Silvio Berlusconi è morto. Il racconto della sua vita in “Una storia italiana”.

Lunedì 12 giugno è morto il fondatore di Forza Italia al San Raffaele di Roma. Condividiamo un capitolo del libro di Gianni Barbacetto, "Un milanese a Roma”, pubblicato su MicroMega+. L’estratto racconta il rapporto di Silvio Berlusconi con la politica, il ruolo dei media e il modo in cui si è sempre giostrato fra i centri di potere, rappresentando un centro di potere egli stesso.

Gianni Barbacetto

Silvio Berlusconi è un uomo concreto. Non gli sono mai piaciute le fumisterie intellettuali e le astruserie della politica. Preferisce i fatti.
Eppure la politica l’ha sempre fatta. È vero: la discesa in campo, la nascita di Forza Italia e il primo trionfo elettorale, risalgono al 1994, ma lui è sempre stato, a suo modo, anche un “uomo politico”. Fin dagli anni Settanta quando, imprenditore di successo, ostenta disprezzo per i politici di professione, che parlano in maniera incomprensibile e sono astratti, non sanno raggiungere quei risultati concreti a cui sanno invece puntare gli imprenditori. La politica è il regno delle parole, l’impresa è il regno del fare.
L’uomo simbolo della politica che a Berlusconi non piace è Aldo Moro.
“Ogni volta che apre bocca” dichiara “ci vuole un esercito di esegeti per interpretarlo. Questi capi storici hanno il culo per terra ma ingombrano la porta.”
Mostra di disprezzarla, la politica, e tuttavia ne è inesorabilmente attratto. Sa (fin della sua prima licenza edilizia ottenuta per la palazzina di via Alciati) che la politica serve e va usata, perché è un potere che incrocia necessariamente gli affari. E gli affari possono essere danneggiati dalla politica: quella “astrusa”, da combattere. O, al contrario, possono essere aiutati dalla politica: quella utile, da sostenere, foraggiare, o addirittura fare in prima persona.

Silvio il populista
In ogni modo, Silvio è istintivamente populista, visceralmente anticomunista, tendenzialmente autoritario. I riti della democrazia gli appaiono bizantinismi, perdite di tempo. Preferisce, con mentalità aziendale, conquistare il consenso e poi comandare. Grandissimo venditore, ritiene che tutto si possa comprare.
Impara presto, da giovane imprenditore, che della politica non si può fare a meno. Allora sceglie – quando ancora c’erano i partiti della Prima Repubblica – i politici a cui si sente più vicino. Gli piacciono alcuni uomini della Democrazia cristiana, il partito che aveva la maggioranza e che era sempre al governo. Dentro la Dc, sostiene gli esponenti della destra tecnocratica del Nord. Ne fa i nomi in un’intervista concessa nel 1977 a Mario Pirani: Roberto Mazzotta, Mario Usellini, Mario Segni, Filippo Maria Pandolfi, Umberto Agnelli (“un industriale che si è impegnato in politica”). Dimostra, lui così “impolitico”, di conoscere invece molto bene i giochi di potere e di corrente interni alla Dc di quegli anni.

Gli piace, naturalmente, Bettino Craxi, il leader del Partito socialista italiano, di cui diventa amico personale. A presentarglielo è Silvano Larini, un architetto bon vivant che passava lunghi periodi sulla sua barca, in Corsica o nelle isole del Pacifico. Molto vicino a Craxi, Larini era il suo rappresentante nel mondo degli affari e (scopriranno i magistrati di Mani pulite) il suo “postino” delle tangenti. Tra Craxi e Berlusconi nasce subito un asse di ferro, fondato sull’aiuto reciproco: Silvio finanzia la politica di Bettino, che ricambia sostenendo gli affari dell’amico in Parlamento e al governo.
Berlusconi è trasversale e anticipa di qualche anno la politica italiana. Le sue simpatie e il suo sostegno vanno fin dagli inizi alla destra Dc, ma anche al Psi craxiano: s’incontreranno poi in quello che sarà chiamato Caf (l’asse Craxi-Andreotti-Forlani).
I suoi nemici sono invece da sempre dentro la sinistra Dc e dentro il Pci.

