L’Olocausto è stata una responsabilità italiana quanto tedesca. Ce lo ricorda il 16 ottobre 1943

Se fosse stato scelto il 16 ottobre come Giornata della Memoria, come sosteneva il deputato Furio Colombo, ogni anno avremmo dovuto fare i conti con la deportazione degli ebrei di Roma. Se a prelevare gli innocenti e a deportarli ad Auschwitz furono le SS, il ruolo delle autorità italiane nella Shoah fu diretto e determinante, ma ricordando solo il 27 gennaio la memoria storica ha eluso le colpe italiane.

Francesco Troccoli

Come ricorda lo storico Davide Conti ne L’Anima nera d’Europa (edizioni ANPPIA 2022, su cui buona parte delle considerazioni di questo articolo sono basate), nelle intenzioni del deputato Furio Colombo, che già dal 1996 lavorò per la sua istituzione, in Italia il Giorno della Memoria delle vittime dell’Olocausto sarebbe dovuto essere il 16 ottobre. Se così fosse stato, ogni anno avremmo dovuto fare i conti fino in fondo con il fatto che quanto avvenne quel maledetto giorno del 1943, in cui più di mille bambini, donne e uomini vennero prelevati dalle loro case nel Ghetto di Roma, fu una colpa tanto italiana quanto tedesca. Se a prelevare gli innocenti e a deportarli ad Auschwitz furono le SS, il ruolo delle autorità italiane nella Shoah fu diretto e determinante, a partire dalla promulgazione delle leggi razziali appena cinque anni prima, per continuare con il ruolo specifico che a Roma ebbero la Direzione Demografia e Razza e la Questura nel fornire ai nazisti la mappa delle abitazioni nel Ghetto, e arrivare infine all’ordine d’arresto di tutti gli ebrei emanato dalla Repubblica Sociale Italiana solo qualche settimana dopo, il 30 novembre 1943.

Ma, come lo stesso Colombo ricorda nell’intervista rilasciata il 13 febbraio 2017 a Dino Messina sul Corriere della Sera, nel 2000 – cinque anni prima che lo facesse anche l’ONU – il nostro Parlamento stabilì che il Giorno della Memoria sarebbe stato invece il 27 gennaio, Anniversario della Liberazione del campo di sterminio di Auschwitz a opera delle truppe sovietiche. Come Conti ci ricorda, l’epicentro della memoria fu spostato, da un atto consumatosi nella capitale d’Italia e che vide il concorso diretto degli italiani a danno di ebrei italiani, all’interno di un campo di prigionia tedesco che concentrava e sterminava in territorio polacco ebrei di tutta Europa. Con una simile scelta la responsabilità diretta italiana veniva in sostanza elusa, consentendo ai destinatari di questa memoria, il nostro Paese, di crogiolarsi nell’autoassolutoria narrazione dell’Olocausto che ci relega esclusivamente nella parte delle vittime (gli ebrei e tutti i deportati in generale) ed espunge del tutto le nostre responsabilità storiche  di carnefici (i funzionari fascisti e i numerosi delatori e collaborazionisti), che sono quelle che più dovremmo ricordare, ogni anno, per un vero progresso sul piano storico, sociale e civile, fine ultimo di qualsiasi giornata della memoria. Questo ben collaudato “paradigma vittimario” -utilizzato non solo in Italia- scarica unicamente sui nazisti la colpa e la nefandezza di stragi e deportazioni ai danni di ebrei, rom, partigiani, oppositori, civili, malati e “diversi” in generale in tutta la prima metà del Novecento e soprattutto durante la seconda guerra mondiale, annullando le pesanti responsabilità non solo dei fascisti, ma anche dei militari e di buona parte della popolazione civile italiana. Ben diverso, ad esempio, è il caso della Francia, dove a essere celebrato è il 16 luglio, anniversario del rastrellamento degli ebrei parigini.

