Da Brežnev a Putin

Il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco orientale ha avuto sulla Russia ripercussioni peculiari, diverse da quelle degli altri paesi al di là della cortina. La prospettiva non è stata infatti quella di un ritorno all’unità nazionale o alla democrazia ma la perdita di centralità nell’equilibrio mondiale, prospettiva per di più risucchiata nelle sabbie mobili di una crisi di identità sociale e culturale. Una situazione che l’attuale presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, ha saputo sfruttare a suo vantaggio, costruendovi il suo successo. Da MicroMega n. 6/2019

Fabio Bartoli e Giovanni Savino

Il caso russo rappresenta una peculiarità all’interno del discorso sull’eredità del 1989, poiché il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco orientale ha avuto enormi ripercussioni su un equilibrio al centro del quale si trovava proprio Mosca. A differenza di quanto per esempio avvenuto in Cecoslovacchia o nella Repubblica democratica tedesca, la prospettiva non è stata quella di un ritorno all’unità nazionale o alla democrazia ma la perdita di centralità nell’equilibrio mondiale, prospettiva per di più risucchiata nelle sabbie mobili di una crisi di identità sociale e culturale.

Gli avvenimenti che hanno portato al crollo del Muro di Berlino e alle sue ripercussioni in Europa orientale e nel resto del mondo sono inscindibili dal controverso percorso politico di Michajl Gorbačëv che, quando nel 1985 diventò segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica, si ritrovò alla guida di un sistema politico ed economico sclerotizzato, segnato da lustri di stagnazione. Decise così di varare un piano di riforme sotto l’egida di due parole d’ordine: glasnost’ («trasparenza»), volta appunto all’adozione di una gestione più trasparente del sistema politico e all’allentamento della morsa della censura; e perestrojka («ricostruzione»), che sul piano economico si proponeva di inserire elementi di economia di mercato restando nell’alveo del sistema socialista.

L’impulso dato dalle riforme, spesso confuse e portate avanti maldestramente tra recupero dell’antico spirito rivoluzionario del 1917 e fascinazioni socialdemocratiche o liberali, creò un’atmosfera in cui alle speranze si mescolavano paure e preoccupazioni. L’idea del cambiamento si era cristallizzata nella canzone del 1989 del gruppo rock Kino Peremen («Cambiamento»), presto diventata una sorta di inno per le giovani generazioni, con un ritornello che riassumeva lo spirito dei tempi: «Cambiamento/ è quel che vogliono i nostri cuori /Cambiamento/ è quel che vogliono i nostri occhi/ Nelle nostre risate e nelle nostre lacrime/ E nelle pulsazioni delle vene/ Cambiamento/ Noi aspettiamo il cambiamento». Ma cosa dovesse cambiare, oltre a un sistema che annaspava sempre più, non era ben chiaro.

Già le riforme economiche non portarono agli esiti sperati e l’inflazione fuori controllo generò un clima di forte instabilità economica che acuì una situazione già problematica. La riforma politica allentò la morsa del potere centrale che incoraggiò le spinte centrifughe delle provincie più insofferenti al giogo di Mosca. La creazione de facto di uno spazio politico autonomo permise in breve tempo la nascita di tendenze e organizzazioni alternative al potere centrale strutturate attorno a programmi di ogni tipo, oltre al rinfocolarsi di spinte indipendentiste sorte dapprima nel Baltico e nel Caucaso per poi estendersi in tutti i territori dell’Unione Sovietica.

Gorbačëv si trovò così tra due fuochi: da una parte il tentativo di colpo di Stato dell’ala più conservatrice del partito; dall’altra quello di Boris Elc’in, nel 1991 diventato presidente della Repubblica Russa dichiaratasi indipendente l’anno prima, di radicalizzare il processo riformatore in senso sia politico sia economico. La spuntò quest’ultimo, rivestendo un ruolo decisivo nella repressione del golpe tentato nel 1991 proprio dai comunisti conservatori e nella successiva crisi del 1993, culminata col bombardamento della Casa Bianca, all’epoca sede del Soviet supremo e oggi del governo russo, per ragioni su cui ci si soffermerà in seguito.

