Spirito critico o credente? Antinomie a sinistra

Rileggiamoli insieme: Carlo Formenti, “Guerra e Rivoluzione” (Vol. I “Le macerie dell’impero”), Meltemi, Milano 2023 e Paolo Favilli, “Il riformismo e il suo rovescio”, Franco Angeli, Milano 2008.

Pierfranco Pellizzetti

«Cento anni di pensiero, di azione, di
sacrifici, di lotte e di vittorie sono pegno
sufficiente di trionfo immancabile»[1].
Palmiro Togliatti (1948)

«Il concetto di ‘ideologia’ allude alle convinzioni e alle
idee dei gruppi dominanti. Il concetto di ‘utopia’ [rimanda
a] gruppi sociali impegnati nella trasformazione di una
determinata condizione sociale»[2].
Karl Mannheim

Credo quia absurdum?
La seconda aletta di copertina nel primo dei due volumi di Carlo Formenti 2023, annuncia nientemeno “un lavoro monumentale”, mentre quella del secondo tomo (Elogio dei socialismi imperfetti) promette “uno strumento della lotta di classe utile a trovare il modo più efficace per colpire il nemico”. Dunque, il filo (rouge) che lega i due volumi è la messa a punto di un armamentario concettuale per la rivoluzione comunista prossima futura. In perfetta sintonia con l’assunto che l’autore aveva già espresso tre anni fa, in una sua più sintetica uscita editoriale: «è vero io non sono di sinistra, sono comunista»[3]. Combinato disposto che probabilmente gli procurerà sempre nuovi consensi in qualche centro sociale ma – al tempo stesso – produce nel lettore “non desiderante” l’impressione di imbattersi in un catechismo. Magari a uso e consumo di un funzionario togliattiano del Comintern. Infatti l’obiettivo del nostro autore è quello di mettere a punto una nuova cassetta degli attrezzi rivoluzionari epurando le cadute tanto nel determinismo come nell’evoluzionismo positivistico, pur presenti nei sacri testi marxiani, approntando robuste dosi di volontarismo alla Lenin e di materialismo dialettico alla Lukasc; con spruzzate del terzomondismo in salsa bolivariana sempre caro all’autore. Un percorso che giunge a fine corsa prendendo per oro colato l’idealizzazione cinese (con juicio) del Giovanni Arrighi, che incontra Adamo Smith a Pechino. Sicché, «occorre riformulare le aspettative nei confronti d’una futura società socialista a partire dai concreti processi di costruzione del socialismo oggi in atto, a partire dal grandioso esperimento cinese» (C.F. pag. 67). Ossia, dopo tanto girovagare tra Ecuador e Bolivia, lo spirito credente può abbandonarsi all’apologia entusiastica del sino esperimento che «impone ai teorici marxisti di analizzare scientificamente le dinamiche in cui la politica mantiene il controllo e il comando sull’economia». L’apprezzato contrasto dell’egemonia economica che ignora la dittatura del politico, in un regime dominato dalla nomenclatura di partito, con il ritorno a forme di lavoro schiavistico nelle Export Processing Zones; dove kapò – tipo il taiwanese Therry Gou di Foxconn – praticano il più spietato sfruttamento della manodopera previa autorizzazione da parte del PCC, primo beneficiario del dumping esportativo cinese grazie al bassissimo costo della forza lavoro locale.

L’uscita di sicurezza come il vagheggiato passaggio di maniera a Nord Ovest, qui rappresentato dalla rotta verso il modello esotico «di uno Stato/partito che continua a rivendicare la propria adesione all’ideologia marxista-leninista» (C.F. pag. 81). Per cui Formenti prende le distanze da Wolfgang Streeck, il sociologo presidente emerito del Max Plank di Colonia, che annunciando l’inevitabilità del crollo capitalistico ne prevede il conseguente sbocco in una catastrofe per assoluta mancanza di alternative («non sarebbe molto più costruttivo essere meno costruttivi, smettere di cercare varietà migliori di capitalismo e cominciare invece seriamente ad alternative a esso?»[4]). Difatti lo spirito credente nel migliore dei mondi possibili in gestazione a Oriente, replica subito al catastrofismo di Streeck «su questo personalmente non concordo» (C.F. nota 23, pag. 85). E così si dimentica che il beneamato Arrighi, in trasferta da quelle parti, aveva formulato vaticinio analogo a quello del sociologo tedesco: «Prima che l’umanità soffochi (o si delizi) nella prigione (o nel paradiso) di un impero globale di marca occidentale o di una società del mercato globale gravitante attorno all’Oriente asiatico, potrebbe anche bruciare tra gli orrori (o le glorie) della crescente violenza che ha accompagnato il disfacimento dell’ordine della Guerra fredda»[5]. Per cui, «la Cina potrebbe trasformarsi in un nuovo epicentro del caos politico e sociale»[6].