Bisogna poi aggiungere che la scelta del 27 gennaio (è sempre Conti a farcelo osservare nel suo libro) si è prestata in Italia alla manipolazione bipartisan che ha determinato l’istituzione del 10 febbraio -quindi appena due settimane dopo nel calendario civile- come “Giorno del ricordo” delle vittime delle foibe, in un’antistorica equiparazione dei sistematici crimini del nazifascismo con isolati atti di ritorsione dei popoli slavi contro gli ex occupanti fascisti. Un’ideologia dell’equiparazione fra nazifascismo e comunismo che non è certo solo italiana, tanto da arrivare a tradursi in una altrettanto antistorica risoluzione europea (del 19 settembre 2019) che condanna i crimini del totalitarismo di qualsiasi matrice, e che nega il portato valoriale antifascista alla base dell’Unione europea stessa. È questa l’anima nera di cui parla Conti, per la quale in Europa c’è chi è messo anche peggio di noi. Uno dei maggiori propugnatori della risoluzione del 2019 fu La Polonia. Qui, nel 2018, il Governo ultranazionalista del partito Diritto e giustizia al potere dal 2015 (e che proprio in queste ore potrebbe finalmente venire sconfitto dall’opposizione europeista) varò una Legge contro la “diffamazione della nazione” che proibisce fra altre cose di ricordare le responsabilità di questo Paese, storicamente documentate, nella persecuzione degli ebrei polacchi. Una manifestazione di populismo storico che ha determinato non poche tensioni con lo Stato di Israele e ha contribuito a plasmare la narrazione secondo la quale il campo di Auschwitz sarebbe stato luogo di sterminio di cittadini polacchi, annullando del tutto la ragione dello sterminio stesso, ossia la loro appartenenza all’ebraismo. Questa manifestazione estrema di revisionismo, che sempre in Polonia ha portato ad esempio a togliere la pensione ai membri delle Brigate Internazionali polacche che combatterono nella guerra civile spagnola, è lo stessa che è sempre più in voga anche da noi: gli italiani, proprio come i polacchi, vengono rappresentati sempre e solo come vittime, mai come carnefici. Basti pensare alle parole di Giorgia Meloni sulla strage delle Fosse Ardeatine: “335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani”, omettendo che erano italiani antifascisti o comunque certamente non fascisti.

È il caso di rammentare che in quanto a barbarie, stragi, deportazioni, genocidi, gli italiani non dovettero imparare nulla da nessuno. Basti ricordare che gli italiani furono i primi a costruire campi di concentramento in Libia nei primi anni ’30 (che fecero da modello per quelli nazisti) e che sempre gli italiani furono i primi a usare iprite e fosgene per sterminare popolazioni civili inermi, ancora in Libia e poi in Etiopia, ben prima delle camere a gas. E l’elenco dei primati negativi potrebbe continuare a lungo.

Un altro tratto storico comune fra i vari paesi europei è rappresentato dal ruolo di supporto alla deportazione spesso dato dalla Chiesa cattolica. Nel caso specifico del rastrellamento del Ghetto di Roma, la documentazione storica è oggi più che sufficiente a qualificare perlomeno come inerte il comportamento del Papa, Pio XII, italianissimo e già noto per la sua soddisfazione per la vittoria di Francisco Franco in Spagna e per la proclamazione dello Stato filonazista di Ante Pavelic in Croazia.
Si potrebbe obiettare che in un periodo storico come quello non era possibile, essendo alleati dei nazisti, opporsi alla deportazione degli ebrei. È  proprio Furio Colombo a smontare questa obiezione nell’intervista del 2017 ed è alle sue parole, le migliori possibili sul 16 ottobre 1943, che vi rimandiamo.
La Bulgaria, Paese ultrafascista, lo fece. Non ci fu un solo ebreo in Bulgaria ad essere arrestato o a subire persecuzioni in quanto ebreo. Eichmann dovette chiudere gli uffici a Sofia e aprirli a Budapest, in Ungheria, dove trovò terreno più fertile. In Italia invece le leggi razziali furono firmate da Vittorio Emanuele III di Savoia, unico re a perseguitare con quell’atto il proprio popolo, violando nello stesso tempo lo Statuto albertino, che garantiva la salvaguardia del popolo. Se la Germania si fosse presentata da sola, non sarebbe riuscita a imporre in Europa le leggi razziali. Il ruolo dell’Italia, seconda potenza militare del continente, fu determinante. Altro che Italietta vittima dei nazisti. L’Italia fu responsabile della Shoah e io questo volevo sottolineare scegliendo la data del 16 ottobre 1943”.



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