Soumahoro: “Su Africa e migrazioni, la politica xenofoba ha fallito”

Il prossimo 3 ottobre si conteranno 10 anni dal naufragio di Lampedusa. In occasione di questo anniversario e di fronte alla situazione di oggi, il deputato Aboubakar Soumahoro risponde a MicroMega a proposito della gestione del fenomeno migratorio da parte del Governo Meloni e dell'Europa, della solidarietà della società civile di fronte ai profughi e del ruolo che stanno giocando gli italiani senza cittadinanza nel Paese. E dice: “Sulla gestione del sistema d'accoglienza serve una commissione parlamentare d'inchiesta".

Federica D'Alessio

Le immagini da Lampedusa e il modo in cui i mezzi d’informazione riportano le notizie sugli sbarchi danno l’impressione che da dieci anni a questa parte non sia cambiato nulla, che la cosiddetta “emergenza profughi” sia ancora completamente irrisolta. Fra poche settimane ricorrerà un decennio dal naufragio spaventoso del 3 ottobre 2013, avvenuto proprio di fronte a Lampedusa. Dopo dieci anni, non ha alcun senso continuare a parlare di emergenza. Che quadro abbiamo di fronte?
Davanti a noi abbiamo un mondo e siamo all’interno di un mondo in sommovimento. La politica “presentista” e del respiro corto non riesce a vederlo né ad analizzarlo, prigioniera di una visione italocentrica in un mondo globale in cui stanno emergendo nuovi attori sul piano economico e su quello geopolitico. Un tempo si parlava dei BRICS, oggi si parla di BRICS più un Paese più un altro Paese più altri Paesi ancora. All’interno di un contesto del genere, se prendiamo il continente africano, che alcuni e alcune sembrano considerare come un Paese, quando in realtà parliamo di un continente di 1 miliardo e 200 milioni di persone di cui il 60% ha meno di 24 anni, mentre noi siamo 58 milioni di persone in Italia, ci rendiamo facilmente conto che non si può ragionare su fenomeni come questi senza la capacità di vedere i processi umani, sul breve e sul lungo periodo. L’emergenzialismo è un fallimento. Ad esempio su temi come la crisi climatica, che colpisce dall’Emilia Romagna passando alla Libia al Marocco, sui grandi fenomeni planetari non è pensabile ragionare in un’ottica provinciale, senza rendersi neanche conto di quale sarà la composizione della popolazione da qui ai prossimi 25 anni, quando ogni 3 italiani avremo 2 pensionati e un solo lavoratore, con una popolazione che andrà costantemente a diminuire. Uno shock demografico, che viene affrontato solo in termini di propaganda, a via di slogan come quello sulla “sostituzione etnica”, oppure, dall’altra parte, con un approccio paternalista, figlio dello stesso immobilismo e dello stesso respiro corto: serve immaginazione di futuro per capire come relazionarsi ai processi umani, e serve capire che ci collochiamo nel mondo e non al suo centro. Gli stessi processi migratori sono analizzabili solo all’interno di una dinamica più ampia. Mai come oggi occorre la lungimiranza, il senso dello Stato e la capacità anche intellettuale di andare verso il futuro affinché sia un futuro sereno, ma perché sia sereno dobbiamo saperlo immaginare e saper avanzare proposte tangibili e concrete. Il linguaggio della propaganda è vuoto, che esso venga da destra o da sinistra.

