Spagna e Italia, oligarchia o democrazia?

Carlo Formenti

Nei suoi ultimi scritti Manolo Monereo, ex dirigente di Izquierda Unida ed ex deputato di Podemos (non si è ricandidato alle ultime elezioni in dissenso alla scelta del partito di andare al governo con Pedro Sanchez), conduce una spietata analisi critica dei progressivi slittamenti verso la “normalità” istituzionale di un movimento che era nato con dichiarate velleità antisistema – analisi dalla quale emergono palesi analogie, al di là delle differenze ideologiche, con la mutazione accelerata dell’M5S.

Tuttavia, nella recensione che ho dedicato al suo ultimo libro, più che su queste analogie, mi sono soffermato sul modo in cui Monereo descrive le strategie con cui le oligarchie spagnole sono riuscite a disinnescare la minaccia del populismo di sinistra (quello di destra non le spaventa). A parte la denuncia delle campagne mediatiche contro il governo “comunista” (l’anticomunismo in assenza dei comunisti, scrive Monereo, è il segno che le élite sanno di avere la vittoria in pugno e si preparano a stravincere), la sua argomentazione ruota attorno alla relazione fra potere e crisi. Le crisi sono momenti che il potere – in assenza di forze politiche e sociali in grado di rovesciarlo – può sfruttare per ridefinire i rapporti di forza con chi tenta di resistergli. Da questo punto di vista la crisi pandemica – con le sue molteplici implicazioni economiche, sanitarie e socioculturali – è un’occasione unica che “quelli che comandano senza presentarsi alle elezioni” (così Monereo definisce sia l’intreccio fra oligarchie finanziarie, politiche e mediatiche spagnole, sia le istituzioni europee) stanno usando per trasformare lo stato di necessità provocato dalla pandemia in stato di eccezione, per cambiare cioè le regole del gioco in modo da neutralizzare ogni residua traccia di democrazia sostanziale e di sovranità popolare.

Sovrano, sosteneva Carl Schmitt, è chi decide dello stato di eccezione. Ebbene, tornando alle cose di casa nostra, chi può negare che il golpe bianco che ha messo Mario Draghi al posto di comando, imbavagliando in colpo solo – e con il loro ossequioso plauso – il sistema dei partiti e il parlamento, rappresenti un caso da manuale di svelamento dell’identità dell’unico decisore sovrano, vale a dire di quell’oligarchia neoliberista sovranazionale di cui Draghi è il proconsole?

Per chi nutrisse dubbi in merito cito questo passaggio della “Nota” di Massimo Franco, apparsa sul Corriere di martedì 9 marzo: “Si aperta una fase nuova, con una sorta di ‘sovranismo sovranazionale’ che prefigura un’azione concordata tra gli Stati e Bruxelles. E l’Italia si candida ad essere uno dei capifila del ‘prima gli europei’ al posto dell’autarchico ‘prima gli italiani’. È anche un modo per rispondere a nazioni come l’Austria e la Danimarca, che si sono mosse da sole a caccia di vaccini”. A parte il patetico senso di revanche da Italietta da sempre sotto tutela che può finalmente rimbrottare le svizzere nordiche, indossando i panni di ascaro al servizio dell’Europa, il passaggio è rivelatore: ora sappiamo chi ringraziare se l’EMA si trincera dietro cavilli burocratici e argomentazioni pseudoscientifiche per sbarrare la strada al vaccino russo: per l’Occidente capitalistico competizione economica, politica e militare sono sempre state tutt’uno (vedi la guerra a Huawei e il 5G cinese) e non si può certo fare alle Big Pharma americane lo sgarbo di comprare i vaccini da Putin.

Intanto la campagna vaccinale procede a ritmo di tartaruga anche dopo l’insediamento del proconsole imperiale e la sua militarizzazione? Poco male, l’importante è che il nostro Pil sta crescendo oltre ogni ottimistica previsione: forse è bastato che Draghi assoldasse consulenti di provata fede liberista come Giavazzi e la McKinley per compiere il miracolo. O forse è semplicemente bastato sacrificare la salute di milioni di lavoratori sull’altare della produzione. Se la crisi pandemica è come una guerra, bisognerà pure rassegnarsi a subire qualche perdita, non vi pare?



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