Sofia, 1973. L’attentato a Berlinguer nel ricordo della sua scorta

In occasione dei 100 anni dalla nascita di Enrico Berlinguer, pubblichiamo un estratto dal libro di Luca Telese “La scorta di Enrico. Berlinguer e i suoi uomini: una storia di popolo”.

Luca Telese

In occasione dei 100 anni dalla nascita di Enrico Berlinguer, pubblichiamo un estratto dal libro di Luca Telese La scorta di Enrico. Berlinguer e i suoi uomini: una storia di popolo, appena uscito per Solferino, in cui si ripercorre una pagina meno conosciuta della vita politica di Berlinguer: l’attentato a Sofia del 1973.

«Se ci fossimo stati noi… se ci fossimo stati noi…». Alberto Menichelli, per anni, ogni volta che ricordava la vicenda dell’attentato in Bulgaria, veniva preso da un grumo di amarezza, iniziava a tormentarsi così, fra sospiri e recriminazioni. Una regola non scritta, ma non negoziabile, nei rapporti con i Paesi dell’Est, imponeva infatti che in ogni visita ufficiale i leader del Pci dovessero viaggiare senza le loro scorte di partito. Ed è esattamente per questo motivo che il 30 settembre 1973, quando Alberto accompagna Enrico Berlinguer all’aeroporto, da cui partirà con una delegazione composta da altri due compagni, deve limitarsi a salutarlo al varco di Fiumicino. Ufficialmente il segretario sta andando a partecipare a uno dei tanti incontri bilaterali tra dirigenti di partiti «fratelli» a Sofia. Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, i bulgari, che sono tra i partiti più ortodossi nel Patto di Varsavia, a cinque anni dall’invasione di Praga sognano ancora di processare il Pci, e lo stesso Berlinguer, per la presa di posizione contro l’intervento sovietico in Cecoslovacchia.
Si scrive Sofia, dunque, ma si legge Brežnev.

Quando è salito in macchina e lo ha salutato, Enrico ha detto ad Alberto che si tratta delle «solite rogne». Ma la frase non ha suscitato particolari timori: per chi conosce il tono dei rapporti con i bulgari potrebbe voler dire tutto o nulla. Tuttavia, mentre sta decollando da Roma, nemmeno Berlinguer può neanche lontanamente immaginare che passerà in poche ore dal conflitto politico più aspro a un evento traumatico in cui rischierà la vita.

Il segreto degli eventi che stiamo per raccontare rimarrà gelosamente custodito per oltre diciotto anni, e verrà rivelato dai pochi testimoni che ne sono a conoscenza solo due anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Però, anche in quei giorni del settembre 1973 e per chi non sa nulla, i segnali di allarme sono macro- scopici e inspiegabili. Tant’è vero che – quando verrà il momento – Menichelli non dovrà fare altro che rimettere in fila tutti gli indizi che aveva colto a partire dal giorno in cui era previsto il ritorno del segretario dalla Bulgaria.

Menichelli si presenta a Fiumicino insieme a Tonino Tatò, il capoufficio stampa del segretario, per accogliere Berlinguer di ritorno in patria. Dopo una lunga attesa, allibiti e spaventati, vedono che i cancelli dell’aeroporto si chiudono senza che Enrico sia uscito dal varco. Non c’è stata nessuna comunicazione, nessun avvertimento e lì per lì pensano a un disguido allo sbarco. Poi immaginano che Berlinguer sia tornato indietro perché ha dimenticato qualcosa. Il portavoce addirittura scherza: «Capirai che perdita se il documento conclusivo dell’incontro è rimasto sul sedile dell’aereo!». E ride. Così i due si avvicinano al bancone della compagnia per chiedere dove mai sia finito quel passeggero. Ma quando Tatò ottiene la risposta dalla hostess, si gira verso Menichelli con una espressione esterrefatta e allarmata: «L’aereo è arrivato, Enrico no». Alberto sta quasi per svenire, ricorre al romanesco: «A Tonì, ma che sta a succede’?». Il capufficio stampa si precipita alla prima cupola di un telefono pubblico e dall’aeroporto telefona in direzione per chiedere alla segretaria di Enrico, Anna Azzolini, se ci siano notizie. Ma in quel momento, a rispondere non c’è nemmeno la voce ferma dell’onnipresente segretaria. Qualcun altro, dal secondo piano, dice ai due di tornare l’indomani, perché i bulgari, appena consultati, hanno spiegato che il segretario rientrerà il giorno dopo.

Menichelli è già pieno di sospetti: non è da Berlinguer variare un programma. Assolutamente impossibile che lo faccia, per giunta, senza avvisare: «Ti pare che Anna non lo sapesse?». Sull’autostrada tra Fiumicino e Roma, una domanda rabbiosa gli rimbalza in testa, senza filtri: «Che cazzo sta a succede’?».

C’è un solo volo di linea del pomeriggio da Sofia. E il giorno dopo, allo stesso posto, alla stessa ora, Menichelli e Tatò sono di nuovo in attesa.