Come valuta il discorso congiunto e il “piano immigrazione” presentato a Lampedusa da Ursula von der Leyen? Quel “decidiamo noi” chi è legale e chi è illegale è suonato come molto sinistro e minaccioso. E non meno propagandistico, d’altro canto. Anche a livello europeo e non solo italiano si nota la difficoltà a immaginarsi un futuro, e la chiusura securitaria come unica risposta a questa incapacità.
Una certa cultura securitaria e xenofoba si è fatta egemonica nel corso di questi anni, questo è certo. All’interno di quel perimetro ideologico e culturale, registriamo una comunione di intenti fra vari schieramenti e settori delle classi detti dominanti; il ragionamento della Presidente Ursula von der Leyen va inquadrato in questo senso, ma anche nel contesto della sfida per le prossime elezioni europee, nel 2024. Il respiro corto è evidente anche nel suo caso. Pensiamo agli ultimi 30 anni: quante volte abbiamo sentito lo stesso linguaggio e il ragionamento? Con una progressione negativa che è andata dalla politica dell’immigrazione “selezionata”, alla politica dell’immigrazione “zero”, alla politica “dei porti chiusi”, fino a quella del “blocco navale”, e ora arriviamo addirittura alla politica della “deportazione” in hotspot nel territorio di un altro Stato. Spostare fisicamente l’hotspot di Lampedusa in Niger o nel Maghreb. Sulla base di quale giurisdizione? Sembra di sentire nuove e vecchie forme di colonialismo e imperialismo giuridico, che però nei fatti sono una fuga dalla realtà. Sanno benissimo che stanno vendendo la menzogna sul mercato elettorale, una merce senza futuro. Ma le élite stanno scappando proprio dal futuro. Il futuro è ciò che accomuna i sogni dei ragazzi, sogni vicini che siano quelli dei ragazzi delle periferie e delle province italiane e quelli dei giovani in Burkina Faso, in Mali, Senegal, Costa d’Avorio o Bangladesh, Pakistan, Siria o Afghanistan. Questi sogni sono la realtà, perché muovono le scelte e le energie di miliardi di esseri umani. Mentre dire “decidiamo noi chi è legale e chi è illegale” nonostante noi siamo abituati a considerare questo tipo di dichiarazioni come reali, è al contrario una fuga dal reale: sulla base di quale giurisdizione possono arrogarsi tali diritti? I trattati internazionali dicono tutt’altro. Se decidono in modo unilaterale di congelarli, non ci si può aspettare che le popolazioni in Africa o in altri continenti non si reagisca e non si vada verso altri mondi. La sovranità è una sovranità condivisa, il destino ci accomuna come una sola umanità. Il tema è il “diritto di rimanere”, oltre al diritto di migrare. Il diritto a migrare e rimanere dove si sceglie di andare. In un quadro legislativo che metta al centro la salvaguardia della vita umana. Qui siamo invece alla piena banalità del male.

Quando lei è giunto in Italia, giovanissimo come molti dei profughi sbarcati in questi anni, non ha avuto bisogno di affidarsi al traffico di esseri umani. In quegli anni si arrivava con mezzi regolari e sicuri, salvo poi dover affrontare le difficoltà, come lei dice, a rimanere sul territorio italiano a causa delle leggi securitarie e razziste che dal 1991 in poi si sono susseguite. Che cosa è cambiato da allora? Perché le persone non hanno più canali sicuri per arrivare e perché ottenere un visto d’ingresso nei Paesi europei è diventato impossibile?
La politica ha creato il contesto culturale del “nemico pubblico” che si manifesta attraverso la figura del migrante, “l’altro” per definizione. Ha dato vita a un processo, che dura effettivamente da un trentennio, di paura dell’invasore che viene a sostituirci. Xenofobia e afrofobia in modo particolare. La politica dei visti, le restrizioni sui visti, l’introduzione di visti d’ingresso obbligatori quindi di meccanismi di blocco pre-partenza, quando fino a qualche anno fa era sufficiente il solo passaporto per viaggiare da alcuni di questi Paesi verso l’Italia, non risponde a un aumento reale del numero di migranti sul territorio italiano da giustificare allarmi; l’unica cosa che è aumentata ed è andata in progressione, come dicevamo prima, sono la propaganda xenofoba e l’egemonia culturale di questa stessa propaganda presso numerosi settori di società, innanzitutto delle élite. Si tratta di merce elettorale, che va estremizzata il più possibile per suscitare prima terrore e poi assuefazione. Ma come abbiamo visto a Lampedusa, in realtà presso la gente comune questa assuefazione all’odio xenofobo non è stata ancora raggiunta. La destra, personalità come Meloni, come Orbán o Salvini hanno portato la merce dell’odio sul mercato elettorale assecondando certe pulsioni morbosi. Ma alla gente comune interessano le prospettive per la propria vita. Siamo tutti prigionieri di questa merce avariata che non risponde in nulla alle esigenze popolari. Il contraltare di questo è la decadenza intellettuale di parte avversa, per quanto riguarda la capacità di proposta politica. Di fronte all’estremizzazione della propaganda non si può parlare dalle cattedre: bisogna andare dove si vive. Fra le classi popolari, strade, mercati, zone rurali, fabbriche. E non si può neanche dire “andremo”. Devi stare già lì, devi condividere sofferenze ed esigenze. Non ci può accontentare della manutenzione del pensiero.

