Socialismo come operazione nostalgia

RILEGGIAMOLI INSIEME / Carlo Formenti, "Il Capitale vede rosso – Socialismo del XXI secolo e reazione neo-maccartista", Meltemi, Milano 2020; Nancy Fraser, "Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo", Castelvecchi, Roma 2020

Pierfranco Pellizzetti

«Quanti, carichi di nostalgia, guardano indietro
a un vecchio regime, possono dirsi fortunati di
non dover vivere in esso»[1]
Ralf Dahrendorf

«Que reste-t-il de nos amours»
Charles Trenet

Carlo Formenti, Il Capitale vede rosso – Socialismo del XXI secolo e reazione neo-maccartista, Meltemi, Milano 2020
Nancy Fraser, Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo, Castelvecchi, Roma 2020

Dare un nome alla cosa

Mentre prosegue il lungo – indecente – interregno nel passaggio bloccato a qualcosa “dopo”, rispetto a questo mondo frantumato, saccheggiato e incanaglito dalle pratiche neoliberistiche, gli aruspici e gli auguri del cambiamento tendono lo sguardo alla ricerca di un segno che annunci prossimi assetti in arrivo. Tuttavia si direbbe che i loro occhi scrutino non l’orizzonte bensì il tramonto. Una ricerca retroflessa, che affonda nella nostalgia del bel tempo che fu. La stagione in cui sventolava il vessillo del Socialismo. Magari del Comunismo.

Lo fa Nancy Fraser e le va dietro Carlo Formenti.

Eppure due bourdivins (allievi di Pierre Bourdieu) parigini – sempre citati e non si sa quanto compresi, Luc Boltanski ed Eve Chiapello – avevano sparso le briciole di Pollicino per consentirci di raggiungere il promontorio da dove scorgere segnali della trasformazione. Il tratto centrale di questo momento storico: dallo sfruttamento all’emarginazione. «Lo sfruttamento era anzitutto sfruttamento attraverso il lavoro. La nozione di esclusione, diversamente, designa soprattutto forme diverse di allontanamento dalla sfera dei rapporti di lavoro» [2]. Ossia la cancellazione del lavoro come soggetto politico, attraverso strategie di de-industrializzazione e de-sindacalizzazione.

Una situazione foriera di gravi delusioni per i nostri “nostalgici” e i loro seguaci, ansiosi di scorgere il tanto vagheggiato segno nel cielo. Che – purtroppo – non apparirà, perché l’utopia socialista si radicava in un contesto ormai cancellato dagli sviluppi secondo-novecenteschi: il Capitalismo nella sua versione industrialista. Mentre siamo già oltre il passaggio dalla centralità produttiva a quella distributiva, che ha comportato la mutazione genetica nella creazione della ricchezza.

Un radicale cambio di scenario, biograficamente rilevabile.

Ricordo come se fosse ieri il viaggio pomeridiano che compivo da bambino per andare a giocare con i figli del guardiano nello stabilimento metalmeccanico di mio bisnonno; nel quartiere operaio lungo il torrente della mia città: il Bisagno assassino, delle periodiche alluvioni genovesi. E il paesaggio che mi scorreva a fianco era quello di un’ininterrotta sequenza di officine e aziende manifatturiere. Se ora ritorno da quelle parti, ormai scorgo soltanto la fila chilometrica di magazzini al servizio della logistica distributiva. Un modo di produrre quanto riconducibile alla riproduzione capitalistica canonica? Così come l’attuale “accumulazione per espropriazione” – teorizzata da David Harvey[3] – in che misura è capitalistica e non – piuttosto – una forma plutocratica pre/post-capitalistica?

Di fatto il capitalismo manifatturiero-industrialista è tramontato da tempo; sicché i propugnatori del revival consolatorio hanno «bisogno di una concezione amplificata di socialismo, che superi gli stretti economismi propri della sua classica accezione. Rivelando le contraddizioni dell’economia capitalista e le relazioni dannose con i suoi presupposti ‘non economici’, il socialismo deve fare di più che trasformare la dimensione della produzione» (N.F. pag. 6). Operazione che impone la necessità di una dilatazione a tal punto del concetto da renderlo indistinguibile. Una panacea illusoria e tuttofare come uno sciroppo miracoloso, buono per ogni magagna. Per cui – in questo sovraccarico di compiti – «il socialismo si proclama capace di rimediare ai mali del capitalismo» (N.F. pag.8). Niente popò di meno dell’arrivano i Nostri?

