Spiagge in concessione: e i diritti dei bagnanti?

Gli interessi dei balneari, che sulle loro imprese hanno investito e hanno ragioni da vendere, dovrebbero essere contemperati con quelli dei cittadini, che hanno diritto ad avere più spiagge libere.

Mauro Barberis

Del tormentone dei balneari, specie liguri, il lettore bene informato sa più o meno quanto segue. Da una parte ci sono in Italia almeno 11.139 imprese familiari che gestiscono in concessione le spiagge, fra alterne fortune: mareggiate, norme anti-Covid, difficoltà a trovare il personale, e simili. Persone in carne e ossa, prese una per una, spesso simpaticissime, a volte proprio amiche, che si arrabattano a far quadrare i conti e che comunque svolgono una funzione di pubblico interesse, tenendo in ordine tratti del litorale che altrimenti cadrebbero in abbandono.

Dall’altra parte sta la politica, per definizione meno simpatica, e anzi bersaglio dei peggiori sospetti. Anzitutto l’Unione Europea con la Direttiva Bolkestein (la 213/2006), dal nome dell’economista liberista il quale, in nome della libera concorrenza, stabilì che le concessioni balneari dovessero essere ri-attribuite, in tutta Europa, con apposita gara. Con il rischio che chi da una vita gestisce una spiaggia in concessione, investendoci e affezionandosi, si ritrovi a non vincere la gara e a doversi cercare un altro lavoro. E probabilmente ignorando, l’olandese, che in Italia, a differenza che nel brumoso nord, vi sono regioni come la Liguria in cui 1200 stabilimenti balneari occupano il 70% delle spiagge, con punte del 93%, nonostante una legge regionale del 2008, mai osservata, ponga un limite del 60%.

Poi, sempre dalla parte della politica cattivona, vi è lo Stato italiano, che da sedici anni rinvia l’attuazione della direttiva sul punto, per imbarazzo nei confronti dei balneari. Sinché si ritrova con la necessità di ottenere i fondi del PNRR, approvando un disegno di legge sulla concorrenza (di nuovo…), e il Presidente del Consiglio, garante dei rapporti con l’Europa, taglia il nodo minacciando la propria maggioranza di porre la fiducia se non si arriva a un accordo. L’accordo si trova giovedì, ed è il solito compromesso, anzi un compromesso-con-rinvio: le concessioni andranno a gara entro il 2023, massimo 2024, e i balneari attuali che non rivincessero riceveranno indennizzi che il governo fisserà con appositi decreti entro l’anno.

Se l’alternativa fosse questa, fra i poveri balneari e la politica cattivona, dovremmo scendere in strada, invece che in spiaggia, a difesa dei primi. Il problema è che c’è un terzo soggetto, noi comuni cittadini, bagnanti, o aspiranti tali, che ci troviamo presi fra l’incudine e il martello. Mettiamo che uno di noi, un provinciale che da quando aveva i calzoni corti frequenta la stessa spiaggia cittadina a pagamento, si stupisca di trovare oltre confine, a Nizza per esempio, spiagge cittadine libere e attrezzate. Mentre da noi, l’estate dell’anno scorso, i balneari più astuti hanno trovato il modo di occupare intere spiagge con ombrelloni e lettini, con la scusa del distanziamento Covid, impedendo di fatto l’accesso a chi non aveva l’abbonamento.

Ma l’accesso al lido del mare non dovrebbe essere un diritto di tutti? Non si potrebbe cogliere l’occasione per contemperare gli interessi dei balneari, che sulle loro imprese hanno investito e hanno ragioni da vendere, e quelli dei cittadini, che hanno diritto ad accedere gratis al loro mare, e ad avere più spiagge libere? L’Adiconsum, associazione dei consumatori, lo propone del 2007: apriamo alla balneazione libera le spiagge che non dovessero essere ri-assegnate.  Ma trattandosi di una misura di civiltà, e vagamente redistributiva, qualcosa mi dice che non verrà neppure presa in considerazione.

(credit foto ANSA/CLAUDIO PERI)



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