La prima discesa in campo
La sua prima discesa in campo, dunque, non è quella del 1994, quando fonderà il suo partito, Forza Italia. Avviene molto prima, nel 1977: con l’ingresso nell’azionariato del Giornale di Indro Montanelli. Lo dichiara apertamente nell’intervista a Mario Pirani, a cui dice di aver cominciato a sostenere il Giornale per un preciso impegno politico: contrastare la sinistra (che in verità vede un po’ dappertutto, anche dove non c’è) e rafforzare la voce della destra.
“Sentivo l’esigenza di conservare una pluralità di voci, col Corriere, il Carlino e la Nazione che andavano sempre più a sinistra” confida a Pirani.
Alla domanda su quali fossero i suoi punti di riferimento politici, Berlusconi risponde: “La vera alternativa è nella Dc, una Dc che si trasformi in modo da permettere al Psi di tornare al governo”. Il Psi di Craxi. Poi precisa di apprezzare, appunto, gli uomini della destra democristiana, anticomunista e tecnocratica.

“Come pensa di impegnarsi a favore di queste forze?” gli chiede Pirani.
E qui la risposta è sublime: “Non certo pagando tangenti, ma mettendo a loro disposizione i mass media. In primo luogo, Tele- Milano, che sto riorganizzando e che diventerà un tramite fra gli uomini politici che dimostreranno di non aver divorziato dall’economia e dalla cultura e l’opinione pubblica”.
Dunque: Silvio fa subito un accenno alle tangenti, che suona come una excusatio non petita, poi tira in ballo i mezzi di comunicazione. Ha chiaro fin dagli esordi che i mass media, e la tv in particolare, sono (anche) un’arma politica.
Pochi mesi dopo questa sua prima discesa in campo, Berlusconi entra nel club che incarna perfettamente la sua concezione della politica e della sua compenetrazione con gli affari: si affilia alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Numero di tessera 1816, fascicolo 625, data di iniziazione 26 gennaio 1978, codice E 19.78, gruppo 17, quello del settore editoria.

La loggia P2
Che cos’è la P2? È un luogo riservato, punto d’incontro tra poteri: quello economico, politico e militare; quello visibile e quello sommerso. La loggia segreta di Gelli nei primi anni riunisce, in maniera occulta, militari, uomini dei servizi segreti, imprenditori, politici, tutti fieramente anticomunisti. Qualcuno anche apertamente golpista: erano anni di Guerra fredda tra il blocco occidentale, filoamericano, e il blocco sovietico. E molti in Italia pensavano che bisognasse fermare l’avanzata dei comunisti a ogni costo, anche sostenendo qualcosa di molto simile a un colpo di stato militare. C’era stato in Cile e anche in Grecia comandavano i “colonnelli”; in Italia scoppiavano le bombe nere, in piazza Fontana a Milano, in piazza della Loggia a Brescia, sul treno Italicus; e qualche tentativo di colpo di Stato c’era stato, il golpe Borghese nel 1970, il golpe bianco di Edgardo Sogno nel 1974. Protagonisti: tutti uomini della P2.
Dopo il 1974, la situazione internazionale cambia, cambia la politica degli Stati Uniti nel mondo e cambia anche la P2: la nuova strategia non è più lo scontro diretto, anche armato, contro i “cattivi” (cioè i comunisti); ma l’occupazione da parte dei “buoni” (cioè gli anticomunisti) dei posti cruciali nelle istituzioni, nella politica, nell’informazione, nelle aziende. Il programma della loggia è l’occupazione sotterranea dei centri di potere del paese. Costruendo uno Stato nello Stato. E selezionando gli amici dai nemici, le persone fidate che meritano di entrare nel suo club esclusivo da quelle pronte a tradire l’Occidente trescando con i comunisti. Quando sei nel club, oltretutto, puoi anche sviluppare relazioni d’affari, unendo l’utile al dilettevole, mischiando grandi ideali planetari e concretissimi interessi personali.