Ma per fare questo, la prospettiva socialista deve oltrepassare la dimensione economicista per diventare riproduzione sociale; affrontando ben più vaste tematiche che – soprattutto – riguardano il rapporto tra Potere e Istituzione.

È scandaloso affermare che le pratiche socialdemocratiche hanno delegato la questione dell’ispezionabilità e della messa sotto controllo del Leviatano al repertorio liberal-democratico? Mentre il socialismo “reale” non ha aggirato l’esito totalitario della dittatura di una nomenclatura che dichiarava di agire in nome del proletariato; come già Rosa Luxemburg prefigurava nella sua polemica con Lenin? Con le parole della piccola ebrea polacca: «la missione storica del proletariato giunto al potere, di creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non di distruggere ogni forma di democrazia»[4]. Qualcuno è in grado di indicare i tratti distintivi di tale democrazia socialista?

Scolastica marxista

Se – marxianamente – il capitalismo è l’evoluzione dalla statica dell’accumulazione alla dinamica della riproduzione, ossia la ricchezza che imparava a procreare attraverso l’investimento, il luogo deputato alla creazione del valore era la fabbrica; con il suo apparato macchinista. Ora, nel passaggio dalla produzione alla distribuzione, tale luogo deputato diventa la rete, dove scorrono i flussi materiali delle merci (e quelli virtuali della finanza). Un sommovimento tellurico nel modo di produrre/riprodurre che relega il (venerando) testo marxiano nell’empireo dei classici del pensiero primo-moderno; con la sua straordinaria lettura della rivoluzione industriale agli albori, focalizzando il fenomeno nell’Inghilterra ottocentesca. Quando lo sfruttamento avveniva attraverso il prelievo del plusvalore operaio (“pura gelatina di lavoro umano indistinto”, lo definisce Karl Marx[5]) e la concentrazione nell’opificio favoriva l’emergere di una coscienza di classe (in sé e per sé), nel comune riconoscimento identitario della condizione proletaria.

L’attuale combinato disposto del decentramento produttivo transnazionale verso il Far East (ricreando modi di produrre latamente schiavistici) e la concentrazione del valore nel presidio dei varchi (gates) dove transitano i flussi, rende del tutto depotenziate le parole d’ordine escogitate per fuoriuscire dallo sfruttamento: di Socialismo o Comunismo si tratti; comunque, prospettive strettamente legate al controllo dei mezzi di produzione, ormai de-territorializzati insieme alla fabbrica “senza piedi” (foot-loose, nel gergo anglo-manageriale); volata via dall’Occidente post-industriale, verso terre esotiche dove l’imprenditore capitalista o il manager vengono sostituiti dal kapò, preposto al controllo dei nuovi falansteri.

Ossia la cancellazione nella teoria marxiana dei residui di hegelismo dialettico; declinati nella profezia, dal sapore deterministico-meccanicista, che consegna al comunismo del futuro il compito della sintesi storicistica: il ritorno alla tesi – o comunismo primitivo – arricchita dall’antitesi dello spirito acquisitivo del Capitalismo posto al servizio dell’umanità.

Eppure Formenti e la Fraser insistono a riproporci questo lessico retrò nella speranza (?) di riportarlo a nuovo. Attribuendogli compiti che le sue storiche elaborazioni neppure potevano contemplare. Per questo la sociologa americana si rifugia nella genericità da anime belle. «Il ‘socialismo’ può proporre un’autentica alternativa al sistema che sta attualmente distruggendo il pianeta e vanificando le nostre possibilità di vivere liberamente, democraticamente e bene» (N.F. pag.46). Magnifico! Ma come? Facendo leva su che cosa? Mistero. A conferma che i cantieri di riflessione sul dopo, sulla possibile transizione, sono ancora tutti da avviare. L’attuale – terribile – paralisi che affligge la capacità di elaborazione dell’intelligenza collettiva. Un deficit di pensiero innovativo, finito in blocco – grossomodo – da un settantennio; dall’invenzione del Welfare State. Lo stallo, in cui il ricorso a parole d’ordine antiquarie risponde esclusivamente a esigenze di tipo consolatorio. Psicologiche?

