Sguardi sulla Cisgiordania occupata del post 7 ottobre

L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è cooptata dall'intelligence israeliano, la borghesia e la classe imprenditoriale palestinese, ormai stanche di guerra e politica, utilizzano a loro vantaggio la dipendenza economica imposta da Israele, all’orizzonte non si vede l’intifada popolare che alcuni si aspettavano. La resistenza palestinese in Cisgiordania è cambiata drasticamente. La frammentazione della società palestinese, tra campi profughi, città, zona A, B e C, Gerusalemme Est, classi sociali, decreta il successo del divide et impera dell’occupazione israeliana.

Christian Elia

Le immagini sono state diffuse, come accade sempre, sulle reti sociali. Uno smartphone anonimo, dentro casa, riprende il raid dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. E’ da sempre un bastione di resistenza all’occupazione israeliana, nato già nel 1953 per i profughi del 1948. Anche nel 1967 è stato al centro di scontri e operazioni militari, ma nulla di paragonabile a quel che è accaduto nel 2002. Nel cuore della Seconda Intifada, il campo profughi di Jenin è stato un campo di battaglia.
Nell’aprile 2002, dopo una serie di attacchi suicidi palestinesi, le forze israeliane entrarono nel campo come parte dell’Operazione Scudo Difensivo, dando inizio a quella che divenne la Battaglia di Jenin. Le forze armate israeliane, dopo aver impedito l’accesso al campo a operatori umanitari e giornalisti, scatenarono l’infermo: la battaglia durò dieci giorni, tra il 1° aprile e l’11 aprile 2002. Almeno 400 case vennero distrutte e altre centinaia gravemente danneggiate.
Un inviato delle Nazioni Unite paragonò il campo, dopo la battaglia, a una zona sismica, visto che il 10 percento del campo venne praticamente spazzato via da una dozzina di bulldozer israeliani corazzati. Un report delle Nazioni Unite documentò che almeno 52 Palestinesi e 23 soldati israeliani vennero uccisi nella battaglia, anche se i Palestinesi sostengono che l’esercito israeliano ha ucciso 500 persone. Oltre 4mila persone, un quarto della popolazione del campo prima della battaglia, rimasero senza casa. Ancora oggi il campo profughi di Jenin è un pilastro della resistenza all’occupazione israeliana, ma l’ennesimo raid dell’esercito d’Israele (ieri sei vittime e decine di arresti) avviene in un clima profondamente mutato da tempo.
Dal 7 ottobre, dopo gli attacchi di Hamas, le vittime in Cisgiordania sono state 266, con almeno 3,365 feriti. Cifre drammatiche, ma che di fronte al massacro di oltre 18mila persone a Gaza, e messe in proporzione con la reazione di massa durante la Seconda Intifada, raccontano come in Cisgiordania le cose siano molto cambiate. Per una serie di fattori che concorrono a spiegare come, al di là di sporadici scontri con le forze israeliane, sostanzialmente non sia avvenuta quell’insurrezione di massa che alcuni commentatori si aspettavano nella Cisgiordania occupata dal 1967.
Il primo e più profondo elemento di questo ‘silenzio’ è il ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese. La collaborazione d’intelligence tra Anp e Israele, che dopo gli Accordi di Oslo doveva essere uno strumento di garanzia reciproca, è diventato il lasciapassare per il potere per i vertici del partito Fatah che controlla di fatto l’Anp. La politica delle ‘porte girevoli’, come molti attivisti chiamano questo sistema, consiste nell’arresto da parte dell’Anp di una persona sospetta, che dopo un giro in carcere palestinese, esce per essere arrestata subito dopo da quella israeliana. Di base ogni tentativo di organizzare una manifestazione in favore di Gaza è un campanello di allarme per l’Anp, che assiste impotente all’aumento del prestigio di Hamas anche in Cisgiordania. L’unico modo che l’Anp ha di tenere il potere e non andare al voto, soffocare eventuali movimenti emergenti che ne mettano in discussione il potere (come è accaduto al movimento Gybo nel 2011, soffocato tra arresti e bastonate) e rendersi indispensabile agli occhi delle autorità israeliane e internazionali. E questo fa.
A questo fattore se ne aggiunge un secondo, meno evidente, ma profondo. Esiste una media borghesia palestinese, a Jenin come a Nabuls, a Hebron come a Tulkarem, per non parlare di Gerusalemme Est, che dai tempi della Seconda Intifada è ‘stanca di guerra’. Le autorità israeliane hanno saputo giocare molto bene su questo fattore, che è diventato una sorta di gioco a premi.
Per fare impresa, lavorare, esportare merci, importare materiali, trovare lavoro – insomma per qualsiasi attività economica in Palestina – è necessario un permesso israeliano o quanto meno che le autorità d’Israele non creino ostacoli. Più un imprenditore o un’azienda rientrano nei criteri di sicurezza d’Israele (non fanno politica, non sostengono economicamente attività politiche, non hanno parenti stretti compromessi con la politica) più possono lavorare. Uno sviluppo economico, per quanto fragile e dipendente dagli umori delle forze armate e d’intelligence israeliane, con il turismo religioso in prima fila, ha portato un oggettivo miglioramento della qualità di vita delle principali città della Cisgiordania. Molte di queste persone, dopo generazioni segnate da strati di delusioni, che hanno via via perso fiducia nei ‘fratelli arabi’, nella comunità internazionale, nel diritto, hanno deciso di voler solo vivere la propria vita.
Questo ci porta al terzo fattore: i campi profughi in Cisgiordania. Perché questo benessere non ha minimamente toccato i campi, a Jenin come a Betlemme. Ed è in questi campi che resiste – per quanto privo di una vera leadership organizzata e dei fondi economici del passato – che la resistenza non solo continua, ma si è fatta anche sempre più dura. Anche contro gli stessi palestinesi che (dal punto di vista dei giovani e non solo dei campi profughi) sono venuti a patti con l’occupazione. Basti pensare che negli ultimi dieci anni sono innumerevoli gli episodi di scontri tra ragazzi dei campi e coetanei delle città in cui vivono da separati in casa. Le bolle di benessere che si incontrano a Ramallah, ad esempio, sono spesso state oggetto di aggressioni rabbiose di giovani che vivono in condizioni disperate, in campi sempre più fatiscenti, che un tempo almeno condividevano un immaginario politico e di senso nella lotta all’occupazione.
Mentre Gaza è al centro di un’apocalisse umanitaria, la Cisgiordania è lontana. D’altronde non è un mistero che il blocco imposto nel 2007 alla Striscia, che ha reso anche i rapporti con la Cisgiordania molto complessi, hanno creato in questi sedici anni una distanza che non è solo fisica.
Anche per questo è inimmaginabile che l’Anp sia in grado, come qualche osservatore internazionale ha paventato, di prendere in mano la gestione del nord della Striscia, essendo al momento – senza Israele e senza Usa e Ue – neanche in grado di governare in Cisgiordania.
La normalizzazione dell’occupazione, d’altronde, non è certo un fenomeno estraneo alle dinamiche internazionali. Basti pensare che il presidente Usa Biden, nell’affondare il colpo contro il governo Natanyahu, chiedendo un cambio di compagine governativa, non ha mai citato il movimento dei coloni e l’occupazione selvaggia delle terre e delle case dei palestinesi, che ha visto un incremento pauroso negli ultimi anni. Come se non fosse più neanche un tema di questo complesso mosaico.
CREDITI FOTO: ANSA /ALAA BADARNEH



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