Pare incredibile, uno scherzo macabro: nemmeno stavolta il segretario è sull’aereo. Menichelli torna a interrogare Tatò che chiama Anna Azzolini. Lei, dopo aver interrogato severamente i bulgari e dopo aver rintracciato i compagni che erano in delegazione con Enrico, riferisce questa laconica risposta: «Ha avuto un incidente d’auto, ma dicono che per fortuna non è nulla di grave. Atterrerà domani».

Per l’esperienza comune maturata proprio al fianco di Berlinguer, Menichelli è portato sempre a dubitare di qualsiasi rassicurazione provenga da qualsiasi esponente di un partito comunista dell’Est. Questa volta, tornando in macchina, è convinto che ci si debba consultare con qualcun altro, nel partito. Prova a immaginare cosa si dovrebbe fare se anche all’indomani, malgrado le rassicurazioni ottenute da Anna, Berlinguer non atterrasse.

Il giorno successivo, Menichelli e Tatò tornano per la terza volta in aeroporto: con loro c’è anche il medico personale di Enrico, Ciccio Ingrao, il fratello di Pietro, che è stato allertato e convocato affinché visiti immediatamente il segretario. Menichelli si accorge subito di una stranezza: quello su cui torna Berlinguer non è il normale aereo di linea, ma un volo speciale. Non ha modo di scoprire, quel giorno, che si tratta di un aereo dello stormo, messo a disposizione dal presidente della Camera, Sandro Pertini, che è stato chiamato direttamente da Enrico. I dubbi vengono accantonati mentre in auto un Berlinguer molto scosso, con il viso segnato da ecchimosi e ferite da schegge, racconta ai suoi due collaboratori una versione succinta ma drammatica dei fatti: «Stavamo andando all’aeroporto. Un camion non ha rispettato il rosso. C’è stato un impatto. L’interprete che viaggiava con me è morto, scaraventato fuori dall’abitacolo dell’auto dopo l’urto, due dirigenti del partito bulgaro, che erano con me, sono rimasti feriti». Berlinguer aggiunge: «La macchina stava andando fuori strada: sono rimasto illeso solo per un miracolo». Alberto registra tutto mentalmente e avrebbe mille domande da fare ma il segretario sembra molto provato, ha battuto la testa, si stanca appena inizia a parlare. Ciccio Ingrao lo visita una prima volta e intima: «Tu adesso ti fermi, ti chiudi in casa, non vai al partito per almeno una settimana, e ti riposi. Guarda che non è un consiglio: è un ordine».

Prima di scendere dalla vettura, Berlinguer guarda i suoi collaboratori negli occhi e dice loro: «Parlatene il meno possibile tra di noi. E non fatene parola con nessuno, neanche al partito». Quello che né Menichelli e Tatò né altri possono sapere è che a sua moglie Letizia il segretario confiderà una certezza: «Non è stato un incidente. Volevano uccidermi».

***

A Sofia, il 3 ottobre 1973, una porta si apre, in un bellissimo palazzo del potere, la Casa del partito comunista della Bulgaria. Tra i giornalisti in attesa, tutti stranieri, non c’è nessun italiano, e lo stupore è enorme. Soprattutto quando non si vedono comparire i dirigenti dei due partiti coinvolti nell’incontro, bensì le inconfondibili mostrine e la divisa del generale Ilja Kashev. Non è un politico, ma il capo dell’Ubo, il temuto servizio segreto dello Stato bulgaro.

Berlinguer è stato invitato a Sofia appena due settimane dopo la visita in Bulgaria del segretario del Pcus, Leonid Brežnev, accolto fra mille fanfare e salamelecchi. E quando il segretario del Pci si è ritrovato faccia a faccia con il suo omologo bulgaro, Todor Živkov, ci ha messo poco a capire che i bulgari volevano di nuovo parlare dell’invasione di Praga. Hanno proposto addirittura di firmare un documento in cui il Pci avrebbe dovuto ritrattare le sue posizioni critiche. Anche a Sofia, come in Cecoslovacchia, esiste un’ala riformatrice del partito che non condivide questa linea ortodossa, ma è in minoranza: alla guida del Paese ci sono i filorussi, i falchi, gli uomini di Živkov.

Nel primo incontro tra i due il tono del colloquio è stato cortese, ma algido. Nel secondo, invece, la cortesia è svanita, è rimasta solo la freddezza. La discussione si è interrotta quando uno degli uomini nei ranghi della delegazione bulgara, il generale Kashev, si è alzato di scatto, è uscito ed è lui che ora dice a tutti coloro che sono fuori: «I colloqui vanno male, il programma è cambiato. L’ospite riparte immediatamente».

