Sovranità, media, ruolo dell’Europa. Intervista a Sara Gentile

«C’è una cosa che l’Europa non può accettare ed è che una simile invasione metta a repentaglio la pace nel mondo e i diritti acquisiti».

Maria Concetta Tringali

Al tredicesimo giorno di guerra, ancora civili sotto le bombe, corridoi umanitari aperti dall’invasore, verso Mosca o i territori della Bielorussia. In video conferenza, sollecitato da Macron e Scholz, il presidente Xi Jinping usa toni decisi nel “deplorare” la guerra, ma auspica un ammorbidimento delle sanzioni. Il fantasma di una crisi economica, troppo pericolosa anche per gli affari cinesi, aleggia su tutti. Con la fine del conflitto ancora così lontana dall’essere anche solo intravista, mentre Zelensky chiede senza sosta la no-fly zone che la Nato continua a escludere nel tentativo di contenere il rischio del deflagrare di una guerra mondiale, MicroMega interpella Sara Gentile – docente di Scienza Politica e Analisi del Linguaggio Politico all’Università degli Studi di Catania e professeur invité al prestigioso Centre de recherches politiques de Sciences Po di Parigi – che di questioni internazionali si occupa da sempre.

Professoressa Gentile, qual è la posta in gioco di questa guerra? Ci riguarda tutti? E perché?
Decisamente ci riguarda tutti, perché in gioco c’è la sovranità. Si tratta di una questione antica che ha a che fare con l’organizzazione del potere e le sue articolazioni. Machiavelli lo definiva “il potere di reggimento”. La sovranità esercitata all’interno del territorio serve a delimitare, indica l’estensione del potere politico dentro lo Stato. La sovranità erga omnes, declinata all’esterno e nei confronti degli altri, ci rimanda a quando si sono formati gli Stati nazione, quindi al periodo napoleonico. Sovranità è concetto che implica quello di non ingerenza. È principio in forza del quale uno Stato pretende l’intangibilità, in un’accezione che riporta direttamente all’indipendenza. Stiamo parlando in fondo di integrità territoriale, culturale, della identità stessa di uno Stato. È oggi evidente che Putin manifesta una visione del potere espansionistico. Sono mire inaccettabili per una comunità internazionale che dispone di precisi trattati, che si è data delle regole e che è connotata dall’interdipendenza tra i suoi membri. Questi fatti vanno poi inseriti all’interno di un panorama internazionale dato dal nuovo contesto in cui si trovano oggi i due colossi che avevano raggiunto con la guerra fredda un equilibrio, contesto nel quale non sono più gli unici, in cui i poli non sono più solo due.

Lei di recente ha scritto: «L’Europa mi pare che non abbia – nel tempo né ora – espresso veramente il suo peso e la sua funzione: in primo luogo, adesso, quella di garantire la sicurezza dei suoi Paesi membri, tutti minacciati dall’esplodere di questa guerra, di dotarsi di un sistema di sicurezza anche militare, di esprimere la forza politica e propositiva, l’unità e la determinazione di un organismo sovraordinato».
L’Europa non è diventata quella che aveva immaginato de Gaulle. Il presidente francese precorreva i tempi e non per nulla è stato definito un européen malheureux (un “europeo sfortunato”). La sua politica estera, lungimirante come poche, ipotizzava un’Europa unita dall’Atlantico agli Urali, terza forza in grado di superare il bipolarismo anche nucleare. Immaginare oggi quest’Europa terza forza del mondo significa pensare che sia dotata delle necessarie capacità politiche, culturali, economiche, ma anche di difesa militare in grado di consentirle di resistere ad attacchi e violazioni come quelli posti in essere da Putin in queste settimane.

Lei è un’esperta di leadership e in particolare di leadership francese: quale ruolo si sta ritagliando Macron nel conflitto russo-ucraino?
Per rispondere a questa domanda una premessa è quanto meno opportuna. Dobbiamo considerare che la leadership di Macron è in una fase di rinnovamento. È di qualche sera fa l’annuncio della sua candidatura alle presidenziali, diffuso online con una “Lettera ai francesi”, proprio sul filo di lana. Da mesi è impegnato nella costruzione della sua nuova immagine. Sembra assumere, progressivamente, posizioni sempre più nette su alcune questioni. Fa costantemente leva sulla forte cristianità della Francia, riferimento condotto in maniera puntuale e in consessi specifici. La trascendenza divina e la laicità repubblicana sono concetti che declinati insieme non nascondono una certa contraddizione di fondo, ma al contempo assicurano una presa di posizione netta contro il terrorismo islamico, cosa che gli permette di non lasciare il campo alla destra estrema di Marine Le Pen e di Éric Zemmour. Ha fatto appello all’unità del popolo francese e ha annunciato la volontà di riparare agli errori del primo mandato facendo pubblica ammenda. Diversi i propositi di riforme, non ultima quella destinata all’École nationale d’administration per renderla meno elitaria, allargandone le vie di accesso. Questo nuovo Macron annuncia inoltre interventi sul pouvoir d’achat (“potere d’acquisto”) che dovrebbero attirargli l’interesse, l’attenzione e dunque il voto degli strati popolari; denuncia l’incapacità della classe politica tradizionale, strizzando l’occhio ai populismi degli ultimi decenni e quindi mescolando populismo e tecnocrazia. Una campagna elettorale condotta dalla postazione privilegiata dell’Eliseo, lo sta portando a crescere negli indici di gradimento. Ed è in questa prospettiva che secondo me va inquadrato il suo intervento nella crisi russo-ucraina. La volontà di porsi come interlocutore principe nella vicenda lo spinge a cercare il contatto, il dialogo. A Putin ha già telefonato una ventina di volte, convinto che non bisogna abbandonare le vie diplomatiche pur perseguendo una dura strategia di sanzioni.