Berlusconi entra nel club, quindi, nel gennaio del 1978. Un paio d’anni prima, nel 1976, aveva lasciato Arcore Vittorio Mangano, l’uomo di Cosa nostra che garantiva protezione a Silvio e alla sua famiglia. Mangano in seguito dichiara di essersene andato di sua volontà; Berlusconi in un’intervista ha invece sostenuto che era stato licenziato. Comunque sia, era diventato troppo ingombrante, con i suoi precedenti penali e con il rischio di indagini che arrivassero a lambire la villa di Arcore. Dunque Berlusconi chiude una fase della sua attività, in cui si era messo sotto la protezione di Mangano e dei suoi amici palermitani, e ne apre un’altra, in cui si mette sotto l’ombrello massonico della P2.
L’intervista del luglio 1977 a Pirani dimostra che Berlusconi in quel momento ha le idee chiare: è un imprenditore quarantenne di successo che da palazzinaro si sta trasformando in editore televisivo e ha un suo progetto più generale. Non è uno sprovveduto mosso soltanto dal desiderio di fare soldi, ha anche una sua precisa visione della politica, come luogo in cui si difende l’Occidente dal comunismo e intanto si realizzano buoni affari.

Certamente dall’adesione alla P2 Berlusconi ottiene consistenti benefici economici. È un fratello di loggia quel Ferruccio De Lorenzo (sottosegretario in un governo Andreotti e padre del futuro ministro della Sanità Francesco De Lorenzo) che da presidente dell’Ente di previdenza e assistenza dei medici italiani (Enpam) gli acquista in blocco una parte di Milano 2 in un momento difficile, in cui il mercato immobiliare si era fermato ed era diventato più difficile vendere un appartamento alla volta. È nell’ambiente della P2 che matura l’operazione Mundialito in Uruguay, che come abbiamo visto rompe per la prima volta il monopolio televisivo della Rai e concede a Canale 5 di trasmettere un evento calcistico mondiale.
Più in generale, gli uomini della P2 gli facilitano l’accesso ai finanziamenti e al credito bancario. Essere iscritto alla loggia di Gelli gli rende più facile ottenere soldi dalle banche. Lo documenta la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi, che fa riferimento a due istituti di credito. La Banca nazionale del lavoro, che alla fine degli anni Settanta è praticamente controllata dalla P2, con ben nove alti dirigenti affiliati (tra cui Gianfranco Graziadei, amministratore delegato di Servizio Italia, una delle due fiduciarie che fondano la Fininvest).

E il Monte dei Paschi di Siena, il cui direttore generale, Giovanni Cresti, era iscritto alla loggia di Gelli.
Se ne accorgono i sindaci del Montepaschi, che in una loro relazione del 1981 scrivono: “La posizione di rischio della banca verso il gruppo Berlusconi ha dimensioni e caratteristiche del tutto eccezionali. Gli ispettori che hanno esaminato la posizione (nella sua globalità) ne hanno fatto un’analisi accurata che ci consente di pervenire a conclusioni che dimostrano l’esistenza di un comportamento preferenziale accentuato”. In effetti le banche italiane mettono a disposizione di Berlusconi, tra il 1974 e il 1981, fidi per poco meno di 199 miliardi di lire e fideiussioni per oltre 150 miliardi. Circa il 20 per cento di queste cifre è erogato da Mps. Conclude la commissione Anselmi: “Alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi e altri) trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio”.
Oltre a questi benefici materiali, la P2 permette a Berlusconi, che è ancora un palazzinaro milanese, un nuovo ricco tenuto fuori dai salotti che contano, il suo primo ingresso in società: a partire dal 10 aprile 1978 (tre mesi dopo l’affiliazione alla loggia di Gelli) Silvio Berlusconi diventa, a sorpresa, nientemeno che collaboratore del Corriere della Sera, commentatore di fatti economici. Inutile sottolineare che il Corriere, in quegli anni, è nelle mani della P2.

