Geopolitica del soft power

L’impero americano ha esercitato il suo potere nel mondo sia attraverso i classici strumenti degli imperi – la forza militare e il controllo economico – sia attraverso quello che il politologo Nye ha chiamato soft power, ossia la capacità di far convergere gli altri attori sulla propria agenda puntando sulla propria autorevolezza morale e culturale. Una strategia che oggi non è più appannaggio esclusivo degli Stati Uniti, ma che anche altri soggetti, a partire dalla Cina, stanno imparando a usare.

Victoria de Grazia

La faccia sorridente della globalizzazione neoliberista

Si è tentati di trattare l’ignominioso ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan come l’ultimo sussulto della loro grottesca pretesa di rifondare l’ordine mondiale del XXI secolo a propria immagine. Eppure il mondo occidentale è preoccupato: come farà senza la pax americana?

Ci preoccupa che il presidente Biden dica che è tempo di mettere ordine in casa, mentre la politica statunitense è diventata così polarizzata che il Congresso riesce a malapena ad approvare la grande legge sulle infrastrutture, figuriamoci la legislazione per il Build Back Better Plan 1 che aiuterebbe a riposizionare il Paese alla guida della ripresa post-Covid. Ci preoccupa che il presidente dica che è tempo di ripensare gli scopi perseguiti dall’immenso potere militare degli Stati Uniti e che Barack Obama venga inviato alla Cop26 per fare il tifo affinché il mondo si decida a sposare la riforma del clima. Nel frattempo, l’amministrazione reindirizza verso la Cina la gazzarra nazionalista che il passato presidente Trump rivolgeva contro i musulmani, gli immigrati e gli indegni alleati europei.

Di certo, piuttosto che preoccuparci che, privato della leadership degli Stati Uniti, il mondo possa precipitare nell’anarchia, dovremmo preoccuparci del caos che gli stessi Usa hanno provocato quando, dopo aver fatto un passo indietro e raddrizzato alcuni torti, hanno rilanciato la loro pretesa di leadership globale.

Da storica, faccio un salto all’indietro agli anni Novanta quando, per l’ultima volta, il liberalismo americano si è posto grandi domande sugli scopi del potere globale degli Stati Uniti, elaborando quel progetto che io chiamo “internazionalismo del soft power”.

Si trattava della faccia sorridente della globalizzazione neoliberista. Partendo dalla premessa che gli Stati Uniti erano inseriti in un complesso mondo di interdipendenze, si teorizzava che, se avessero voluto affrontare le complesse questioni che accompagnavano il consolidamento della loro egemonia globale sulla scia del crollo sovietico, pur potendo contare su una potenza militare schiacciante e su grandi risorse economiche, non avrebbero potuto esimersi dall’esercitare anche i loro poteri persuasivi. Fortunatamente, potevano contare su vaste riserve di capitale istituzionale e culturale derivanti dal loro ruolo fondatore della governance globale del secondo dopoguerra, così come su incalcolabili nuove risorse legate alla loro leadership tecnologica nell’ambito dei nuovi media e dell’industria informatica. Gli Stati Uniti avrebbero così guidato il mondo grazie al potere economico e alle alleanze politiche, ma soprattutto grazie al potere di far convergere gli altri sulla loro agenda.
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Credit Image: © Camilo Freedman/SOPA Images via ZUMA Press Wire


1 Il Build Back Better Plan è un piano legislativo proposto dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden prima del suo insediamento. Include finanziamenti per affrontare la pandemia da Covid-19, per i servizi sociali, per il welfare e le infrastrutture, oltre a fondi destinati a ridurre gli effetti del cambiamento climatico, n.d.t.


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