A guardare le immagini da Lampedusa in questi ultimi giorni, ciò che si vede e ciò che non si vede, si direbbe che tutto sommato la vendita di questa merce di propaganda è stata fallimentare. Le persone continuano ad accogliere con spirito di comune umanità e non si fanno guidare dall’odio. Salvano le vite, aprono le case, condividono. Dopo un intero decennio vissuto sotto il diretto stress di un sistema di non-accoglienza, è significativo rendersi conto che una certa propaganda non ha proprio attecchito fra le persone.
Sì, la politica propagandistica ha fallito. E non solo, si sta già rivelando e si rivelerà ancora di più un boomerang per chi l’ha portata avanti, perché non comprende in alcun modo un pensiero per il bene della società. A Lampedusa gli isolani, a cui dovrebbe andare il nostro ringraziamento collettivo, da parte di tutto il Paese, in questi giorni si sono ritrovati con un numero di profughi superiore a quello degli abitanti stessi. E nonostante tutto, hanno portato la loro solidarietà. È anzi proprio di fronte a questo persistere della solidarietà umana che la politica disumana estremizza le sue posizioni. Non si parla più allora di redistribuzione delle persone, visto che è ormai chiaro che l’Europa a sua volta sta venendo meno all’idea di un’Europa della solidarietà fra i popoli e le società democratiche, tantomeno un’Europa della condivisione delle sofferenze o dei sogni, e questo proprio grazie a chi come Meloni ha fatto di tutto per distruggere questa prospettiva europea; ecco dunque che si diventa Stato securitario ancora più estremista: nessuno deve più partire e se dovesse partire gliela faremo pagare, aprendo carceri e CPR nei loro continenti. Spostare perciò la nostra giurisdizione sul territorio di altri Stati, che significa dire che la nostra sovranità vale ma quella di altri Stati no. Puro colonialismo.

L’impressione è che si stia assistendo a una divaricazione fra razzismo istituzionale e delle élite da un lato, che stanno come lei dice estremizzando la politica razzista assumendo tratti di imperialismo coloniale, di natura tecnocratica e trasversale al colore politico – pensiamo alla gestione Minniti a suo tempo – e dall’altro lato un atteggiamento della popolazione che sebbene stanca e rassegnata, fiaccata dalle difficoltà del vivere, non asseconda questa estremizzazione e non si rende massa di manovra per le politiche d’odio.
Le persone comuni sono indebolite da una mancanza di alternativa politica. Se osserviamo e mettiamo a confronto gli accordi fatti a suo tempo con la Libia e quelli di oggi con la Tunisia, non siamo in grado di scorgere la minima differenza di impianto e visione, sebbene il colore politico fosse diverso. Chi aveva la responsabilità storica e politica di proporre una alternativa, si è fatto non solo corteggiare dalla deriva propagandistica securitaria ma l’ha fatta propria, assimilando il suo pensiero a quello dell’avversario. Può cambiare l’intensità del discorso ma non la direzione, né del discorso né innanzitutto delle pratiche. E questo vale anche sul piano della ricetta economica, del modello economico e dunque economico-sociale, di cui una certa politica che si voleva progressista è finita a fare il tecnico manutentore. Il fallimento attuale della destra al governo è stato preceduto dal fallimento di chi prima di loro ha avuto l’occasione per costruire un’alternativa e non l’ha fatto. Sono 22 anni che la legge Bossi-Fini è in vigore? Quanti governi si sono avvicendati in tutto questo arco di tempo e non hanno mai messo mano a una legge che è generatrice diretta di illegalità? Non hanno messo mano alla sostanza che ha portato ai decreti sicurezza, non hanno mai cercato un approccio alternativo nei confronti del continente africano. Basti pensare a come siano stati invisibilizzati gli italiani senza cittadinanza, in particolare gli italiani afrodiscendenti che oggi dicono “noi vogliamo mettere in comunicazione fra loro Africa e Italia in modo tutt’affatto diverso sia dalla propaganda securitaria e dell’invasore, sia dal paternalismo non meno colonialista di chi si ritiene progressista”.