Apprendista muratore
L’avventura della P2 termina nel marzo del 1981, quando i magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che stanno indagando sul bancarottiere (piduista) Michele Sindona, scoprono gli elenchi segreti della loggia, perquisendo l’ufficio di Gelli nella sua azienda a Castiglion Fibocchi. Scoppia uno scandalo: la lista degli iscritti a quella che Licio Gelli chiama “l’Istituzione” fa pensare a uno Stato parallelo. Ci sono generali e alti funzionari, i vertici dei servizi segreti al completo, il comandante della guardia di finanza, cinquantadue ufficiali dei carabinieri, prefetti e diplomatici, quarantaquattro tra deputati e senatori, tre ministri, molti politici iscritti a Dc, Psi, Psdi, Pli, Msi, sedici magistrati. E poi giornalisti, direttori di giornali, editori, banchieri, industriali, manager. Dopo lo scandalo, Berlusconi continua senza danni il suo cammino. Sulla sua appartenenza alla P2 rilascia nel tempo dichiarazioni contraddittorie e rischia perfino una condanna per falsa testimonianza (ma viene poi salvato dall’amnistia). Che cosa dice della sua affiliazione? Ammette di averla accettata per interessi d’affari: “Mi sono iscritto alla P2 nei primi mesi del 1978, su invito di Licio Gelli, che conoscevo da circa sei mesi […]. Non ho mai versato contributi […]. Gelli mi chiarì che, tramite la Massoneria, organizzazione internazionale, avrei potuto avere dei canali di lavoro e contatti internazionali per la mia attività” (26 ottobre 1981).

Minimizza: “Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo […]. Non ho mai pagato una quota d’iscrizione, né mai mi è stata richiesta” (27 settembre 1988). La riduce a un fatto di vanità e a un piacere accordato a un amico: “Gelli mi riempì di complimenti dicendomi che mi considerava fra i nuovi imprenditori quello più bravo e insistette molto che io avevo un futuro importante davanti […]. Io resistetti molto a dare la mia adesione, poi lo feci perché Roberto Gervaso insistette particolarmente […]. Gervaso è un mio carissimo amico. Mi disse: “Fammi fare bella figura”. Lui aveva bisogno di scrivere sul Corriere della Sera. “Ma cosa ti costa, dammi questa possibilità, fammi fare bella figura”, e io aderii” (3 novembre 1993). Infine la butta in barzelletta: “La tessera me la porta la segretaria dicendo: “C’è scritto che lei, dottore, è apprendista muratore…”. Ero in riunione con dodici o quattordici collaboratori: tutti scoppiamo a ridere. Ma come, dico io, sono il primo costruttore italiano di città e mi definiscono apprendista muratore? Questo non lo accetto” (6 marzo 2000).

A fargli rischiare una condanna per falsa testimonianza, evitata, come detto, grazie a una provvidenziale amnistia del 1989, è la dichiarazione del 27 settembre 1988, perché la pronuncia sotto giuramento, mentre depone davanti al Tribunale di Verona come teste – parte offesa in un processo contro due giornalisti che aveva denunciato per diffamazione (Giovanni Ruggeri e Mario Guarino, autori del mitico libro Berlusconi. Inchiesta sul signor tv). Nel maggio del 1990, la Corte d’appello di Venezia ritiene provato che Berlusconi abbia mentito: perché l’affiliazione era avvenuta all’inizio del 1978, quindi non poco prima, ma più di tre anni prima che Turone e Colombo scoprissero le liste degli affiliati; e perché agli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 vi sono le prove del pagamento dell’iscrizione.

La bugia non è innocente: non serve infatti soltanto a minimizzare l’adesione alla loggia di Gelli, ma soprattutto a tentare di nascondere che c’è stato un periodo – oltre tre anni – in cui le relazioni piduiste hanno prodotto i loro frutti. Dall’altra parte, quando Gelli parla del Berlusconi ormai entrato in politica e del suo programma, lo accusa praticamente di plagio. “Ha preso il nostro Piano di rinascita e lo ha copiato quasi tutto” dichiara nel febbraio del 1996. E nel 2003 aggiunge: “Forse sì, dovrei chiedere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa”.

“Mi sono fatto da solo”
Uno dei vanti più grandi di Silvio Berlusconi è quello di essersi fatto da solo. Di aver avuto successo come imprenditore, prima palazzinaro e poi tycoon della tv, e di essere diventato molto ricco grazie alle sue capacità. Ne deve aver avute molte davvero, visti i risultati. Ma proprio da solo non è stato, nella sua irresistibile ascesa. Lo hanno aiutato gli amministratori pubblici che gli hanno concesso i permessi edilizi per costruire; i banchieri iscritti alla P2 che gli hanno garantito “appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio”; i misteriosi sponsor delle sue prime operazioni immobiliari; Craxi e i politici che gli hanno permesso di diventare il monopolista italiano della tv commerciale.