La shock therapy e lo sfacelo degli anni Novanta

La volontà di El’cin di liquidare il vecchio sistema socialista e accelerare l’instaurazione di un’economia di mercato fu alla base del pacchetto di riforme noto come shock therapy, condotto dall’allora primo ministro della Federazione russa Egor Gajdar, che – per usare un eufemismo – non diede certo i risultati sperati. Il repentino passaggio da un’economia pianificata a una di mercato, di cui Gorbačëv si proponeva di adottare soltanto alcuni elementi nell’alveo del sistema socialista, provocò diversi problemi, primo fra tutti un’inflazione altissima e incontrollata (nel 1992 fu del 2.508,8 per cento). Alcuni ordinari beni di prima necessità e di consumo costavano per questo cifre elevate e potevano essere acquistati soltanto al mercato nero, il cui volume si espandeva sempre più, oppure ricorrendo al baratto, tenuto anche conto che in alcuni posti di lavoro il salario non veniva corrisposto in denaro ma proprio in cibo o in merci di qualità non certo eccelsa.

Alla scarsità di cibo si accompagnava quella di beni di consumo, la cui mancanza si era già acuita negli ultimi anni di vita dell’Unione Sovietica, il cui sistema di produzione era rimasto eccessivamente legato all’industria pesante. Alcuni pionieri di un import/export su piccola scala furono in grado di approfittare della situazione, recandosi all’estero per acquistare ciò che mancava in patria, principalmente capi d’abbigliamento, rivendendo poi questi beni a prezzo maggiorato nei mercati all’aperto strutturatisi intorno ai chioschi che avrebbero per lungo tempo costituito la groundline delle città. Ciò non era possibile negli angoli più remoti del paese, in cui erano sorte città intorno a fabbriche ormai chiuse, private dell’unico committente mai avuto, lo Stato. La mancata riconversione di impianti progettati e impiegati per una funzione precisa all’interno di un sistema interconnesso lasciò disoccupate migliaia e migliaia di persone, causando non solo disastri economici ma il collasso di intere comunità. La disoccupazione, un tempo di fatto inesistente, divenne endemica e, sempre nell’annus horribilis 1992, una persona su tre viveva sotto la soglia di povertà. Dopo la shock therapy dei primi anni Novanta, alla fine del decennio, e precisamente nel 1998, ci fu una nuova crisi che destabilizzò ulteriormente il paese fino al 2001. Nel 1998 l’aspettativa di vita era di 58,9 anni per gli uomini e 71,9 per le donne, nel primo caso determinata anche dal diffondersi dell’abuso di alcool, che ha avuto un impatto consistente anche sulla crescita del tasso di suicidi (41,8 ogni 100 mila abitanti). Un collasso senza precedenti nelle società industrializzate in tempo di pace.

Ecco allora che, nell’arco di un decennio, la hit American Boy della band femminile Kombinacija si trasformò da canzone che fa il verso all’anelito ingenuo a una vita migliore resa possibile dall’apertura delle frontiere a testimonianza del delirante sogno di fuga da una società allo sfacelo: «Non c’è felicità nella mia vita/ e i miei anni passano invano./ Beh, dove sei, mio principe all’estero?/ Vieni, ti aspetto!/ (…)/ Io sono una semplice ragazza russa,/ non sono mai stata all’estero con la mia famiglia./ Tu sei americano, sei un giovanotto,/ portami via con tutto il resto./ Piangerò e riderò / quando siederò su una Mercedes/ e nuoterò nel lusso».