Le iniziative che come parlamentare ha tenuto in queste settimane, di incontro con le diverse comunità di afrodiscendenti e immigrati dai diversi Paesi africani, hanno mostrato un nuovo tipo possibile di “integrazione” che comincia dalle istituzioni politiche di questo Paese ma coinvolge la gente comune. Lei ha anche incontrato personalità diplomatiche come l’ambasciatore del Senegal in Italia e ha dichiarato che avete concordato di lavorare insieme per “facilitare e velocizzare il rilascio del visto d’ingresso per l’Italia attraverso canali diplomatici soprattutto per evitare i pericolosi viaggi in mare”. Che genere di accordi è credibilmente possibile realizzare? A che livello bisogna operare affinché torni a essere possibile garantire alle persone il diritto a una mobilità sicura?
Il percorso che la moltitudine di italiani afrodiscendenti sta portando avanti e al quale sto collaborando vuole rimettere al centro la complessità delle realtà umane vive. Chi viene dall’Africa non è né un invasore, né una semplice materia di studio accademico o un libro sul comodino. C’è una rete che si sta manifestando e il compito di un parlamentare a mio avviso è dare visibilità e voce alla società nelle sue manifestazioni e nella sua complessità. È una rete in costruzione, che vede anche protagonista il mondo diplomatico, perché la cooperazione diplomatica, nel rispetto delle sovranità dei diversi Stati sul continente africano, è parte della soluzione possibile e di un nuovo approccio. Per ora si tratta di un ciclo di conferenze e incontri, molto fecondi. Registriamo con dispiacere che nonostante la presenza di numerose ambasciate, africane, europee, nordamericane, il nostro ministero degli Affari Esteri non ha mai risposto all’invito.
In questo lavoro che è prima di tutto di incontro e di scambio fra soggetti pienamente depositari di dignità e titolarità di proposta e di azione c’è un possibile approccio diverso, che non ha niente a che fare con un “piano Mattei per l’Africa”, triste riedizione della Conferenza di Berlino di antica memoria. Continuano a trattare l’Africa come se fosse un continente di bambini, quando gli Stati e le società africane sono già ben oltre tutto questo e guardano al futuro in tutt’altre direzioni. Il mondo delle comunità afroitaliane mi sta dando riscontri importanti, ma di nuovo: per creare una politica che sia innanzitutto dare voce ai segmenti di società più invisibili esiste un solo modo, andare lì dove vivono. Quindi andare: per esempio andare nei loro villaggi, nei Paesi africani dove non hanno l’acqua potabile per sé o per gli animali. Dove la ricchezza è interamente espropriata.

L’accoglienza di natura emergenziale che ha prevalso in questi ultimi dieci anni ha dato vita a una rete di strutture e iniziative che è stata sicuramente anche un business. In questi anni abbiamo visto come siano stati tanti gli scandali che hanno riguardato una gestione affaristica e una tendenza al malaffare che ha spesso messo in secondo piano la dignità delle persone. Come è noto, anche lei è finito nell’occhio del ciclone per una serie di denunce di malaffare che hanno riguardato sua suocera e la gestione del suo centro accoglienza nel territorio di Latina. La sua estraneità è stata interamente comprovata anche dagli inquirenti, mentre le indagini sono ancora in corso per quanto riguarda sua suocera. Che iniziative sono necessarie per affrontare la questione del malaffare nella gestione dell’accoglienza? Che problemi strutturali esistono e come eventualmente ritiene di poter e dover agire in quanto deputato della Repubblica?
La vicenda che riguarda mia suocera, stando a quanto scritto nelle carte dei magistrati, è legata a un’imputazione di danno erariale. Non le sono imputate condotte di sfruttamento o di maltrattamento nei confronti degli ospiti del suo centro e questo vorrei precisarlo [il 30 ottobre 2023 sia la moglie sia la suocera del deputato sono state poste agli arresti domiciliari su predisposizione della Procura di Latina con capi d’imputazione che invece vanno anche in questa direzione, ndr]. Alla mia compagna è stato contestata omessa vigilanza, che ha causato un danno erariale per 13mila euro, con una quota gravante sulla sua persona di circa 4mila euro.
La mia fiducia nella magistratura in generale è totale, e lo rimane anche in questo caso. Ciò detto, ritengo sia rispondente alla realtà definire la campagna nei miei confronti come un atto di razzismo e di deriva fascista, con il preciso intento politico di silenziarmi. Le comunità di afrodiscendenti e di immigrati che ho incontrato in queste settimane mi hanno espressamente detto di aver percepito come l’obiettivo della campagna non fossi soltanto io in particolare ma loro stessi. Anche le numerose persone che incontro dall’estero mi dicono che è palese l’intento del linciaggio a rete unificata. Silenziare un “noi” fatto di persone invisibilizzate, che sono anche i lavoratori in lotta con cui sto portando avanti le mie vertenze: i lavoratori di Whirlpool, di Poste Italiane, di SEAT che ho ricevuto ieri. O ancora i pescatori di Lampedusa. L’attacco alla mia persona è stato un tutt’uno con l’attacco all’idea e alla pratica politica che porto avanti insieme a tante persone. Una delle note pratiche adoperate dal fascismo era ripetere una menzogna centomila volte al fine di trasformarla in verità. La mia risposta a tutto questo è semplice: ho depositato una proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta sul sistema dell’accoglienza nel nostro Paese. È un atto in piena coerenza con le mie lotte di una vita e con la persona che sono. Sono io e siamo in tantissimi a voler capire quali sono stati gli effetti delle norme approvate negli ultimi anni sul sistema d’accoglienza nel nostro Paese. Chiamiamo i questori, chiamiamo i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative; chiamiamo i gestori delle cooperative stesse. Parliamo con il personale delle prefetture, parliamo innanzitutto con i profughi. Il legislatore deve ascoltare, capire dove sono le criticità, cosa va cambiato e migliorato e fare una sintesi comune. Sono il primo a volerlo capire. E non si tratta di “rilanciare” dopo gli attacchi che ho subito, ma di continuare a fare quello che ho sempre fatto.