Nelle sue aziende, ha sempre avuto un pugno di uomini determinati, addetti a tenere i rapporti con la pubblica amministrazione e la politica. Dopo averlo fatto in prima persona (lo ha detto lui, ricordiamo: “Giravo con l’assegno in bocca”), si è affidato a collaboratori, ragazzi svegli capaci di capire al volo, cogliere le situazioni, negoziare, conquistare la controparte. Uomini che per lo più provenivano dalla politica e ne conoscevano i riti. Alcuni li prende persino dalle file del Pci.

Uno dei primi è Sergio Roncucci, geometra, comunista: consigliere comunale del Pci a Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano, ha il compito di trattare con le amministrazioni rosse dell’hinterland milanese. Ezio Cartotto, invece, viene dalla Dc. Incontra Berlusconi nel 1971, su indicazione del responsabile Enti locali del suo partito, Enzo Grimaldi: “Grimaldi mi disse che Berlusconi, e come lui altri costruttori, aveva un problema… il blocco delle lottizzazioni superiori a una certa volumetria. Noi lo risolvemmo”. Dopo un inizio così brillante, il rapporto continua: negli anni Ottanta Carotto viene chiamato a formare i quadri di Publitalia e, all’inizio dei Novanta, come vedremo, studierà per conto di Dell’Utri il “partito nuovo” che dovrà sostituire il vecchio sistema politico al collasso. A Romano Comincioli, suo ex compagno di scuola, Berlusconi affida invece il delicatissimo affare Olbia 2, un progetto di speculazione immobiliare in Sardegna in cui è coinvolto il faccendiere sardo Flavio Carboni, ma in cui compaiono anche personaggi della criminalità organizzata (cambiali con girata di Comincioli passano a uomini della banda della Magliana, il più potente gruppo criminale di Roma, per poi finire nelle mani di Pippo Calò, il rappresentante di Cosa nostra nella capitale).

La lobby del Biscione
Quando Berlusconi passa al business televisivo, la sua organizzazione si ristruttura per puntare a due obiettivi: sul fronte pubblicitario, conquistare nuovi clienti e strapparli alla concorrente Sipra per portarli a investire in Publitalia; sul fronte più propria- mente politico, impedire leggi che penalizzino le sue tv e promuoverne anzi di favorevoli. Silvio raccoglie attorno a sé uomini utili a raggiungere questi obiettivi.

Il primo direttore di TeleMilano 58 è Stefano Lodi, giornalista residente a Milano 2, ma soprattutto membro della commissione ministeriale che studia le ipotesi di regolamentazione dell’emittenza privata. Studi che non porteranno a niente. A Lodi succede Marcello Di Tondo, politico democristiano e manager delle pubbliche relazioni, nonché dirigente di una piccola tv locale, Tvm 66, ma soprattutto ex segretario di Vittorino Colombo, un democristiano che occupa il ministero che più interessa a Berlusconi: quello delle Poste e Telecomunicazioni, da cui dipende l’emittenza televisiva. Di Tondo diventa il primo lobbista di rilievo della Fininvest, impegnato a tessere rapporti soprattutto con gli uomini della Dc e dei partiti minori.

Dei socialisti si occupa personalmente Berlusconi, che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta incontra spessissimo il socialdemocratico Pietro Longo, segretario del Psdi e iscritto alla loggia P2. Ma Silvio, come abbiamo visto, stringe un rapporto forte soprattutto con Bettino Craxi, il leader del Psi. Per anni, Bettino passa la notte di Capodanno con Silvio. I due diventano amici. Si frequentano a Milano, a Roma, ad Arco- re e anche nella villa di Berlusconi in Engadina. “Craxi era alto, miope e distratto” racconta nel 2021 Dell’Utri “e Berlusconi invece è sempre stato preciso e attento alle apparenze. Quello gli faceva la pipì sulla tavoletta del bagno della casa di Sankt Moritz, dove poi andavano gli altri ospiti. Quindi Silvio si alzava, con discrezione, e sistemava tutto prima che se ne accorgesse qualcuno”.