La narrazione di Putin quale salvatore della patria

Proprio questo stato di crisi cronica alla base di una profonda instabilità, unito al senso di umiliazione provato da un paese precedentemente leader di una delle due superpotenze globali, è importante per capire i successivi due decenni (di fatto) del governo di Vladimir Putin. Dopo aver visto il Muro di Berlino crollare sotto i suoi occhi ai tempi in cui era a Dresda per conto del Kgb e aver attraversato il decennio appena preso in questione, l’attuale presidente della Federazione russa ha maturato una visione della politica il cui scopo principale è il mantenimento della stabilità. Ecco quanto ha dichiarato al Financial Times in un’intervista del 27 giugno 2019 che ha avuto una vasta eco a livello internazionale: «Per quanto tempo la Russia rimarrà un paese stabile? Più a lungo sarà e meglio è. Perché molte altre cose e la sua posizione nel mondo dipendono dalla stabilità, dalla stabilità politica interna. In definitiva, il benessere delle persone dipende, forse principalmente, dalla stabilità» 1. Stabilità a volte mantenuta facendo ricorso alle maniere decisamente forti, come dimostrato fin dalla gestione della seconda guerra cecena (1999-2009) e di alcuni casi di terrorismo a essa connessi, come quelli del teatro Dubrovka e della scuola di Beslan. Stabilità spesso usata quale carta da giocarsi sul tavolo delle critiche al proprio operato, in una sorta di costante minaccia di un possibile ritorno agli anni Novanta in caso di mutamento di leadership. In questa narrazione ideologica quel decennio viene rappresentato e richiamato come il regno dell’instabilità e dell’ingiustizia, spesso con toni parossistici, ben descritti da Monetočka, giovane rivelazione della musica leggera russa nel 2018, nella canzone 90: «Negli anni Novanta ammazzavano la gente/ E tutti correvano totalmente nudi/ L’elettricità non c’era da nessuna parte/ Solo risse per i jeans e la coca-cola». L’immagine della disgregazione della nazione russa circolava anche in alcuni ambienti intellettuali, come testimoniato dal romanzo Russkaja tragedija (gibel’ utopii) («La tragedia russa, la morte dell’utopia») dell’ex dissidente Aleksandr Zinov’ev, che descrive il processo in questo modo:

Ci hanno ucciso come popolo, come paese, come società, come portatori del comunismo, questa è la verità. Non ci hanno semplicemente vinto, sconfitto, ma ci hanno ucciso. L’assassinio di un popolo non è lo sterminio di tutti i rappresentanti del popolo, anche se questo alla fine può succedere. Parecchi rappresentanti di un popolo distrutto possono vivere e anche fiorire. Ma una moltitudine di persone termina di essere un solo popolo nel senso sociale del termine. Il popolo si disgrega, si atomizza, perde la possibilità di opporsi alle forze che lo disgregano. Comincia a degradare biologicamente, diminuisce nel numero, diminuisce l’aspettativa di vita dei suoi membri, perde la salute fisica, si lascia andare ideologicamente e moralmente. Tutto ciò è possibile vederlo in modo evidente in Russia in relazione al popolo russo oggi 2.

Per molti anni Putin ha tratto il suo consenso dal ruolo di salvatore della patria, presentandosi come l’uomo in grado di risollevare il paese da questo stato di prostrazione economica, politica, fisica e morale. Ma come è giunto al potere l’attuale presidente della Federazione russa? E la sua parabola politica è veramente quella di un uomo solo al comando che spesso trova eco nei media internazionali?

Putin, non autocrate assoluto ma mediatore tra grandi interessi

L’avvicendamento alla presidenza della Federazione russa alla fine del XX secolo inizialmente non sembrava dovesse preludere a una nuova epoca. La nomina di Vladimir Putin quale successore di Boris Elc’in nel 1999 sembrava infatti un salvacondotto usato dal secondo per uscire di scena, mentre il primo appariva come una figura destinata a scomparire presto dalla ribalta di un’epoca di transizione. L’attuale presidente all’epoca risultava ai più un illustre sconosciuto nonostante avesse lavorato nel gabinetto per le relazioni esterne del sindaco di Pietroburgo Anatolij Sobčak, padre di quella Ksenija che lo avrebbe poi sfidato alle elezioni del 2018 3. Tra i suoi collaboratori in quel periodo figurano Aleksej Miller, attuale amministratore delegato di Gazprom, compagnia statale egemone nel settore del gas, e Igor’ Sečin, che riveste lo stesso ruolo nella Rosneft’, sua omologa petrolifera.