La certezza dell’happy end
Ordunque, lo scenario in cui Carlo Formenti colloca il proprio ragionamento è quello di un sistema-Mondo in cui dall’ultimo quarto del secolo scorso sono avvenute enormi torsioni che – come il nostro autore ammette – ne hanno modificato l’assetto nel profondo. Sicché appare singolare presumere di ricavare l’armamentario culturale per comprendere/dominare una trasformazione che – per una volta – non suona enfatico definire “epocale”, dalle analisi di esploratori delle fasi precedenti. Ossia allestire qualcosa di simile – come lo chiamava Woody Allen in Midnight in Paris – al “negozio nostalgia” (“un posto dove vendono cose vecchie, cimeli”) in cui raccogliere i reperti di una presunta purezza comunista. Tanto che la denuncia formentiana di travisamenti dell’ortodossia marxista (determinismo, pragmatismo, evoluzionismo…) sconta il cedimento a un atteggiamento mentale altrettanto estraneo all’impostazione marxiana ortodossa: il fideismo.

Del resto è sempre il nostro integralista/comunista a ricordarci che «le tre grandi rivoluzioni industriali sono coincise con altrettanti sostanziali arretramenti dei rapporti di forza delle classi lavoratrici, e contestuali rafforzamenti del dominio e del controllo capitalistici» (C.F. pag. 25). Dal nostro punto di vista, esiti assolutamente contro-rivoluzionari. Ma qui ribadiamo il punto: quanto ci serve la veneranda tradizione del Socialismo anticamera del Comunismo, temprata per capire la società industriale, quando ormai vagoliamo in quella post-industriale? Ossia, orientarci nel cambiamento mentre con la vaticinata fine del secolo americano siamo allo stop nel susseguirsi penta-secolare di centralità capitalistiche sistemiche; tanto da domandarci se ha ancora senso parlare di capitalismo mentre la riproduzione della ricchezza attraverso l’investimento viene sostituita dalla “accumulazione per esproprio” (David Harvey[7]) grazie al governo dei varchi attraverso i quali scorrono i flussi materiali e virtuali. Tutti fenomeni irriducibili a costrutti politici oscillanti tra l’ambiguità e la vaghezza. L’ambiguità del termine “Socialismo” già nell’inventariazione che dobbiamo a Marx ed Engels nel loro “Manifesto”: il socialismo reazionario (feudale anti-moderno, “mezzo geremiade e mezzo pasquinata”, piccolo borghese, corporativo e patriarcale, tedesco, di matrice letteraria), il socialismo conservatore (Proudhon), il socialismo utopistico (Saint-Simon, Fourier, Owen)[8]. A fronte della parola feticcio “Comunismo”, la cui vaghezza definitoria («ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»[9]) suona palesemente illusoria; che in tale maniera finisce per fare il paro con la rappresentazione paradisiaca propria del Cristianesimo: “la contemplazione dell’essere divino per l’eternità”.

Ad abundantiam, quale e quanto ancoraggio con la realtà mantiene il vaniloquio sulla necessità inaggirabile di un partito che, in base alla concezione leninista (e gramsciana) assunta come tuttora valida, «dovrà poggiare su una solida base di quadri intermedi di estrazione quanto più possibile proletaria» (C.F. pag. 16). Solida base, mentre se pure nel frattempo esisteranno ancora i colletti blu, il lavoro come soggetto politico è stato azzerato; e cancellata la stessa coscienza proletaria. Attraverso pratiche organizzative avvalorate mediante processi comunicativi. Per cui più di vani remake e nostalgie desideranti servirebbe l’esercizio della critica allo scivolamento verso una democrazia mediatica; già dagli anni ’70 quando «si invertono le tendenze che avevano caratterizzato l’età dell’oro [e] il linguaggio sembra tendere più a nascondere che a spiegare» (P.F. pag. 17). Come si premurava di segnalare già tre lustri fa lo storico Paolo Favilli, studioso critico del pensiero marxiano.

L’imperativo dell’ingegneria sociale
Difatti «non si può certo negare che la volontà di ‘trasparenza’ percorra costantemente, in maniera diversa nei diversi luoghi, pressoché tutta l’opera di Marx, come volontà di disvelamento delle ‘illusioni’ e delle ‘ideologie’ e come volontà di cogliere la realtà dei rapporti economico-sociali al di sotto delle forme in cui si manifestano. E non si può neppure negare che tale viaggio nel profondo abbia avuto anche il profumo della ricerca di essenzialità. Ed altresì non si può neppure negare che dopo l’analisi de Il Capitale non fossero realmente più trasparenti le dinamiche della valorizzazione, le forme della merce, il rapporto uomo-processo produttivo» (P.F. pag. 29)
Sicché – al di là dei tentativi di sacralizzazione dottrinaria – la presa a modello metodologico del classico e venerando contributo marxiano alla critica dell’economia politica, al tempo della prima società industriale, impone l’infedele fedeltà al maestro – in questo interminabile interregno mediocre, di cui non scorgiamo la fine – tradotta nella definizione di una critica dei vigenti rapporti di dominio; collocata negli effetti di destabilizzazione del campo sociale dell’antagonismo, che ora vede presente un solo soggetto con pretese di “classe generale”: la plutocrazia finanziaria. Ossia, l’operazione di azzeramento dell’avversario realizzata in larga parte con strumenti semantici: l’imposizione dei modelli di rappresentazione delle ristrutturazioni nel sociale (la sconfitta del lavoro nel modo di produrre post-industriale). Come spiegava Reinhart Koselleck, «gli accadimenti storici non sono possibili senza atti linguistici; le esperienze che se ne traggono non sono comunicabili senza la parola. […] Ma non si risolvono in essa. Il tessuto prelinguistico dell’azione e la comunicazione linguistica, grazie alla quale gli eventi si compiono, sono intrecciati tra loro, ma non coincidono»[10].