I rapporti tra i due non erano facilissimi. “Silvio a volte lo subiva” continua Dell’Utri. “Amore e odio. Vede, Craxi spesso era arrogante. S’arrabbiava se leggeva qualcosa che non gli piaceva sul Giornale. Telefonava. Gridava. Strillava cose irripetibili contro Montanelli. E Silvio ci restava malissimo, diceva: “Ma secondo te Montanelli sta a sentire me?”.
Con Ciriaco De Mita, leader della sinistra democristiana e grande oppositore della cordata Craxi-Andreotti-Forlani, Berlusconi invece non riesce proprio a legare. A metà degli anni Ottanta, nel pieno della battaglia per far passare in Parlamento il “decreto Berlusconi” – che Craxi aveva imposto per non far interrompere le trasmissioni ai canali Fininvest –, Silvio prova ad andare a trovarlo. Va nel suo studio romano, accompagnato da due democristiani lombardi che tentano la mediazione: Roberto Mazzotta e Roberto Formigoni. Entra sorridente nell’ufficio, ma De Mita, seduto impassibile alla scrivania, continua per alcuni minuti a leggere il giornale, poi finalmente alza lo sguardo e lo saluta con freddezza. Poche parole e poi Berlusconi torna a Milano a mani vuote. Mazzotta e Formigoni si ritirano in buon ordine. La spedizione è un fallimento totale.

Ben più fruttuoso è il lavoro di Gianni Letta che, lasciata la direzione del quotidiano Il Tempo, diventa per anni il principe dei lobbisti di Berlusconi, il grande tessitore di alleanze politiche, il costruttore di rapporti con gli uomini dei partiti, il risolvitore di problemi. Tanto che Berlusconi, appena diventato capo del governo, lo premia con la poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Letta – esempio di lobbista vincente –, dopo aver influenzato da fuori tanti governi, diventa egli stesso regista dell’attività governativa.
Gli anni ruggenti dell’impero del Biscione sono gli Ottanta, in cui il fatturato pubblicitario, cioè i soldi incassati dalle aziende che vogliono fare spot sulle sue reti, cresce di anno in anno in maniera vertiginosa. In quegli anni cresce (e lavora) anche la lobby del Biscione, impegnata a difendere la tv di Berlusconi da leggi che potrebbero frenare o bloccare la sua prodigiosa crescita.

Dapprima, in verità, gli sforzi sono concentrati nell’impedire che sia fatta una qualsiasi legge sulle tv, perché se fossero state imposte regole uguali per tutti altri operatori avrebbero avuto le stesse possibilità di Berlusconi. Regole uguali per tutti poteva voler dire imporre dei limiti antitrust – non possedere più di una o due reti – per impedire la formazione di un monopolio e permettere a più operatori di stare nel mercato. Resta in vigore invece per un decennio la legge del più forte: e il più forte è Berlusconi, che con le sue tre reti consolida il suo potere di unico padrone della tv privata nazionale.
Verso la fine degli anni Ottanta, però, Berlusconi capisce che non è più possibile bloccare ogni regolazione. La lobby del Biscione s’impegna allora a far varare una legge che fotografi la situazione esistente: tre reti alla Rai, tre reti a Berlusconi e solo qualche blando limite per non esagerare con gli spot pubblicitari nei programmi.

Governo e Parlamento s’impegnano a preparare la legge Mammì sulla tv. Oscar Mammì è allora il ministro delle Poste e telecomunicazioni. Davide Giacalone è il suo giovane segretario ed è considerato il vero estensore del testo della legge che regola- menta l’etere. Dopo l’approvazione della Mammì, Giacalone lascia il ministero ed è premiato dalla Fininvest con un contratto di consulenza da 460 milioni di lire. Non è l’unico del settore ad avere relazioni con la Fininvest. L’azienda del Biscione tesse rapporti con molti professionisti impegnati sul fronte della comunicazione. Antonio Pilati, per esempio, negli anni Ottanta lavora allo Iem (l’Istituto di economia dei media), che formalmente è un centro indipendente di studi, ma nei fatti è mantenuto dalle consulenze e dalle committenze Fininvest. In seguito, Pilati sarà chiamato a far parte dell’Autorità di controllo sulle comunicazioni e sarà considerato il vero padre della legge Gasparri, grazie alla quale, nel 2003, non vige più alcun limite antitrust e Berlusconi non deve più rinunciare a una delle sue reti, come invece aveva stabilito la Corte costituzionale.