Appunto, una funzione nostalgia. Riscontrabile vieppiù nella riproposizione da parte di Formenti dell’assunto in base al quale la creazione di un blocco sociale antagonista per la fuoriuscita dal capitalismo non può essere «il prodotto di forze avulse dalla realtà dei rapporti sociali di produzione» (C.F. pag.24). E a sostegno della tesi marxisticamente ortodossa invoca il sostegno di David Harvey (che non imbrocca più il testo perfetto dal 1990, quando pubblicò quel gioiello de The Condition of Postmodernity, in cui evidenziava l’incapacità a sinistra di «mantenere una prospettiva critica sui processi di trasformazione»[6]). Tutto questo per sostenere la tesi che «parlare di deindustrializzazione e di fine della classe operaia in un’epoca in cui la forza lavoro salariata è aumentata, dagli anni ’80 a oggi, di un miliardo di unità (Harvey 2020) è letteralmente un controsenso» (C.F. pag.33). Certo che c’è ancora una classe lavoratrice, i blue collars non sono scomparsi. Il fatto è che – come indicavano le analisi di Blotansky e Chiapello, come propone l’invito dell’Harvey di trent’anni fa – il mondo del lavoro non è più da tempo un soggetto politico. E la vera talpa è stata quella NeoLib, che ha scavato nelle condizioni dei salariati inoculando il virus della molecolarizzazione (“imprenditorializzatevi!”), sostituendo ai rapporti collettivi i contratti individuali, marginalizzando e poi cancellando il lavoro “vivo” con l’innovazione organizzativa labour saving; a seguire, poi quella tecnologica dell’impresa 4.0 e dell’automatizzazione sostitutiva a mezzo lavoro “morto” e ricorso sistematico all’Intelligenza Artificiale. Operazione di longue durée, iniziata negli anni Sessanta con l’introduzione del container (Newark 1956, Anno Primo della Rivoluzione Logistica), e intanto quelle belle menti dei nostri operaisti vaneggiavano di entrate in campo dell’operaio massa. Mentre il pensiero rococò di Mario Tronti invitava a «scoprire le necessità di sviluppo del capitale e ribaltarle in possibilità sovversiva della classe operaia»[7], nei think tanks sulle rive dell’Hudson e del Potomac si lavorava alacremente per porre le basi di quella controrivoluzione che avrebbe stroncato definitivamente il contro-potere del lavoro organizzato e messo in sicurezza il privilegio migrando dalla sfera materiale a quella virtuale. Poi verranno i passaggi canonici del 1973 (guerra del Kippur, prove generali in Cile) e del 1989 (caduta del contrappeso rappresentato dall’Unione Sovietica). Una sequenza alla fine della quale la disarticolazione dell’ordine welfariano è diventata totale. Alla faccia dei cantori fuori tempo massimo del Sol dell’Avvenire. Gli “spiriti credenti”, che ancora vagolano in un’aura da terzomondismo ingenuo e «non hanno dubbi in merito al fatto che la Cina sia tuttora da considerare socialista» (C.F. pag.70); tanto da giurare sulla ricostruzione favolistica della Rivoluzione Culturale cinese, con il suo carico di 400mila vittime dichiarate (ma che secondo alcuni storici arriverebbero ai 7 milioni di morti), causata da «un gruppo burocratico privilegiato che avrebbe assunto il controllo del partito […e] avrebbe costantemente sabotato gli sforzi di Mao per accelerare la transizione al socialismo attraverso l’istituzione delle comuni e il tentativo del Grande Balzo in avanti»(C.F. pag.66).

Consentirebbe loro di acquisire una visione un po’ più disincantata il recupero dell’antica tesi di un ex comunista – come Milovan Gilas – che nel 1957 pubblicava con il saggio “La Nuova Classe” quello che il New York Times giudicò “uno dei cento libri più influenti del XX secolo”. Ossia la denuncia della degenerazione dei gruppi giunti al vertice del potere, a seguito delle guerre di liberazione nazionale novecentesche che si proclamavano socialiste; dediti a utilizzare la propria rendita posizionale per estrarre massicce dosi di risorse materiali dal resto della popolazione. Altro che servire il popolo! Chi scrive assistette di persona al formarsi di questa nuova classe parassitaria e corrotta nell’Algeria ormai indipendente dopo il 1962.