Il riferimento ai grandi potentati che detengono l’estrazione e il commercio di gas e petrolio assume un ruolo rilevante nella nostra storia, a partire dal fatto che un’impennata improvvisa del prezzo del petrolio all’alba del nuovo millennio (il prezzo di un barile passò da 35 a 150 dollari) favorì la ripresa economica proprio all’inizio del primo mandato di Putin (la Russia, non in grado di diversificare la sua economia e di ricostruire il suo tessuto industriale, rimarrà fortemente dipendente dalle oscillazioni del prezzo degli idrocarburi). Negli anni Novanta, a fronte di una popolazione sempre più impoverita, un gruppo di persone si arricchì a dismisura. Quelli che poi sarebbero diventati noti come oligarchi in molti casi sono membri del precedente apparato sovietico, arricchitisi appropriandosi delle vaste risorse energetiche del paese e, tramite il controllo delle banche, di diverse altre imprese in precedenza statali. Quelli che non rivestivano un ruolo di primo piano fecero fortuna comprando dai connazionali i vouchers convertibili in azioni delle ex aziende pubbliche che il governo aveva loro elargito, scambiandoli con altri beni in grado di soddisfare bisogni più immediati ma meno forieri di futuri guadagni.

Proprio il trattamento riservato a uno degli oligarchi, Mikhail Khodorkovskij, magnate del gigante petrolifero Jukos, considerato l’uomo più ricco di Russia nel 2003, nello stesso anno condannato per frode fiscale prima e per appropriazione indebita e riciclaggio di denaro poi, ha offerto un’interessante prospettiva sul modello putiniano di gestione del potere. L’affaire Khodorkovskij è raccontato nel recente documentario di Alex Gibney Citizen K, fuori concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia, e quindi non è il caso di dilungarvisi troppo in questa sede; in ogni caso è interessante rilevare come gli asset della poi defunta Jukos siano stati acquisiti proprio dalla Rosneft’ del menzionato Sečin, fedelissimo di Putin fin dagli albori della sua ascesa politica.

Nonostante dai mass media italiani sia spesso definito zar, Putin non è affatto l’autocrate assoluto che tale appellativo venato di orientalismo lascia intendere. Più che un uomo solo al comando egli si è rivelato essere un abile mediatore di interessi spesso contrastanti, provenienti dall’establishment politico e militare, dai potentati economici e da quegli stessi servizi segreti in cui egli stesso si è formato, che è stato capace di impiegare sempre più allo scopo di assoggettare la magistratura al volere dell’esecutivo.

Le riforme politiche e la svolta in senso presidenziale

L’aver delineato il quadro politico, economico e sociale della Russia dopo gli stravolgimenti del 1989 permette in questa sede di soffermarsi su alcuni aspetti inerenti lo sviluppo e il funzionamento delle sue istituzioni, che consentono di comprendere alcune macrodinamiche riguardo il rapporto tra sistema di potere e società civile sorte e radicatesi nel paese.

È nel periodo dal 1991 al 1993 che vengono a crearsi le basi dell’attuale sistema di potere in Russia. La transizione dalla tarda età sovietica all’affermarsi della Federazione russa come entità statuale avvenne sotto l’egida di spinte contrastanti, posizioni contraddittorie e il sorgere di fenomeni sociopolitici e culturali spesso singolari. La reinterpretazione della parabola sovietica come culmine della missione imperiale della civiltà russa diventò prevalente presso una parte dell’opposizione a El’cin, in una narrazione in cui le figure dei principi degli antichi Stati russi si mescolavano a quelle dei generali della seconda guerra mondiale e a essere enfatizzate non erano le rotture rivoluzionarie ma la continuità (spesso presunta) della missione della Russia come grande potenza. Dall’altro lato vi era spazio per un rigetto totale e aggressivo dell’eredità sovietica, spesso e volentieri accompagnato da pulsioni autoritarie (alcuni settori propugnavano la necessità di trovare un Pinochet russo per riportare all’ordine il paese e avviare una transizione economica improntata alle riforme proposte da Milton Friedman e i Chicago Boys in Cile). L’eredità delle riforme istituzionali promosse durante gli ultimi anni di Gorbačëv e i numerosi emendamenti alla Costituzione della Repubblica sovietica federale socialista russa del 1978 crearono nel biennio di transizione dal 1991 al 1993 uno scenario confuso, in cui i poteri non erano ben distinti e vi era un’assemblea parlamentare, il Congresso dei deputati del popolo, che si riuniva solo due volte l’anno ed eleggeva tra i suoi 2.250 membri un organismo permanente più piccolo, il Soviet supremo. I deputati potevano aderire contemporaneamente a diverse frazioni e gruppi parlamentari, e lo svolgimento dei lavori spesso si protraeva per giorni. Grazie al funzionamento caotico del Congresso vennero concesse a El’cin prerogative straordinarie, perché si riteneva che i tempi della discussione parlamentare e i problemi connessi alla legittimità delle procedure avrebbero potuto frenare l’adozione di misure economiche e sociali. La citata shock therapy di Gajdar fu permessa dalla promulgazione dei decreti elciniani ma, visti i suoi effetti disastrosi a livello sociale, si fece aspra la contestazione da parte dei deputati del Congresso, la cui maggioranza passò a un’opposizione attiva alle politiche del Cremlino.