Comunisti, odio e amore
Berlusconi pesca i suoi collaboratori in maniera trasversale. È strano il suo rapporto con la sinistra: istintivamente anticomunista, ha però una sorta d’ammirazione per i comunisti, la loro passione, dedizione, disciplina, fedeltà, capacità organizzativa. Uno dei suoi primi uomini addetti ai rapporti con la politica è, come abbiamo visto, il comunista Sergio Roncucci. In seguito, Berlusconi stringe un buon rapporto con la corrente “migliorista” del Pci, quella più vicina ai socialisti, che la Fininvest sostiene generosamente finanziando Il Moderno, un giornale quasi invisibile in edicola, ma molto ricco di pubblicità. È diretto da Lodovico Festa (che poi diventerà condirettore del Foglio di Giuliano Ferrara, altro ex comunista passato al berlusconismo).

I magistrati di Mani pulite andranno a mettere il naso nei conti del Moderno e manderanno sotto processo i suoi responsabili e i dirigenti dei miglioristi per false fatturazioni e finanziamento illecito al partito. La Cassazione sentenzierà: “Il finanziamento da parte della grande imprenditoria si traduceva in finanziamento illecito al Pci-Pds milanese, corrente migliorista”, poiché

Il Moderno deve essere considerato il “destinatario fittizio del finanziamento”, essendo un’”articolazione politico-organizzativa del partito, con tutte le implicazioni e conseguenze che ne derivano”.

Anche l’uomo simbolo del Pci sotto inchiesta per Tangentopoli, Primo Greganti, il “compagno G”, ha rapporti con la Fininvest attraverso il suo omologo nell’ambiente del Biscione, Aldo Brancher. I due formano una coppia ben affiatata: lavorano spalla a spalla, discutono affari, concludono operazioni immobiliari. Brancher fornisce a Greganti anche un telefono cellulare e gli dà ospitalità nei suoi uffici romani. I due, insomma, si comportano come se fossero soci. Vite parallele, quelle del comunista Greganti e dell’ex prete Brancher: entrambi sono accusati di aver fatto da mediatori di tangenti per le loro “aziende” (il Pci-Pds per Greganti, la Fininvest per Brancher); entrambi “non parlano”; entrambi si rifiutano di coinvolgere i loro “superiori”, sostenendo di aver lavorato in proprio. Un “cattocomunismo” in salsa Fininvest.

Ma anche il Pci, inteso proprio come partito, finisce per dare una mano alla Fininvest. Dopo il primo decreto Berlusconi voluto da Craxi per salvare le reti Fininvest, ne è necessario un secondo che impedisca definitivamente l’oscuramento delle tv del Biscione. Questo viene convertito in legge alla Camera il 31 gennaio 1985, con i voti, determinanti, di trentasette deputati del Movimento sociale italiano, il partito neofascista. Il più attivo in sostegno di Berlusconi tra i missini è Franco Servello, che durante la successiva campagna elettorale per le politiche, nel 1987, sarà molto presente come ospite sulle reti del Biscione.

Il decreto arriva poi al Senato venerdì 1° febbraio. È l’ultima spiaggia: se non viene approvato entro lunedì 4, il decreto decade e le tv di Berlusconi torneranno a essere oscurate. Quel giorno, il presidente del Senato, Francesco Cossiga, contingenta il tempo degli interventi per impedire l’ostruzionismo. La Sinistra indipendente, capeggiata da Giuseppe Fiori, con un escamotage procedurale tira in lungo fino alle 23.30. “Se quattro comunisti fossero intervenuti a parlare” scrive Fiori, “sarebbe passata la mezzanotte e il decreto sarebbe decaduto”. Il capogruppo del Pci Gerardo Chiaromonte fa invece rispettare un’ipocrita disciplina di partito: votare contro, ma senza ostruzionismo, permettendo così al decreto di passare. L’ordine arriva dal giovane responsabile della comunicazione del Pci: Walter Veltroni. Per ragioni politiche: Craxi ha promesso che, in cambio del via libera a Berlusconi, il Pci otterrà un riassetto della Rai che prevede anche il passaggio di Rai 3 e del Tg3 al Partito comunista. E così avverrà.

