Sincon-empaticamente in jazz

In libreria tre volumi intorno al jazz scritti da Louis Armstrong, Duke Ellington e Charles Mingus.

Daniele Barbieri

In pochi giorni sono finito due volte in ospedale. Pre-sincopi. E ho subito pensato: mi piace il jazz, ecco un buffo legame. Anche il mio cuoricino “balla” con un ritmo sincopato. Una mia saggia amica (*) intravede un legame con il post-Covid che ci sta imponendo frequenti arresti di ritmo alternati al recupero delle musiche abituali. Ci potrebbe aiutare una caratteristica del jazz: l’improvvisazione. Magari collettiva. In futuro impareremo a cambiare accenti ritmici, uscendo dal solito pentagramma? A ogni modo io ho trovato così un originale inizio (paramedico) a questo mix – è il secondo per «Micromega» – di libri intorno al jazz.

Ho letto nelle ultime settimane due libri di grandi musicisti del’900 (Louis Armstrong e Duke Ellington) e riletto «Peggio di un bastardo» di Charles Mingus. E allora via in ordine alfabetico.

La tromba che cambiò gli Usa

Dopo oltre 20 anni grazie all’editore Quodlibet arriva (è il quarto titolo della bella collana Chorus) «Un lampo a due dita» ovvero «scritti scelti di Louis Armstrong» – 330 pagine per 25 euri, tradotto da Giuseppe Lucchesini – a cura e con l’introduzione di Thomas Brothers (un cognome che suona in tema) più una breve prefazione di Stefano Zenni. Lettura piacevole anche per chi di jazz sapesse poco.

Quando gli chiedono (in un’intervista radiofonica degli anni ‘40) «sei anche scrittore?» Armstrong risponde: «sono un lampo a due dita sulla mia macchina portatile». Ed ecco il titolo.

«Il bisogno di scrivere – proprio come quello di cantare e suonare – scaturiva da un impulso incontenibile» commenta Zenni. Lettere, memoriali, qualche articolo: diverse le occasioni ma lo stile Armstrong è comunque violare consapevolmente le regole della scrittura, ironizzare, sottolineare e allungare certe parole che gli piacciono, reinventare i segni grafici. Giocando spesso anche con la firma e i saluti; nel congedarsi dal critico musicale Leonard Father chiude con un gustoso «Risoefagiolirossamente Tuo».

Un piacevole umorismo, aneddoti a cascata (inevitabilmente qualcuno si ripete) di vita quotidiana, arte, ospedali e viaggi con osservazioni – ora dolorose e ora più ironiche – da vittima del razzismo allora dominante; vittima “previlegiata” certo, in quanto artista ricco e famoso, ma pur sempre cittadino di serie B. Anche se non è un militante per i diritti si rende conto che gli Usa stanno cambiando. Nel 1948 così racconta un concerto a Miami: «Entrai in scena e vidi qualcosa mai visto. Migliaia di persone, nere e bianche. Non segregati. […] Tutti insieme, com’è natura». Tre parole: come è natura. Bastano, dicono tutto.

Parlasse di sé o di musica, di vecchiaia o di incontri lo faceva in un ottimo inglese… e se ne vantava, alla faccia di chi lo giudicava un “negraccio ignorante”. Un gusto particolare per il gergo e le battute surreali. A volte si potrebbe fare un paragone con lo «scat» ovvero il modo di cantare che imita il suono degli strumenti; nello scrivere Armstrong spesso prende una parola, la tira in aria, la storpia, la frulla e ne tira fuori qualcosa che dà voce a un segreto (o a uno scherzo) nascosto nell’anima. Geniale e clown; o dadaista se preferite. Ma era anche un pignolo: confessava di girare sempre con un dizionario dei sinonimi e dei contrari.

Nel presentare l’edizione italiana alcuni giornalisti hanno sottolineato i molti richiami di Armstrong alla «pulizia intestinale» e le citazioni del suo lassativo preferito. Sono stranezze da artista? Per la verità è curiosa invece la reticenza – il tabù? – di tante persone a censurare ciò che accade fra stomaco e culo ma questo sarebbe un discorso che ci porterebbe lontano dalla musica.

Duca si diventa

«La musica è una splendida donna nel fiore degli anni / La musica è una lavandaia che pulisce lo sporco / La musica è una bambina / semplice, dolce, radiosa / vecchia di mille anni / fredda come grandine, che trama». E avanti così per due bellissime pagine fra ironia e serietà. Perché la musica è anche «una cagna magnifica / un vulcano di desiderio / ti fa bollire il sangue / mentre ti trascina via».

Ho amato Edward Kennedy – ma per tutti fu Duke – Ellington come buon pianista, grande compositore, geniale direttore d’orchestra. Non lo conoscevo come scrittore piacevolissimo. Lo scopro ora grazie a Minimum Fax (da sempre molto attenta al jazz) che ha ristampato – 530 pagine per 20 euro – l’esauritissimo «La musica è la mia signora: l’autobiografia» nella traduzione di Francesco Pacifico e Franco Fayenz il quale ne scrisse anche la prefazione mettendo in rilievo come Ellington fosse anche «un adorabile bugiardo»; a voi scoprire dove ma… sarà facile: quasi sempre il Duca si smentiva da solo. Per esempio quando giurava che lui non aveva mai studiato musica ma era Dio a muovergli le mani sui tasti. Una delle tante balle è probabilmente anche l’amore del gangster Al Capone per il jazz mentre una verità granitica è quanto Ellington scrisse sui rapporti fra – tenetevi forte – Shakespeare e il jazz. Non farò spoiler ma se avete urgenza di scoprire l’intreccio fra Bardo e Duca aprite il libro a pagina 212; anzi no divorate tutto il capitolo «Jump for Joy extended».