La prospettiva populista

«Io non sono di sinistra, sono comunista» (C.F. pag.12), la non del tutto intellegibile affermazione di Formenti, che – in qualche misura – destina il suo pamphlet a fungere da replica auto-giustificativa a un fantomatico critico, di cui non si indicano identità e connotati. Fatto sta che nella retorica formentiana risuonano le eco di una concezione epica della lotta anticapitalista. Nel rimbalzo tra la rivoluzione romantica che travalica le Ande, alla Libertador Simon Bolivar, e il colpo di mano militarizzato alla 1917 dell’assalto al Palazzo d’Inverno di leniniana memoria. Di certo ricerca prudenti distanze dal neo-populismo di Ernesto Laclau e il suo gramscismo senza americanismo-fordismo. Ossia la scarsa attenzione alla dimensione “operaia” nella concettualizzazione dell’egemonia da parte di un pensatore formatosi in terra argentina: una realtà in cui il modo di produrre latifondista non è stato neppure minimamente lambito dalla rivoluzione industriale. In cui i descamisados sono una moltitudine ribellistica pre-politica. Non disciplinati proletari di fabbrica.

«Il concetto di egemonia non è emerso con lo scopo di definire un nuovo tipo di relazione nella sua specifica identità, ma per riempire un vuoto che si era aperto nella catena della necessita storica. “Egemonia” alluderà a una totalità assente e ai vari tentativi di ricomposizione e ri-articolazione che, nel tentativo di superare questa assenza originaria, permettono alle lotte di avere un senso e alle forze storiche di dotarsi di una piena positività […]. “Egemonia” non sarà la maestosa apparizione di un’identità, ma la risposta a una crisi. […]. Con Gramsci, il termine acquista un nuovo tipo di centralità, che trascende i suoi usi tattici o strategici: “egemonia” diventa il concetto chiave per comprendere la stessa unità vigente in una concreta formazione sociale. Ognuna di queste estensioni del termine è stata comunque accompagnata da un’espansione di quella che possiamo provvisoriamente chiamare una “logica della contingenza”. A sua volta, questa espressione è derivata dalla frattura e dal ritiro dall’orizzonte esplicativo del sociale della categoria di “necessità storica”, che è stata la pietra angolare del marxismo della Seconda internazionale»[8].

Probabilmente la prospettiva dell’odierno Populismo risulta non sufficientemente bellicosa agli occhi dell’autore de “Il capitale vede rosso”.

Ben diversamente dalla Fraser, che riesce a sintonizzarsi meglio con una lettura situazionale del Populismo («alternativa politica al neoliberismo»[9]), in sintonia con l’alter ego di Laclau Chantal Mouffe: «il popolo non esiste. Mi spiego: non esiste in quanto dato empirico. L’entità empirica è la popolazione. Il popolo in quanto categoria politica è sempre qualcosa di costruito, una costruzione discorsiva»[10].

Mentre, per una riflessione – come quella di Formenti – alla ricerca di conferme d’ortodossia, il bisogno primario è quello di delineare teorie “necessarie” della trasformazione; mettere a fuoco stelle polari che guidino il cammino del «popolo in armi» (C.F. pag. 23). Una “intenzionalità” che salva il passaggio “costruttivistico” con i ghirigori trontiani sull’autonomia del politico. «Centralità operaia e autonomia del politico: questa tesi-antitesi sarebbe veramente banale se dovesse andare ad una sintesi. Si tratta in realtà di un percorso particolare e di una contraddizione senza soluzione»[11]. Pura pirotecnia. Sempre mantenendo forti riserve nei confronti della «torsione narrativo/discorsiva di Laclau» (C.F. pag.39); una suggestione teorica su cui «si fonda l’ideologia ‘comunicazionista’ condivisa da quei movimenti populisti di sinistra – Podemos in testa – che indicano come obiettivo strategico la costruzione di un ‘senso comune’ attraverso campagne mediatiche» (C.F, pag.25).

Certo, i movimenti nati dall’insorgenza “indignata” del 2011 (dalla Puerta del Sol madrilena al newyorchese Zuccotti Park), con il precedente del Vaffa Day a Bologna 2007 che fece da levatrice al Grillismo pentastellato, hanno subito un’evidente involuzione nel tentativo di aggirare la sfida organizzativa mediante l’identificazione nel leader carismatico. L’improbabile supplenza del profetismo rispetto a irrisolte carenze strutturali (riconoscimento reciproco, definizione di percorsi decisionali, ripartizione dei ruoli, meccanismi di controllo e ricambio, ecc.). Che hanno prodotto – al tempo – leaderismo personalistico (e relativi opportunismi) e distacco dalla base sociale (e conseguenti fughe nel fatalismo di fedeli che si sentono traditi).

