Siri Ranva Hjelm Jacobsen: “Il talento è una questione di circostanze”

Intervista a Siri Ranva Hjelm Jacobsen, autrice danese originaria delle Isole Faroe. Il suo primo romanzo, Isola, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione di Maria Valeria D’Avino, l’ha subito imposta all’attenzione del pubblico e della critica internazionale. Lettere tra due mari (Iperborea, 2021) l’ha definitivamente consacrata tra i grandi cantori del Nord.

Roberto Rosano

Di chi è figlia Siri Ranva Hjelm Jacobsen?
Alla festa di compleanno di mia madre, mio padre ha definito sé stesso un «granchio eremita» e sua moglie una farfalla. È vero, mia madre è proprio una farfalla, che sa levarsi e volteggiare sulla vita: mi ha insegnato la gioia nella sua pienezza, nella natura, nella comunità. Ama molto cantare. Mio padre, invece, è meno paguro di quanto pensi: ha il dono preziosissimo della curiosità ed è un conversatore magistrale per diretta conseguenza.

Entrambi i suoi genitori sono figli della migrazione.
Sì, mio padre è figlio del proletariato cittadino, mia madre della campagna. Sono entrambi assistenti sociali in pensione; sono due persone molto diverse le cui imperfezioni appaiono, però, piuttosto complementari: condividono un forte senso di giustizia sociale, un grande amore per la bellezza e la meraviglia di questo mondo, una profonda capacità di cura. Naturalmente, mia madre è una pensatrice patologica e mio padre testardo come un mulo. Fondamentalmente, però, sono entrambi molto bravi ad amare e, quindi, sono entrambi molto amati. Riallacciandomi alla sua domanda rituale, direi che sono figlia di due persone che non hanno paura della vita.

Come ha scoperto il suo talento nella scrittura?
Oh, questo proprio non saprei dirlo. Non mi fraintenda, sono orgogliosa del mio lavoro e penso anche di essere abbastanza brava, ma ho sempre guardato con molto scetticismo al concetto di talento. Così spesso, quello che chiamiamo talento è determinato dalle norme che governano il buon gusto e, altrettanto spesso, questo può essere più una questione di circostanze: un ambiente favorevole, una buona istruzione, il denaro per pagare il tempo necessario a sviluppare sensibilità e competenze.

Ma da bambina, cosa voleva fare?
Da bambina ho iniziato a capire che, quando raccontavo storie, quando posavo i miei pensieri e le mie domande in una narrazione o li lasciavo cadere in una poesia, il mondo reagiva bene, ascoltava, si metteva comodo.

E Siri Jacobsen con quali penne si sentiva più a casa?
Oh, sicuramente con Selma Lagerlöf, George Orwell, Viktor Klemperer. Questi nomi hanno tutti significato molto per me. Doris Lessing e Ursula Le Guin sono alle radici del mio essere, sono tra le mie fondamenta, ma lo sono anche le fiabe e le storie popolari, la mitologia norrena e greca, la letteratura gotica, il poeta William Carlos Williams e il brillante poeta finlandese Edith Södergran. Poi sicuramente ci sono tutti gli scrittori che mi hanno intrappolata nelle loro narrazioni. In alcuni scrittori si cade come in una trappola, non crede? È come se ci inghiottissero.

È vero. Di chi si tratta?

Tove Jansson, la madre dei troll Mumin, Margaret Weis e Tracy Hickman, che hanno scritto le Cronache di Dragonlance, Jean M. Auel del “Clan of the  Cave Bear” (Ayla figlia della terra, Tea, 2009).

Quali sono le sue abitudini di scrittura?
Cerco di scrivere la mattina, fino a mezzogiorno. Ho la fortuna di avere uno studio con una porta che si chiude. Ci sono piante sul davanzale della finestra e un grande armadio bianco che posso ricoprire di post-it quando ho bisogno di organizzare i miei pensieri o di impostare la struttura di una storia. Vivo da sola eppure chiudo sempre la porta di questa stanza: quello che succede lì deve essere segreto.

Si è spiegata il perché?
Perché ho bisogno di uno spazio dove fallire miseramente e sembrare un’idiota, fare esperimenti ridicoli, testare idee spaventose, tramare pensieri orribili e imperdonabili. Un laboratorio ingiudicato e non giudicabile. Naturalmente, anche quando sono in comunità, quando parlo con gli amici, quando ascolto, osservo o esamino la consistenza di una foglia sotto le dita o i colori di qualche muschio su una roccia, mi sto preparando alla scrittura. Quindi, l’orario lavorativo di una scrittrice non inizia ad un’ora precisa e non si conclude mai.

Ma di cosa ha bisogno per scrivere una storia? Un’immagine, un’idea, un ricordo …
Una domanda! Una domanda buona, incredibilmente complessa, bella, con diverse possibilità di risposta. Non necessariamente una domanda sofisticata. Isola, per esempio, muove da un interrogativo di base, «perché a volte abbiamo una così profonda nostalgia per un posto in cui non siamo mai realmente vissuti?”. È una domanda che un adulto non si farebbe mai e, invece, un bambino sì. I bambini fanno domande così profonde e apparentemente naïf perché non hanno ancora imparato che esistono le cosiddette «domande imbarazzanti». Se hanno una curiosità, la esprimono, la manifestano.