Il bombardamento della Casa Bianca rappresentò la risoluzione tragica di questo conflitto, ma non solo, costituendo il peccato all’origine dello sviluppo di una concezione dapprima verticistica e presidenzialista e poi autoritaria del potere esecutivo. In questo senso, tali distorsioni non vanno ricercate negli articoli della Costituzione approvata nel 1993, ma nella pratica istituzionale e nel processo di formazione e sviluppo delle istituzioni. Nella Costituzione del 1993, infatti, vengono menzionati i diritti umani e garantite le libertà individuali, è presente un divieto esplicito all’affermarsi di un’ideologia ufficiale e vi è anche sottolineata la supremazia del diritto internazionale su quello federale (il che spiega anche i ricorsi alla Corte europea per i diritti dell’uomo). Il sistema semipresidenziale stabilito dall’ordinamento costituzionale, con le figure del presidente e del premier, in realtà fornisce un quadro in cui è l’autorità esecutiva, esercitata dal presidente eletto dal popolo e non dal premier di nomina presidenziale, a essere predominante e a non avere sufficienti contrappesi. Questo processo si è delineato nell’età elciniana, per poi dar vita alla verticale del potere promossa da Putin come base della propria autorità.

La costruzione della verticale del potere, ovvero la preminenza dell’autorità esecutiva federale sugli altri organismi centrali e periferici, si sviluppò nella seconda metà degli anni Novanta in un contesto segnato da una forte conflittualità all’interno della Duma, il parlamento russo, senza il cui sostegno costante El’cin si trovò a governare in equilibrio precario sin dal 1993. In questa situazione, divenne centrale il ruolo dell’amministrazione presidenziale, menzionata brevemente nella Costituzione nell’articolo 83 lettera i come «staff del presidente». Sin da subito, l’amministrazione presidenziale assunse un ruolo ben più ampio, vedendosi riconosciuto il compito di verificare e controllare il percorso legislativo e l’esecuzione delle leggi, dei decreti e delle disposizioni del Cremlino, in questo senso ponendosi come controllore sia del governo sia della Duma. Il potere dell’amministrazione presidenziale di fatto indebolisce da sempre il governo, il cui peso varia a seconda delle personalità che ricoprono l’incarico di primo ministro: personaggi come Viktor Černomyrdin, Evgenij Primakov e Vladimir Putin hanno avuto un peso istituzionale diverso rispetto ai mandati di figure considerate «tecniche» come Dmitrij Medvedev; un fenomeno, questo, che segnala una debolezza istituzionale, in cui non vi è una continuità di regole e prassi duratura in grado di formare una tradizione di governo.

Tecnologia della politica o manipolazione della società?

Dalla fine degli anni Novanta, in concomitanza con il peggioramento delle condizioni di salute di Elc’in, l’amministrazione presidenziale assunse quindi un ruolo centrale, per poi divenire con Putin il principale sostegno all’azione esecutiva del Cremlino. Le prerogative di controllo e verifica iniziarono a estendersi non solo all’attività legislativa ed esecutiva, ma anche in ambito sociale. La ridefinizione dello spazio politico russo è uno dei compiti a cui l’amministrazione presidenziale ancora oggi dedica un notevole investimento di tempo e risorse, con l’intento di controllare la situazione e non consentire l’emersione o l’affermazione di opzioni troppo alternative alla linea putiniana. In questo senso, l’amministrazione presidenziale ricorre alle armi della polittechnologija, ovvero il combinato di consulting politico, organizzazione di campagne elettorali, costituzione di formazioni e associazioni, misure atte a orientare il consenso e far andare avanti lo show. Perché il reale obiettivo della polittechnologija è perpetrare lo spettacolo della politica, confinando il cittadino al ruolo di mero spettatore, da coinvolgere raramente nelle decisioni importanti e da mantenere in una sorta di abulia politica.