Fermo restando che i problemi posti dalla prospettiva populista presentano un livello di concretezza infinitamente superiore rispetto ai vagheggiamenti di revival socialisti: la presa d’atto in sede di elaborazione politica che (ahimè) siamo giunti al compimento della desertificazione industriale a occidente e la ricerca di punti archimedici per conseguire assetti di democrazia “ad alta energia” (come “la definisce in maniera indefinita” Roberto Mangabeira Unger) non può non tenerne conto. A partire dal fatto che l’invenzione del nuovo soggetto antagonista potrà nascere solo grazie a un’operazione concettuale alla John Rawls: per overlapping consensus, consenso per intersezione; per sovrapposizione[12] di specifiche issues (la comune espropriazione di futuro operata dalla stagione neoliberista al tramonto).

Come ce lo spiega ancora una volta madame Mouffe: «perché non sono solo le istanze operaie a essere importanti per un progetto di emancipazione. C’è il femminismo, c’è l’ecologia, ci sono le istanze antirazziste e per i diritti dei gay. Per questo parlo della necessità di stabilire una catena di equivalenze tra queste istanze. Ed è questa catena di equivalenze che chiamo costruire un popolo»[13].

Costruzione che richiede la messa a fuoco dell’ubi consistam di tale aggregato e il nuovo bersaglio per colpire al cuore il dominio. Un semplice accenno, per futuri approfondimenti: la comune condizione di umani sotto aggressione da parte di quella che Maurizio Ferraris chiama “la trimurti Virus, Web e Capitale”, unificata come meccanismo di controllo e sfruttamento (anche attraverso l’estrazione selvaggia di dati biografici a scopo di commercializzazione); da contrastare nell’attuale campo prioritario rappresentato dal consumo («l’umanità dovrà riconcettualizzare il proprio essere al mondo come consumo, l’unica cosa che non può essere automatizzata»[14]).

Il motivo per cui a chi scrive pare molto più fertile – rispetto all’operazione nostalgia del revival socialista – ragionare sulle prospettive di una democrazia a misura del XXI secolo. Come ci indicano messaggi provenienti dall’area di lingua spagnola (iberica e latino americana). Retrò per retrò, il cantiere democratico populista, come ricerca innovativa in controtendenza rispetto all’involuzione postdemocratica (e il buco nero incombente della Democratura), sembra molto più promettente della recherche proustiana di un bipolarismo novecentesco Operai e Capitale. Mentre va prefigurandosi una nuova battaglia tra organismi e meccanismi, nella plurisecolare guerra iniziata con la distruzione luddista dei telai meccanici; cui fece seguito un lungo armistizio quando le lotte del lavoro riuscirono a imporre il controllo umano sulle strategie di automazione disumanizzante. Allora del lavoro, oggi della vita.

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NOTE

[1] R. Dahrendorf, Per un nuovo liberalismo, Laterza, Roma/Bari 1988 pag.183

[2] L. Boltanski ed E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano/Udine 2014 pag. 401

[3] D. Harvey, L’enigma del capitale, Feltrinelli, Milano 2011 pag.250

[4] R. Luxemburh, Scritti politici (a cura di Lelio Basso), Editori Riuniti, Roma 1967 pag.593

[5] K. Marx, il Capitale, Libro Primo, Newton Compton, Roma 1976 pag.29

[6] D. Harvey, La crisi della Modernità, EST, Milano 1997 pag.430

[7] M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1977 pag.25

[8] E. Laclau e C. Mouffe, Egemonia e strategia socialista, il Melangolo, Genova 2011, pag.43

[9] N. Fraser, “un socialismo per il XXI secolo”, MicroMega 6/2019)

[10] C. Mouffe, “Non c’è democrazia senza populismo”, MicroMega 5/2017

[11] M. Tronti, Il tempo della politica, Editori Riuniti, Roma 1980 pag.79

[12] J. Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano 1983 pag. 321

[13] C. Mouffe, “Non c’è democrazia senza populismo” cit.

[14] M. Ferraris, “Vittimismo politico”, MicroMega 8/2020



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