Sullo sfondo cosa c’è? È l’idea di un’altra Europa quella che si sta profilando sotto ai nostri occhi?
Certamente, e c’è anche in Macron che vuole farsi interprete dinanzi al suo popolo di precise istanze. Vuole essere riconosciuto come il garante di un’Europa più presente, anche più combattiva. L’idea è quella di un’Europa che raggiunga un sentire unico sui grandi temi, dall’immigrazione al cambiamento climatico, e che sia in grado di porsi come forza di contrasto valida nel momento in cui minacce militari dovessero incombere (come sta accadendo adesso) su tutta l’area europea.

Stiamo parlando di sicurezza militare?
Sì, Macron parla proprio di questo ed è un concetto che implica l’uso di risorse, l’impiego di energie e va nella direzione della creazione di un esercito europeo di difesa. Questo risulta già, chiaramente, dal discorso che ha fatto a Bruxelles a gennaio, in occasione dell’inizio del semestre di presidenza francese del Consiglio dell’Unione Europea che si chiuderà a giugno.

E guardando un po’ indietro, la sinistra che ruolo ha avuto? Mi riferisco all’esperienza della sinistra al potere, tema che lei ha affrontato nei suoi studi che guardano ai fenomeni politici contemporanei.
Un ruolo di irrilevanza. Per chiudere il riferimento alla Francia, sono lontani i tempi dell’era Mitterrand. Al pari di quella italiana, anche la sinistra francese è disorientata, frammentata. È chiaro che sul declino del Partito socialista ha giocato molto il fallimento della presidenza Hollande, che marciava su un binario diverso da quello del partito. Inoltre la crisi della sinistra francese, come di quella italiana, va inquadrata dentro la più generale crisi dei partiti socialisti europei che è per varie ragioni in atto da circa trent’anni e si è nel tempo acuita.

Lei insegna Scienza Politica e Analisi del Linguaggio Politico all’università. Quanto è importante la comunicazione in tempo di guerra?
Importantissima, come la storia ci insegna.

La narrazione russa è indiscutibilmente propagandistica, censoria, da regime totalitario, ma gli altri Paesi che tipo di linguaggio politico hanno scelto?
Se guardo all’Italia, i nostri media (specie quelli televisivi) hanno optato per una narrazione che sembra privilegiare lo spettacolo politico: sembrano rincorrere l’audience e stringono l’inquadratura il più possibile sulle sofferenze dei civili, rimarcano il dolore e dunque l’aspetto umano, importantissimo certo, delle vittime di questa guerra. Rimane però in secondo in piano il nodo politico, i diritti violati in termini di relazione tra i Paesi. Nodo che sarebbe da approfondire perché centrale in questa vicenda.

Questo conflitto si poteva evitare o in qualche modo anche solo prevedere? Cosa non è stato fatto?
Ritengo che l’Occidente abbia sottovalutato il problema, sin dalla vicenda della Crimea, lasciando che le cose avvenissero in una situazione di apparente, malferma tregua. Il nuovo assetto mondiale, finita la guerra fredda, avrebbe richiesto riflessione, chiarezza, insomma capacità di leggere una realtà in mutamento. Ciò non può però in alcun modo giustificare la barbarie di cui Putin è responsabile.

Manca lo sforzo diplomatico in questo momento? Quella sostenuta dai pacifisti è una soluzione che si sta ignorando?
Io credo che non ci sia tempo per stare a guardare; i tempi della guerra sono convulsi e non fanno sconti. Concordo con Draghi sulla necessità di inviare all’Ucraina risorse materiali, umanitarie ma anche militari. In definitiva, c’è una cosa che l’Europa non può accettare ed è che una simile invasione metta a repentaglio la pace nel mondo e i diritti acquisiti.

Credit foto: Saarbrücken, 26 febbraio 2022. ANSA Oliver Dietze/dpa



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