“Il signore delle formiche” e il reato di plagio

Il caso Braibanti al centro del nuovo film di Gianni Amelio è stato spesso utilizzato per garantire l’impunità di culti religiosi e spirituali dalle caratteristiche totalitarie.

Luigi Corvaglia

L’apparizione un po’ grottesca di Emma Bonino in una scena di “Il signore delle formiche”, il film di Gianni Amelio presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, è forse l’unica estrosità di una pellicola di ottimo livello, ma un po’ didascalica. Pochi degli spettatori ne capiranno il senso. Della Bonino, che all’epoca delle vicende narrate del film non vi partecipò attivamente, il regista vuole fare il simbolo delle lotte dell’allora Partito Radicale per l’abolizione del reato di plagio.

L’incriminazione di Aldo Braibanti, intellettuale comunista accusato di avere indebitamente indotto più di un giovane a relazioni sessuali con lui, indusse infatti una campagna a suo favore da parte del mondo intellettuale italiano dell’epoca, quello che da Pasolini andava a Moravia, ma anche del giovane Marco Pannella e dei suoi. Curiosamente, nel corso degli anni, il caso Braibanti è stato spesso utilizzato da un certo ambiente, ben lontano dal libertarismo radicale come dal progressismo marxista di quella intellettualità, per garantire l’impunità di culti religiosi e spirituali dalle caratteristiche totalitarie. Scientology, ad esempio, ma anche certi gruppi del tradizionalismo cristiano (da cui non pochi di questi “difensori della società aperta” vengono) o conventicole esoteriche e di sesso tantrico. Ciò in nome della libertà religiosa, un moloch in grado di nascondere alla vista lo scempio dei diritti, altrettanto importanti, degli adepti. Soprattutto dopo la cancellazione da parte della Corte Costituzionale dell’ art. 603 del c.p. per le difficoltà di oggettivare i limiti del plagio, lo spauracchio del caso Braibanti e del “reato d’opinione” ha funzionato egregiamente a ostacolare il lavoro di studiosi, attivisti ed associazioni che denunciano gli abusi, lo sfruttamento e le vessazioni che avvengono in alcuni aggregati più o meno spirituali. Perfino qualcuno fra gli eredi meno svegli di Pannella ha sporadicamente unito la propria voce al coro di chi, in nome della società aperta, ha chiesto il diritto alla sussistenza e proliferazione di società chiuse e abusanti, creando un cortocircuito logico che avrebbe affascinato Bertrand Russell.

Alla denuncia di questo paradosso ho personalmente impiegato non poche energie (ad esempio qui). Era quindi legittimo il timore che il film di Amelio avrebbe portato nuova acqua al mulino degli “apologeti dei culti” e sabbia negli ingranaggi della macchina dell’attivismo laico e democratico. Giusto, infatti, immedesimarsi nel povero Braibanti e, ancor di più, nello sventurato giovane amate Ettore, costretto da una morale bigotta al ricovero in manicomio per aver manifestato senza ritegno la propria omosessualità; sacrosanto provare rabbia per una sentenza iniqua sulla base di una legge indubitabilmente priva dei requisiti di costituzionalità, ma l’attivazione della emotività, in un’opera meno misurata, avrebbe potuto mettere in scacco la facoltà di leggere la realtà nella sua interezza. Amelio riesce invece a rendere fedelmente il nucleo della questione, quello per cui il reato di plagio diventava estremamente pericoloso nel quadro di una diffusa mentalità repressiva di tutto ciò che travalicava i limiti della retta conduzione della vita, secondo i canoni di una società reazionaria. Sul banco degli imputati non era tanto un manipolatore, quanto soprattutto un omosessuale. Il processo Braibanti è stato la celebrazione della famiglia tradizionale (quella che fa rapire un figlio ed un fratello per rinchiuderlo in manicomio per una “devianza” sessuale), dei valori morali e della religione, quelli per cui, come nel film si fa dire alla madre di Ettore, dal comunismo si guarisce andando da Padre Pio. Scopo del processo era la condanna dell’omosessualità. Scopo della campagna intellettuale per la liberazione di Braibanti era la denuncia dell’ipocrisia e del bigottismo di quell’Italia. Il focus della pellicola non è quindi la persuasione maligna che una legge mal scritta allora censurava, ma il fatto che la prova di tale intento maligno era considerata la conduzione di una vita scandalosa e immorale della quale non si concepiva facilmente la possibile spontaneità. La realtà è che nessuno sollevò questioni di costituzionalità per il caso Braibanti. Fu solo dieci anni dopo, con il caso di un sacerdote cattolico, Emilio Grasso, che il dubbio di legittimità fu posta alla Corte Costituzionale. Qui non si trattava più di un degenerato comunista, ma di un esponente della cultura che Braibanti lo aveva condannato. Il sacerdote era a capo di un gruppo carismatico ed era stato denunciato da molti genitori per aver indotto i loro figli minori ad abbandonare le famiglie e lavorare per il movimento, anche all’estero. Con la sentenza n.96, l’8 giugno 1981, la Corte Costituzionale dichiarò incostituzionale l’articolo 603.

La cancellazione del plagio come reato, per difetti indiscutibili della norma, non cancella però l’esistenza del plagio come fatto. L’esistenza di persone che persuadono altre al fine di sfruttarle è infatti fatto innegabile. I fatti esistono o non esistono nella totale indifferenza per le possibilità di oggettivazione. Si prenda il caso dello sfruttamento economico. Il discrimine fra libera contrattazione e sfruttamento non è facilmente determinabile. È pur vero che al di là dell’area grigia, i casi più estremi siano facilmente identificabili. D’altro canto, gli studi di psicologia sociale e le neuroscienze mettono una seria ipoteca sul concetto di scelta libera e razionale; pertanto la pretesa di chi difende la sussistenza di “sette” che comportano la subordinazione totale dell’individuo, la sua umiliazione o lo sfruttamento economico o fisico sulla base della libera scelta individuale appare, a chi ha occhi benevoli, ingenua, mentre sembra cinicamente strumentale a chi dispone di uno sguardo disincantato.

Nel film, il cronista interpretato da Elio Germano dice a Braibanti che “se si fosse trattato di una bella studentessa” la reazione della gente sarebbe stata di simpatia nei suoi confronti. Vero, ma fino ad un certo punto. Vero sicuramente all’epoca. Meno ora, in tempi in cui la profferta sessuale di un uomo di maggior età, carisma e potere nei confronti di una giovane viene quasi automaticamente macchiata dal sospetto dell’abuso, se non altro della propria posizione dominante. Se in tal caso è sfruttamento, perché non dovrebbe esserlo in quello di Braibanti? Solo perché il “dito” dell’omosessualità attrae l’attenzione più della “luna” dell’asimmetria di potere? Se invece quello di Braibanti non era sfruttamento, perché lo è di sicuro quello di un produttore cinematografico nei confronti di una attricetta? Forse perché l’attricetta ne può trarre un vantaggio? Allora è un lecito scambio di mercato, ma, ancora una volta, il limite fra contrattazione paritaria e sfruttamento non è oggettivabile. Questo non impedisce di affermare l’esistenza di possibili forme di persuasione mirate ad approfittare di chi è in posizione di minor potere contrattuale. La domanda è se una società aperta, laica e democratica debba facilitare o ostacolare la creazione di isole di abuso e sfruttamento. Chi agita il caso Braibanti come arma impropria per impedire l’azione della società civile per arginare il fenomeno dei gruppi spirituali costrittivi sembra tifare per la prima risposta. Questo film non li aiuterà.



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