Dall’avvento della contro-rivoluzione plutocratica, l’uso denigratorio di qualsivoglia istanza alternativa all’assiomatica dell’interesse avido ridotta ad “antipolitica”. Per cui «antipolitica è l’accusa più grave che il ceto politico formula nei confronti di quella vasta gamma di atteggiamenti ostili ai suoi riti, al suo linguaggio, al suo stile di vita» (P.F. pag. 7). Ma è un’accusa che Formenti fa sua nell’ansiosa ricerca del mitico movimento operaio, sparito come attore politico dal tempo in cui la logistica ha reso la fabbrica footless (disancorata dai luoghi). In una sorta di schizzinosità intellettuale politica che disprezza il passaggio dalla coscienza proletaria di sé e per sé dello sfruttamento, alla nebulosa di attori in attesa di un soggetto collettivo che ne raccordi in strategia politica la condizione che li accomuna dell’emarginazione. La comune privazione di futuro, nel tempo zero della finanza globalizzata.
Un atteggiamento – quello di Formenti – che rifiuta perfino l’idea dell’aggregazione strategica di una pluralità di violenze subite come creazione del cosiddetto “dente di arresto” della devastazione egemonica in atto, nel suo attacco a ogni conquista civile, politica e sociale raggiunta attraverso le lotte del Novecento. Una molteplicità che imporrebbe un’opera di costruzione del consenso – per dirla alla John Rawls – per sovrapposizione (overlapping consensus)[11].
Operazione resa impossibile dalla sottovalutazione delle potenzialità disponibili e dunque da attivare attraverso una nuova invenzione politica. La dissipazione di risorse importanti quali le nuove sensibilità di genere e ambientali; per cui «il populismo è una forma spuria di lotta di classe senza coscienza di classe, il che la espone al costante rischio di convertirsi in ‘rivoluzione passiva’» (C.F, pag. 12). Dulcis in fundo, l’irrisione del tentativo di contrastare la mercificazione valorizzando l’antico concetto di “bene comune”, liquidato quale «patetico surrogato del comunismo» (C.F, pag. 217).

Nella reiterata dimenticanza che anche il soggetto “classe operaia” fu un’invenzione, magari a latere della Comune 1870, con osti e barbieri eletti a “proletariato” (e il precedente di Marx, che era riuscito a vedere degli operai perfino nei fornai parigini in lotta nel luglio del 1848). Sempre che lo spirito desiderante, alla ricerca della purezza dottrinaria, non raggiunga le soglie del settarismo alla Torqueda, che tante volte abbiamo visto all’opera nella vicenda del comunismo “realizzato” dai guardiani dell’ortodossia. Dal Calvino, grande inquisitore ginevrino che condanna al rogo “l’eretico” Michele Serveto, ai Khmer Rossi cambogiani.
Sicché valga come viatico la conclusione di Favilli: «L’attuale crisi della politica, comporta, a mio parere, un confronto serrato con il ‘principio di realtà’. Una politica che non si nutra di analisi radicale non è in grado di affrontare nessun processo di trasformazione in profondità. Una politica che trasferisca immediatamente, senza distinzioni di sfere, tale radicalità nei comportamenti sconta largamente pericoli di settarismo, dottrinarismo, e anche, perché no, estremismo. Parafrasando Karl Marx possiamo dire che sono gli uomini a fare la politica, ma in circostanze indipendenti dalla loro volontà» (P.F. pag. 163).

[1] P. Togliatti, introduzione a Marx-Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, Roma 1969

[2] K. Mannheim, Ideologia e Utopia, il Mulino, Bologna 1972 pag. 41

[3] C. Formenti, Il capitale vede rosso, Meltemi, Milano 2020 pag. 12

[4] W. Streeck, Come finirà il capitalismo? Meltemi, Milano 2021 pag. 309

[5] G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2008 pag. 19

[6] Ivi pag. 428

[7] D. Harvey, L’enigma del capitale, Feltrinelli, Milano 2011 pag. 250

[8] K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, cit. pag. 90 e segg.

[9] K. Marx, Critica del programma di Gotha, Samonà e Savelli, Roma 1968 pag. 38

[10] R. Koselleck, Futuro Passato, Marietti, Genova 1986 pag. 258

[11] J. Rawls, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano 1983 pag. 321

 

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