L’errore di cui spesso peccano le analisi sulla politica interna della Russia contemporanea è quello di cercare modelli di costruzione del consenso spesso tipici dell’epoca sovietica, ignorando come in realtà per gran parte dell’era putiniana il tacito compromesso tra autorità e società ha fatto perno sulla devoluzione della partecipazione popolare e democratica in cambio di sicurezza, stabilità e benessere. Questo approccio volto a una perenne passivizzazione della società è osservabile anche nelle politiche governative, in stragrande maggioranza animate da uno spirito tecnocratico, segnate dall’assenza di elementi di dialogo con la società.

Il suo primo vero impiego è avvenuto nella campagna elettorale per le presidenziali del 1996, quando El’cin ricorse a strumenti di varia natura pur di conseguire la vittoria, tra cui la costruzione del «pericolo rosso» rappresentato dal candidato comunista Zjuganov, dato per favorito. Quelle elezioni costituiscono un altro dei «peccati originali» della politica russa contemporanea, visto lo svolgimento non privo di irregolarità, come successivamente riconosciuto anche da Dmitrij Medvedev, ma segnano il trionfale inizio dell’era polittecnologica e dei suoi ideologhi, da Pavlovskij a Kirienko, passando per Surkov e risalendo fino ai primi «tecnologi» attivi nelle presidenziali del 1996. Partiti costruiti nel giro di una giornata come spoiler e contenitori da usare all’uopo, idee e concezioni lanciate per alimentare il rumore mediatico, oltre a una frenetica attività di dossieraggio tra le «torri del Cremlino», espressione che entra nel lessico giornalistico e politologico per descrivere le diverse posizioni nell’entourage presidenziale, spesso e volentieri in lotta tra di loro. L’attuale vice responsabile dell’amministrazione presidenziale Sergej Kirienko, già primo ministro durante il default del 1998 e capo del gigante statale dell’energia atomica Rosatom, è l’ultimo rappresentante di questa modalità di gestione del potere. Prima di Kirienko, la polittechnologija nei palazzi del potere è stata incarnata da figure come l’ex dissidente, da molti definito il primo vero «polittecnologo», Gleb Pavlovskij 4, e poi da Vladislav Surkov, spesso indicato in Occidente come l’eminenza grigia del putinismo, nonostante sin dal 2011-12 abbia perso centralità all’interno dell’amministrazione presidenziale 5.

Il ricorso alla polittechnologija si è accompagnato al tentativo di coinvolgimento dei giovani nella seconda metà degli anni Zero, con la fondazione nel 2005 dell’organizzazione Naši («I nostri») e la trasformazione del Comitato statale per la gioventù nell’Agenzia federale per gli affari giovanili, Rosmolodëž, nel 2008; attività, queste, coordinate proprio da Surkov, in quegli anni all’apice del suo potere. Questi tentativi si prefiggevano lo scopo di impedire il propagarsi alla Russia delle rivoluzioni colorate avvenute in Georgia e in Ucraina, viste come vera minaccia alla stabilità della presidenza Putin, ma sul grado di coinvolgimento attivo dei giovani e sull’obiettivo di costituire un movimento di massa è lecito dubitare. La stabilizzazione del sistema partitico, con l’opposizione rappresentata dal Partito comunista di Gennadij Zjuganov, da Vladimir Žirinovskij e la sua formazione ultranazionalista e da Russia giusta, costituisce un ulteriore e importante elemento di passivizzazione della società. Quanto siano alternativi all’attuale sistema di potere questi partiti si è capito alle elezioni amministrative dello scorso settembre, quando, in realtà come San Pietroburgo, per far eleggere Aleksandr Beglov, scialbo funzionario statale voluto da Putin alla guida della sua città natale, si è ricorsi dapprima all’impedimento della registrazione delle candidature di concorrenti scomodi e poi al ritiro dei candidati del Partito comunista della Federazione russa e del Partito liberaldemocratico di Žirinovskij, senza grosse proteste da parte dei dirigenti di quelle formazioni. In questo modo si è evitato lo scenario dell’autunno del 2018, quando in alcune regioni prevalsero candidati di questi partiti a discapito dei prescelti di Russia unita, il partito di governo sempre più discreditato e che non è mai riuscito a decollare come entità politica di rilievo.