Che cosa pensa della Danimarca?
In un certo senso, è un gambero che si crede un’aragosta!

Ma è davvero un Paese felice, come sostiene Stewart Gordon ed anche il World Happiness Report?
Nessun Paese è felice, credo. Voglio dire, un Paese è fatto di tutte le sue parti. E come tutti i Paesi europei, la Danimarca ha anche del razzismo, delle disuguaglianze strutturali, la sua dose di populismo. Tuttavia, si tratta di un Paese con un livello relativamente elevato di uguaglianza sociale, una corruzione relativamente bassa, un buon accesso all’istruzione su scala nazionale e un sistema assistenziale ampiamente funzionante. La gente tende ad avere fiducia nel sistema giudiziario. Aggiungete a ciò un tasso di occupazione relativamente elevato e il fatto che, seppure non sia facile costruirsi una famiglia senza possedere una fortuna privata o vivere vicino ai nonni, è molto più fattibile che in molti altri Paesi. Questo ci rende felici? Non lo so, ma è innegabile che renda più semplice la ricerca della felicità.

Ma è vero che vi definite “i veneziani della Scandinavia”?
Ah, ah, ah! Sinceramente questa non l’ho mai sentita, ma ho il sospetto che un gambero in una tuta da aragosta potrebbe dire una cosa del genere.

“Isola” (Iperborea, 2018) è un canto d’amore alle Isole Faroe e una storia sulle intime ripercussioni dell’emigrazione, il ruolo degli affetti, il bisogno di radici. Ma dove si sente veramente a casa, Siri Jacobsen?
§Copenhagen è sicuramente casa mia. Conosco le statue nei parchi, so quali strade evitare, so a che ora del giorno il proprietario del minimarket locale chiude il negozio per un’ora per andare a prendere suo figlio a scuola. Forse perché gran parte della mia famiglia vive all’estero, nelle Isole Faroe e a New York, nutro un sentimento di appartenenza per la mia città più che per il mio Paese. Questa mentalità non è certamente danese. Per i danesi l’identità nazionale è al centro, la parola «cittadino» è stata quasi interamente sostituita dalla parola «danese». Ma forse la mia mentalità «da città-Stato» non è del tutto estranea all’Italia …

Gli italiani sono molto campanilisti, la comprendiamo benissimo. Ma pensa che si possa arrivare a capire veramente il proprio Paese? Lei ci è riuscita?
Sicuramente abbiamo un alto livello di fiducia nello Stato. Questo atteggiamento è sicuramente positivo, ma anche pericoloso.

Ecco, qui noi italiani fatichiamo a comprendere.
Fidarsi troppo del proprio Paese genera compiacimento, passività, ignoranza e decadenza. In una certa misura, ho l’impressione che ci degradi da cittadini a consumatori di servizi pubblici.

Quindi non cittadini attivi, ma titolari passivi di diritti.
E anche di un’identità nazionale, la «danesità». Ma non voglio lamentarmi, capisco benissimo di essere fortunata, di vivere in un Paese dove la maggior parte delle persone non ha paura dell’altro e riesce ancora a credere nei valori di un sistema sociale forte e solidale. Questo è molto su cui costruire.

Il trascorso coloniale della Danimarca è davvero trascorso?

No. In danese, il Regno di Danimarca, composto da Danimarca, Isole Faroe e Groenlandia, si chiama Rigsfællesskabet, che si traduce in “La Compagnia del Regno”. Ma nessuna vera compagnia ha un centro e una periferia. La Danimarca, invece, rimane il centro del potere e in una certa misura – anche se sempre meno, il che è buono – del «capitale culturale».

Che cosa impedisce ad un Paese grande quanto un continente di rendersi indipendente da un piccolo Stato del nord Europa?
Groenlandia e Faroe hanno tuttora bisogno della Danimarca, dal punto di vista economico, e la Danimarca ha ancora bisogno di loro per contare qualcosa sullo scacchiere internazionale.

In Lettere tra due mari (Iperborea, 2021), ha dato parola ai mari e agli oceani, li ha fatti cospirare per annegare il mondo alla ricerca di un’unità originale. Come nasce questa suggestione?
È nata da un imperativo del nostro tempo: dobbiamo trovare nuovi modi di relazionarci alla natura. Dobbiamo smettere di considerarla come qualcosa di lontano, in cui ci si può avventurare per ricavarne qualcosa, un sentimento eroico o un tesoro da estrarre all’infinito. Lettere tra due mari è una meditazione sull’ineluttabilità del cambiamento climatico, che modificherà in ogni caso la nostra esistenza, in maniera radicale. C’è molto dolore in questa constatazione, ma anche molta speranza: questa ineluttabilità cova un potenziale, occorre scoprire di che si tratti e lavorarci su.

Cosa fa quando ha paura della tempesta? Si rivolge ad un dio, ad un antenato?
Parlo con le persone che amo. Se riesco a trovare un po’ di coraggio e c’è qualcosa che possa fare per aiutare qualcuno, ci provo. Non lo faccio perché sono una santa, penso di essere una persona mediamente egoista. Lo faccio perché ho la certezza che la maggior parte delle cose spaventose lo siano un po’ meno quando si hanno le mani impegnate e il pensiero distratto da qualcosa di diverso da sé stessi.



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