Quanto costa la legge Mammì
Con questa storia alle spalle, Berlusconi difficilmente può soste- nere di essersi fatto da sé, di non dovere nulla alla politica. Eppure questa resta una convinzione largamente diffusa nella pubblica opinione, fino a oggi. Di certo c’è che nel triennio 1989-1991– gli anni cruciali dell’approvazione della legge Mammì e del varo del Piano nazionale delle frequenze televisive – avvengono alcuni grandi movimenti sotterranei. Dai conti esteri delle società Fininvest partono almeno tre importanti operazioni finanziarie “riservate”.

La prima è l’emissione di un finanziamento da 23 miliardi di lire che dalla società All Iberian – una società del sistema estero e occulto della Fininvest – passa ai conti esteri di Bettino Craxi. La seconda è l’assalto, in Spagna, a Telecinco, la tv spagnola di cui la Fininvest, attraverso le società estere All Iberian e Catwell, giunge a controllare oltre l’80 per cento, contro la legge antitrust spagnola (sì, in Spagna avevano varato una legge televisiva anti-trust) che impedisce a ogni operatore di superare il 25 per cento di una sola rete.
La terza è un complicato passaggio di denaro che muove ben 91 miliardi di lire: da conti esteri arrivano alla Fiduciaria Orefici di Milano, lì vengono trasformati in certificati di credito del teso-ro (Cct), sono portati in alcune banche di San Marino dove sono convertiti in denaro contante, poi sono consegnati cash nella sede della Fininvest a Milano 2 e infine trasportati, almeno in parte, in Svizzera.

Qual è il motivo di una così complessa operazione? Giovanni Manzo, procuratore della Fiduciaria Orefici, risponde all’allora pubblico ministero Francesco Greco: “Il responsabile della tesoreria Fininvest Mario Moranzoni, nel 1991, ci comunicò che dovevamo aprire un mandato fiduciario intestato a Silvio Berlusconi. Ci disse che, su tale mandato, dovevamo operare acquisti di titoli di Stato […]. Quando gli chiesi spiegazioni, Moranzoni mi rispose sempre con frasi generiche, ma piuttosto significative, del tipo: “I politici costano molto… È in discussione la legge Mammì…””. E continua: “Un’operazione così rilevante non l’avevo mai fatta”.
Conferma Gerardo Pastori, collega di Manzo alla Orefici: “Giovanni mi riferì che i Cct, secondo quanto illustratogli dal Moranzoni, erano destinati a uomini e partiti politici in occasione della discussione e dell’approvazione della legge Mammì. Moranzoni ci chiese di cercare i titoli perché il gruppo ne aveva bisogno. Li voleva materialmente. Non è facile reperire sul mercato Cct in questa quantità nella loro disponibilità fisica. Lo dico perché il nostro fu un lavoro piuttosto impegnativo, anche perché le richieste del Moranzoni erano caratterizzate dall’urgenza”.

In verità la legge Mammì è già stata approvata nell’estate del 1990, ma proprio nel periodo del grande giro di soldi e Cct tra la Svizzera, San Marino e Milano 2 è definito il Piano delle frequenze, da cui dipende l’attuazione concreta della legge. Nel 1992 l’operazione legge Mammì-assegnazione delle frequenze è finalmente conclusa. Appena in tempo: parte Mani pulite e il sistema dei partiti a cui Berlusconi faceva riferimento si sfalda. Inizia il biennio più difficile: per Berlusconi e forse anche per il paese.

CREDITI FOTO: Chiarelettere – La copertina del libro “Una storia italiana” di Gianni Barbacetto

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