Il pestaggio e i depistaggi: Stefano Cucchi e le responsabilità dei carabinieri

La Cassazione ha confermato la condanna per omicidio preterintenzionale i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro. Gli otto militari indagati per depistaggio condannati in primo grado.

Daniele Nalbone

Stefano Cucchi è stato ucciso di botte da due carabinieri. “Possiamo mettere la parola fine su questa prima parte del processo sull’omicidio di Stefano. Possiamo dire che è stato ucciso di botte, che giustizia è stata fatta nei confronti di coloro che l’hanno portato via. Devo ringraziare tante persone, il mio pensiero in questo momento va ai miei genitori che di tutto questo si sono ammalati e non possono essere con noi”.
Queste le prime parole pronunciate da Ilaria Cucchi dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato, pur riducendo la pena da 13 a 12 anni, la condanna per l’omicidio – preterintenzionale – di Stefano Cucchi nei confronti dei carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.
Parole a cui fanno eco quelle della madre di Stefano, Rita Calore: “Finalmente è arrivata giustizia dopo tanti anni, almeno nei confronti di chi ha picchiato Stefano causando la morte”.

Sarà invece necessario un nuovo processo di appello per Roberto Mandolini, condannato a 4 anni, e Francesco Tedesco, condannato a 2 anni, i due carabinieri accusati di falso nell’ambito della morte del giovane. Processo che potrebbe però rivelarsi superfluo visto che le accuse per i due si prescriveranno a maggio.

A distanza di quasi 13 anni da quel 22 ottobre, sappiamo chi quindi chi è stato. A uccidere un ragazzo sono stati gli agenti che lo avevano in custodia al 15 ottobre 2009, quando Stefano venne arrestato per possesso di stupefacenti. Sette giorni dopo, la morte in un letto dell’ospedale Pertini. In mezzo, per usare le parole del sostituto procuratore generale della Cassazione, Tomaso Epidendio, “una via crucis notturna quella di Stefano Cucchi, portato da una stazione all’altra”. E “tutte le persone che entrarono in contatto con lui dopo il pestaggio sono rimaste impressionate dalle condizioni del Cucchi: si tratta di un gran numero di soggetti tra i quali infermieri, personale delle scorte, detenuti, agenti di guardia”. Quella subita da Stefano “è stata una punizione corporale di straordinaria gravità, caratterizzata da una evidente mancanza di proporzione” con il suo “atteggiamento non collaborativo”.

Gli otto carabinieri imputati al processo sui depistaggi avvenuti dopo la morte di Stefano Cucchi sono stati invece condannati in primo grado dal tribunale di Roma. L’ex generale Alessandro Casarsa, che al tempo era comandante del Gruppo Roma e da cui – secondo l’accusa – sarebbe partito l’ordine di insabbiare le prove che avrebbero incastrato i carabinieri responsabili della morte di Stefano Cucchi è stato condannato a 5 anni.
Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma, è stato condannato in primo grado a un anno e tre mesi.
Più dura la condanna per il capoufficio del comando del Gruppo Roma, Francesco Cavallo, e dell’ex comandante della Compagnia Montesacro, Luciano Soligo, condannati rispettivamente a 5 anni e 6 mesi e 5 anni.
Stessa condanna, 5 anni, per Luca De Cianni. Tre anni e tre mesi è invece la condanna per Fabrizio Di Sano, al tempo in servizio a Tor Sapienza. Infine, 4 anni è la condanna per Tiziano Testarmata, allora comandante della quarta sezione del Nucleo investigativo.

Sul tema: VIDEO | Venti anni dopo la Diaz: quando la violenza è di Stato. Intervista a Fabio Anselmo

Credit foto: Fabio Anselmo e Ilaria Cucchi durante la fiaccolata in memoria di Stefano Cucchi 22 ottobre 2019 MASSIMO PERCOSSI HAVER/CAPPONI/DI PIAZZA

 

 



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