando così che è un gioco a cui parecchi maschi, non solo culturalmente rozzi, ma ritenuti intellettualmente raffinati (si fa per dire), sono dediti. Ricordo un professore di latino e greco e un commissario di italiano agli esami di maturità che tra un colloquio e l’altro, un riferimento a Tucidide, uno a Sofocle e una poesia di Montale, davano i voti ai sederi delle candidate. Qualcosa di intollerabile, spacciato per la solita goliardia (?), della cui costanza nella caratterizzazione maschilista, purtroppo, ho avuto conferma in diverse occasioni. La prima volta reagisci con freddezza, la seconda usi l’ironia, la terza fai ricorso a tutta la tua diplomazia per cercare una risposta intelligente ed efficace; dalla quarta in poi decidi che tale gallismo è così connaturato a certi soggetti da convincerti che è inutile disperdere le tue energie in modo del tutto sterile di effetti. Consapevole che ogni volta che provi a dire qualcosa verrai tacciata di moralismo, di bacchettonismo, di mancanza di auto(di genere)ironia e di rigidità mentale, alla fine ti giri, guardi cosa hai davanti nonostante l’età della pietra sia passata da un po’ e la vita nelle caverne lontana, e continui per la tua strada.

La lista di “tacche sulla pistola” non è qualcosa di inconsueto in persone come Vittorio Sgarbi, di cui pure sui giornali, nel riportare la notizia, si sono tessute le lodi di esteta, uomo di cultura, critico d’arte. Una soggezione a tratti imbarazzante, dovuta forse alla paura di essere pubblicamente rintuzzati col gentile appellativo di “capra”, considerando che lui potrebbe usarlo senza alcun freno inibitore? Chissà! Fatto sta che, alla fine, si sorvola o lo si giudica con indulgenza. Impossibile, d’altronde, contestarne l’ampiezza delle conoscenze, che pure sono la sua dotazione normale di professionista, quella che gli vale l’apertura delle porte di musei e trasmissioni televisive, quella che lo ha portato ad essere sindaco, assessore e sottosegretario alla cultura, le competenze necessarie ad essere Vittorio Sgarbi, appunto. Sono competenze le sue come quelle indispensabili a chiunque per svolgere il proprio mestiere, per fare il docente, il parrucchiere, il chirurgo, l’idraulico, eppure in alcuni fortunati appaiono straordinarie e giustificatrici di ogni intemperanza.

Piuttosto, ci sarebbe da interrogarsi su cosa significhi in generale “cultura”, su cosa essa debba produrre negli esseri umani, oltre che l’autocompiacimento per il proprio ego, la vanità nell’essere riconosciuto come un genio, la presunzione di poter fare e dire qualsiasi cosa nella granitica convinzione di essere intoccabile. Al di là dell’ostentazione del sapere, la cultura non dovrebbe servire a raffinare gli animi, a superare stereotipi e modelli del passato come quelli patriarcali, sessisti, classisti? E invece, più che a elevare gli spiriti, a volte finisce per nutrire un io che diventa ipertrofico e incapace di autocontrollo, proiettato in una dimensione al di là del bene e del male. È ancora legittimo, in questi casi, chiedersi se può un uomo, per quanto colto, arrogarsi il diritto di offendere le donne riducendole a numeri, senza volti, private delle loro esistenze e delle loro storie, identificabili solo con un termine di quattro lettere, allusive di un frutto che non è il caso di ripetere? Può un rappresentante delle istituzioni, anche se in uno spettacolo pubblico, usare continuamente, non solo qualche volta, ma continuamente, un linguaggio scurrile e fastidioso senza alcuno scrupolo, per il puro gusto di scandalizzare, come un adolescente che ha scoperto l’effetto sugli interlocutori di parole volgari e le usa con lo scopo di apparire trasgressivo e alternativo?

Sarebbe ipocrita, però, nello stesso tempo, non considerare le trasmissioni che personaggi litigiosi hanno aiutato a far crescere: quante volte lo share, da cui autori, produttori e presentatori sono ossessionati, è salito solo perché era invitato Vittorio Sgarbi? E quante volte sono state provocatoriamente fatte domande che avrebbero dovuto accendere micce “terapeutiche” per un programma che stava languendo? Quante volte si è cercata la rissa tra gli ospiti pur di far decollare gli ascolti?

Che Sgarbi sia Sgarbi è qualcosa di acclarato da tempo: in questo è assolutamente coerente con la propria storia comunicativa. A dare un’idea di quale sia la sua soglia del pudore c’è un video del 2017 in cui accetta di farsi riprendere dalle Iene durante il compleanno, una giornata nella sua interezza, si badi bene, nella quale le telecamere entrano nei luoghi più intimi, quelli in cui pochi, per qualcuno nessuno, dovrebbero mai sbirciare. Sul suo coraggio, nulla da eccepire. Come sulla disinvoltura e l’affetto con cui amiche e amici ne subiscono i toni sessisti: “Eh, lo conosciamo da una vita! È fatto così!”. E, ciononostante, c’è un senso che non è moralistico, non è bacchettone, non è piccolo borghese, né censorio: è il senso estetico, la cifra, appunto, del suo mandato professionale.

Ovviamente Sgarbi reagisce alle critiche con ciò che sa e che può: ecco dunque nelle sue risposte i riferimenti alla trasgressione dell’arte, al futurismo come dadaismo, a Marcel Duchamp e al suo orinatoio, a Manzoni, Piero Manzoni, quello della Merda d’artista non l’Alessandro dei Promessi sposi. Verrebbe da chiedersi se voglia continuare a fare il critico d’arte o, visti i richiami, diventare un artista o magari l’uno e l’altro in una contaminazione che potrebbe avviare una nuova corrente, sostenuta da coloro che lo difendono incondizionatamente, profeti di un modello culturale fatto di una temerarietà linguistica e di una visione di genere, distintive di una mente superiore, a noi, poveri mortali che si agitano nei bassifondi dell’incultura, intellettualmente precluse.
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CREDIT FOTO  Flickr | Pietro Luca Cassarino 



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