I soccorsi in mare e la criminalizzazione della solidarietà

Intervista a Riccardo Gatti, comandante di navi e capo missione di operazioni di ricerca e soccorso in mare.

Valerio Nicolosi

“Conversazioni in alto mare” è il libro edito da Elèuthera nel quale Riccardo Gatti, comandante di navi e capo missione di operazioni di ricerca e soccorso in mare, si racconta al sociologo Marco Aime e spiega come il mondo SAR sia cambiato negli ultimi anni. Lo abbiamo intervistato.

Riccardo, quello che emerge dalle conversazioni con Aime è il ritratto di un antieroe, una persona normalissima che fa un lavoro che viene descritto quasi come ordinario. Ti senti così?
La cosa che volevo comunicare è proprio questa. Non volevo assolutamente creare un personaggio, nel mondo legato al soccorso in mare in molti hanno scelto di farlo. Volevo invece mostrare come sia un lavoro come molti altri, che magari fanno meno rumore mediatico, ma sono altrettanto se non più importanti. Per me è come se lavorassi in ambulanza.

Creare personaggi è una cosa che piace tanto anche alla stampa, però per quanto tu possa definirlo “normale” è comunque un lavoro per il quale servono tante competenze.
Questo è vero e io avevo le giuste competenze al momento giusto. Avevo lavorato con i minori stranieri non accompagnati, studiavo psicologia e avevo la patente nautica e un’esperienza in mare fatta in un contesto completamente diverso: gli yacht! Però ero stanco di lavorare in mare con persone con le quali non condividevo nulla, così quando nel 2015 la mamma di un amico mi ha detto: Medici Senza Frontiere sta cercando persone che possano fare soccorso in mare nelle isole greche, ho detto “vado!”.

Dal 2015 sono passati solo 6 anni, eppure sembra una vita fa per chi si occupa di ricerca e soccorso in mare. All’epoca per la stampa e la politica eravate eroi e ora invece collusi con i trafficanti. Come hai vissuto questo passaggio?
Il mio percorso personale e politico nei movimenti libertari mi faceva essere diffidente quando ci chiamavano eroi, quindi per me non c’è stato nulla di traumatico. Sicuramente mi ha spaventato vedere come le persone vicine a me, anche il mio vicino di casa, abbiano cambiato atteggiamento in poche settimane. Prima mi fermavano per ringraziarmi mentre quando la stampa e la politica hanno iniziato a raccontare un’altra storia vedevo la diffidenza negli sguardi e questo mi spaventa, perché capisco quanto una cosa così importante possa essere percepita in modo diametralmente diverso in base a come viene raccontata.

E oggi come venite raccontati? A parte alcuni momenti mi sembra che sia calata l’attenzione su questo tema.
C’è stato un cambio dialettico che ha molto di politico. Non ti insultano più perché è cambiata la strategia e oggi fa più comodo il silenzio. Con Minniti e Salvini al Viminale faceva comodo insultarci, con Lamorgese è cambiata molto la cosa anche a livello di sanzioni: siamo passati dal penale all’amministrativo, che da un lato è positivo ma dall’altro utilizza molti più cavilli burocratici per bloccare le navi in porto. Questo passaggio l’ho visto anche nell’attenzione dei media. Quando Salvini era ministro e ogni giorno faceva dei tweet contro di noi era pieno di giornalisti interessati a salire a bordo per intervistarci. Con il cambio di governo sono rimasti in pochi a trattare il tema in modo approfondito e serio.

Quindi una criminalizzazione soft della solidarietà. Non più fermi in mare per settimane in attesa di un porto dopo il soccorso ma fermi in porto senza poter soccorrere?
Esattamente e purtroppo avviene anche con altre persone che praticano quotidianamente la solidarietà. Penso a Mimmo Lucano, a come è stato smantellato il modello Riace e alla sentenza di pochi giorni fa, penso a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi a Trieste, sotto inchiesta per traffico di essere umani quando invece ogni giorno si prendono cura delle persone che arrivano dalla rotta balcanica. Noi mettiamo una toppa alle mancanze dello Stato ma in compenso veniamo criminalizzati, perché quelle mancanze sono volute, sono una scelta che lo Stato ha fatto, altrimenti non si spiegherebbe come abbiano potuto smantellare un sistema di soccorso in mare che funzionava e anche bene. Fino al 2017 la Guardia Costiera italiana coordinava tutti gli assetti navali nel Mediterraneo e addirittura facevano riunioni operative con noi, all’improvviso tutto è svanito e chi ci ha rimesso sono le persone che sono morte in mare a causa di queste scelte.

L’ultima domanda che ti faccio è sulle tante persone che hai contribuito a salvare in questi anni. La politica spesso specula sulla loro provenienza e sul motivo per cui sono in viaggio. Chi sono veramente le persone che dalla Libia prendono il mare?
Tra di loro c’è chi scappa dalle guerre che spesso l’Occidente ha contribuito a scatenare, dalla fame, dalle persecuzioni, in mare incontri le stesse persone che sono in terra e che vivono le stesse discriminazioni. In generale ho incontrato persone che cercavano una vita più dignitosa e che lungo il viaggio hanno incontrato solo violenze e disumanità.
Mi è capitato diverse volte di conoscere persone omosessuali che scappano dal proprio paese perché è un crimine esserlo. Ho incontrato persone, con i propri pregi e difetti, come ne abbiamo io e te.



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