Il botta e risposta che chiude l’incontro tra dirigenti verrà raccontato solo molti anni dopo, quando un giornalista di Panorama che viene dall’Unità, Giovanni Fasanella, come vedremo, si metterà testardamente su questa pista. Dice Berlinguer, rispondendo alle richieste dei bulgari: «Non abbiamo motivo di rivedere la nostra posizione sulla Cecoslovacchia». Il segretario bulgaro ribatte durissimo, e fa una rivelazione: «Io sono stato a Praga, per l’ultima missione con Dubček, poco prima dell’invasione. Sono stato io a trasmettere l’informativa, a Mosca, sulle intenzioni di Dubček!». Poi, con un sorriso di sfida: «Vuoi condannare l’invasione, compagno Berlinguer? Se ti serve un responsabile, allora, devi condannare me!». Berlinguer capisce che il colloquio è una trappola senza uscita e dichiara che per quanto lo riguarda non c’è più altro da aggiungere. È allora che il generale esce dalla stanza e annuncia: «Il viaggio del nostro ospite è finito». Frase ambigua e terribile, con il senno del poi. A pensarci bene è una commedia dell’assurdo, un ennesimo segnale di decadenza dell’impero: non si discute più di ciò che sta accadendo ma di eventi di ben cinque anni prima. Gli orologi della stagnazione sovietica sembrano fermi: per i brezneviani, per i guardiani dell’ortodossia crepuscolare, lo strappo del 1968 è una ferita che non si può rimarginare. Non è un semplice problema politico. È una rottura del dogma che prima o poi va sanata a ogni costo. Quello che accade dalla fine del colloquio in poi, tuttavia, sembra il piano sequenza di un film di Alfred Hitchcock, in stile Intrigo internazionale. Un corteo di pesanti berline scure si avvia in direzione dell’aeroporto di Sofia, da cui Berlinguer dovrebbe decollare per l’Italia. Negli stessi minuti Menichelli e Tatò sono partiti da Botteghe Oscure, ma come sappiamo Enrico non arriverà a quell’appuntamento.

Nella prima macchina del convoglio c’è la scorta. Nella terza siedono due membri della delegazione italiana: si tratta del presidente della commissione di controllo del Pci, Gastone Gensini, e di un dirigente della commissione Esteri, Angelo Oliva. Nella quarta ci sono dei funzionari bulgari. Nella seconda, la più importante del convoglio, ci sono assieme a Berlinguer due dirigenti bulgari, il numero due del regime Boris Velchev, e il responsabile della commissione Esteri Konstantin Tellalov. Berlinguer, Velchev e l’interprete sono seduti di dietro, negli ampi spazi della pesantissima Čajka Gaz, 13 B, un’affusolata berlina nera sovietica, piena di cromature e riconoscibile per due sporgenti alettoni a rondine. È la macchina delle nomenclature dei Paesi dell’Est. Un simbolo su ruote.

Il dramma si consuma in una manciata di minuti, alla periferia della città, mentre il convoglio sta attraversando un cavalcavia. La macchina della scorta si stacca dal corteo delle auto e ferma il traffico, qualche metro più avanti. Tutto si celebra in un pugno di fotogrammi che corrono rapidi, in un confuso cortocircuito di immagini apparentemente incoerenti. Proprio quando i due veicoli stanno traversando l’altissimo cavalcavia, un camion militare esce dalla coda delle auto fermate e accelera a tutta velocità invadendo la corsia di marcia opposta. Il camion è pesante, carico di pietre. Colpisce in pieno la Čajka dove viaggia Berlinguer, proprio sulla fiancata sinistra. Le lamiere della carrozzeria si incurvano, l’abitacolo si comprime. La Čajka nera, dopo l’impatto, sta slittando fuori controllo nel vuoto, ma colpisce un palo della luce. Per effetto dell’urto, è come se si accartocciasse su se stessa, bloccata contro il pilone di cemento. Gensini e Oliva, mentre i bulgari restano incomprensibilmente imbambolati, escono dalla quarta macchina e corrono verso la berlina chiamando Berlinguer. Estraggono dall’auto Velchev, che è svenuto sul sedile posteriore. Si scoprirà che ha perso tre denti, si è fratturato una gamba e ha riportato una lesione alla pupilla. Tellalov è stato proiettato fuori dall’auto, assieme all’interprete: è ferito, zuppo di sangue, ma vivo. L’interprete, invece, non si muove più: è morto sul colpo.

Solo uno dei passeggeri è illeso. Ha perso una scarpa, è scarmigliato e con il viso escoriato, è in stato confusionale ma miracolosamente, inverosimilmente illeso. L’uomo senza una scarpa è Enrico Berlinguer.

In ospedale Velchev si risveglia al fianco del segretario del Pci. Lui è a pezzi ed è Berlinguer, che si è ripreso, a confortarlo. Il bulgaro ascolta la prima telefonata con Letizia. Enrico passa qualche minuto a rassicurarla, a dirle che «adesso tutto va bene». Poi, anche se non vuole farla preoccupare, e anche se sa di essere sorvegliato, aggiunge un commento enigmatico: «Hanno trovato il modo di darci una bella botta». Niente altro. Ma a Letizia non serve una parola di più.

Credit immagine: Wikimedia Commons



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