Non potete fare a meno di Ellington per farvi guidare nella «città del jazz» che «non è un luogo preciso» ma è «ovunque si trovi quel sound che ti fa… dai che lo sapete!». E se non lo sapete io vi consiglio di cominciare a capire ascoltando proprio gli album del Duca.

«Una sete inestinguibile di diesis e di bemolle» in compagnia di una signora «che ha diecimila anni ma è moderna come il domani»: la signora del titolo.

Non perdetevelo. Difetti? Come ogni libro ne ha qualcuno. In certe pagine Ellington sembra untuoso verso i potenti. A meno che… non sia una perversa ironia. Quanto a ironia ne troverete a chili (forse tonnellate) nel libro successivo.

«Non solo farti battere il piede»

L’inizio di «Peggio di un bastardo», pubblicato nel 1971, è giustamente famoso. «In altre parole io sono tre. Il primo, sempre nel mezzo, osserva tutto con fare tranquillo […]. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura. Il terzo è una persona gentile, traboccante d’amore». Ma il terzo avrebbe voglia di «distruggere tutto, compreso sé stesso… quando si accorge di cosa gli hanno fatto». In tutto il libro parla di sé in terza persona Charles Mingus – all’anagrafe era Mongus ma pochi lo sapevano – aggrovigliando in un coloratissimo gomitolo elementi biografici, riflessioni politiche e musicali con lunghe spacconate (soprattutto sessuali). Per il centenario della nascita del grande bassista, compositore e leader, l’editore BigSur propone una nuova edizione – 368 pagine per 20 euro – nella traduzione di Ombretta Giumelli con due interessanti inediti («Lettera aperta a Miles Davis» e «Cos’è un compositore di musica jazz?»).

Proprio in appendice Mingus offre in due frasi una buona sintesi delle riflessioni fatte in precedenza, quasi sempre con amarezza. «La mia musica non vuole solo farti battere il piede e scenderti lungo la schiena» (che è comunque importante) «suono o scrivo le mie emozioni attraverso il jazz o chiamalo come vuoi». E poi: «Per amor di Dio, liberate questa società da un po’ di rumore, così chi ha orecchie potrà usarle per ascoltare della buona musica da qualche parte».

Di buona, ottima musica Mingus ne ha regalata tantissima. Quasi sempre piena di rabbia per il razzismo della società statunitense. Partendo da lì si capisce meglio anche questo strano libro che (soprattutto ai tempi della prima edizione) fece scandalo perché almeno uno dei tre Mingus ripeteva ossessivamente che per lui la cosa migliore sarebbe stata fare «il magnaccia». Sempre contraddicendosi perché in altre pagine leggiamo: «non riesci a vivere solo con la musica in queste luride strade in mano alla malavita e a me piace suonare più che fare soldi».

Fu subito chiaro al piccolo Charles che sarebbe stato un capro espiatorio perché «era una specie di bastardo; più chiaro di altri – ma non abbastanza per appartenere all’ élite dei quasi bianchi – e non abbastanza scuro per la categoria di neri elegantissimi e belli». E se adesso pensate a qualcuno chiamato Duca, beh uno dei tre Mingus vi darebbe ragione (tanti bei soprannomi ma «crepiamo senza il becco di un quattrino») però gli altri due Mingus per un concerto di Ellington sarebbero stati pronti a morire.

Dove il recensore minaccia di continuare

Non vorrei lasciare chi si sta incuriosendo con l’impressione che il jazz sia comunque una musica … del secolo scorso. Così se in valigia, fra i cd e gli abiti leggeri, avrete spazio per altri libri fatemi un fiiiiiiiiiischio e ci risentiamo verso agosto.

A proposito di sincopi – ma per me anche no, grazie – ho recuperato un vecchio libro di Giorgio Rimondi («La scrittura sincopata: jazz e letteratura del Novecento italiano») ed è quasi in testa alla mia pila dei libri. Un gradino sopra, in ordine temporale: «La storia del jazz in 50 ritratti» con le illustrazioni di Riccardo Gola e i testi di Paolo Fresu e Vittorio Albani. Ma anche «Blues e femminismo nero» di Angela Davis (proprio lei, non una omonima) tradotto con solo una ventina d’anni di ritardo. Nel frattempo ho letto a pizzichi e bocconi sia «Jazz set» di Guido Michelone che «La scuola che sognavo» di Bruno Tommaso e vale inquadrare anche quelli in un più ampio contesto. Poi vorrei rileggere le storie jazzistiche di Geoff Dyer («Natura morta con custodia di sax») finalmente ripubblicato: ne ho un buon ricordo ma nebbiosetto.

Siccome «l’importante è esagerare» mi riprometto prima o poi – non dispero che qualcuna/o me li regali – di mettere le zampacce su altri quattro libri recenti e che mi sembrano swinganti: la nuova edizione della «Storia del Jazz» di Ted Gioia pubblicata dalla EDT in collaborazione con Siena Jazz; «La ballata di Nina Simone» (Harper Collins) di Francesca Genti; «La mia storia del jazz» (Jaca Book) del pianista Gaetano Liguori: e infine «Tra note jazz» (M&P) con Serafina Gerace a interrogare il contrabbassista Paolo Damiani. Mi resterà tempo per andare ai concerti?

(*) pur essendo sarda vive simbolicamente nei Monti Appalacchi e non mi autorizza a svelare la sua identità. D’altro canto, come disse mio cugino Alfred Hitchcock, senza un minimo mistero nessuna storia può reggere.



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