Mentre attendiamo e ci auguriamo che questa commissione d’inchiesta veda la luce, quali sono le sue idee immediate sul sistema d’accoglienza e sulle sue criticità?
Serve una commissione d’inchiesta proprio perché innanzitutto è necessario capire. Capire le maglie di un sistema e i suoi effetti. Ma se guardiamo per esempio a Lampedusa, la mia proposta è stata esplicita fin da subito: aprire tutte le ex caserme per ospitare le persone in transito, con una gestione diretta da parte dello Stato. Purtroppo è notizia di ieri che Meloni sta facendo l’esatto contrario di quanto da me auspicato: il loro intento è utilizzare le ex caserme per aprire nuovi Centri di permanenza per i rimpatri. Questi centri invece vanno chiusi. Quegli spazi devono diventare luoghi in cui accogliere e accogliere significa costruire luoghi d’incontro, tutto il contrario della segregazione: aprire spazi di socialità, arte, per tutti i giovani del posto, che siano autoctoni o nuovi arrivati. Questo governo che parla di allungamento dei tempi di permanenza nei Centri per i rimpatri non si sta inventando peraltro niente di nuovo ma la prosecuzione di una deriva di deprivazione della libertà : erano misure contenute nel già fallimentare decreto Maroni di 12 anni fa. Anche questa è propaganda e basta e gli unici che lo sanno sono proprio i migranti. Quando si riceve un decreto di espulsione, per effettuare un rimpatrio serve un nulla osta, un’autorizzazione al rimpatrio da parte del Paese di origine del migrante rimpatriato. Senza questo nulla osta dell’ambasciata non c’è rimpatrio possibile. Si affolla il sistema giudiziario di decreti di espulsione senza effetti concreti. La domanda che dovremmo farci però è: perché uno Stato africano, poniamo per esempio il Mali, dovrebbe rilasciare un nulla osta che legittima la criminalizzazione di un suo cittadino anche se non ha fatto niente di male, e andare incontro a uno Stato come quello italiano e a un continente come quello europeo che hanno portato avanti campagne di propaganda afrofobica e terroristica per 30 anni? Gli interessi di chi farà quello Stato, e gli interessi di chi si aspettano che faccia i suoi cittadini? Il grande tema è renderci conto che siamo società intrecciate, che non esiste una politica di sovranità democratica italiana che può non tenere conto dell’esistenza delle società africane con la loro altrettanto legittima sovranità e con la sua dinamicità. Torniamo a quanto dicevo rispondendo alla prima domanda di questa intervista: la politica oggi non può non abbracciare il senso della complessità e della globalità, pensare al futuro e ai soggetti che di questo futuro sono già oggi protagonisti.
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CREDITI FOTO Facebook | Aboubakar Soumahoro



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