Non tutti si rassegnano a essere spettatori: opposizione e repressione

I rapporti diplomatici della Russia con l’Occidente non sono oggi al loro massimo storico ma in passato non sono sempre stati tesi come in questi ultimi anni. Anzi. Durante la prima fase dell’era Putin la Russia godette di diverse simpatie in quanto rappresentava un eccellente partner commerciale grazie al suo mercato in rapida espansione. Sul piano politico l’operazione Enduring Freedom, condotta dall’amministrazione Bush Jr. a partire dal 2001 dopo l’attentato alle Torri Gemelle, fornì un prezioso assist al presidente russo nell’equiparare i separatisti ceceni ai terroristi di al-Qaida nell’ambito del già citato secondo conflitto nella repubblica caucasica.

Le devastazioni operate dall’esercito e il sistematico ricorso alla tortura occultati dai media ufficiali di regime col beneplacito degli omologhi occidentali hanno trovato la resistenza di diversi giornalisti, il cui coraggioso impegno è costato la carcerazione e in diversi casi la morte. Il caso più noto è sicuramente quello di Anna Politkovskaja, assassinata il 7 ottobre del 2006. In prima linea nel denunciare non solo le atrocità commesse con l’avallo di Mosca dall’ancora attuale primo ministro reggente della Cecenia, Ramzan Kadyrov, e dall’esercito russo ma anche l’involuzione autoritaria della Russia putiniana, due anni prima Politkovskaja si era spesa anche come mediatrice per cercare di risolvere alcune situazioni critiche come quella della scuola di Beslan; mentre si stava recando sul luogo di detenzione degli ostaggi, bevve un tè e perse conoscenza e, seppure non si sia fatta luce sulla vicenda, l’ipotesi dell’avvelenamento resta la più accreditata. Luce ufficiale non si è ancora fatta neanche sulle cause del suo assassinio, a distanza di ben tredici anni, durante i quali non si è realizzato l’auspicio confessato nel 2004 al giornalista del Guardian James Meek: «Non avrei mai voluto dire che in Russia ci vorranno generazioni [per vivere in un paese libero]. Io stessa voglio vivere come un essere umano, in un luogo in cui ogni individuo è rispettato, nell’arco della mia vita» 6.

Chi non ha voglia di aspettare generazioni sono certo i giovani nati durante l’era putiniana e che non hanno conosciuto altro; sul fronte interno, si intende, perché l’accesso a internet e la possibilità di viaggiare ha aperto loro spiragli ignoti ai cittadini sovietici. La loro giovane età li ha inoltre preservati dallo sfacelo degli anni Novanta e dal relativo ricatto ideologico di Putin come eterno salvatore della patria. Per questo quando un altro giornalista, Ivan Golunov, collaboratore del portale indipendente Meduza, è stato incastrato il 7 giugno del 2019 per detenzione di sostanze stupefacenti nell’ambito di quello che da molti è stato giudicato un complotto per porre un freno alle sue inchieste anticorruzione, questi giovani si sono riversati nelle strade della capitale chiedendone la scarcerazione. Lo slogan «Io sono Ivan Golunov», lanciato da testate quali Kommersant, Vedomosti e Rbk, ha campeggiato sulle loro magliette, rimbalzando fino ai palazzi del potere dove è stato dato ordine di rilasciarlo. Poche settimane dopo, sempre a Mosca, di fronte al rifiuto di ammettere alcuni candidati alle elezioni per il rinnovo della Duma cittadina vi sono state altre importanti manifestazioni di protesta, con decine di migliaia di cittadini in piazza contro l’infrazione delle procedure di registrazione delle candidature. Questa mobilitazione ha segnato un ulteriore cambiamento nella capacità delle misure del Cremlino di condizionare lo scenario politico. Nonostante gli arresti e le condanne, infatti, l’8 settembre le urne hanno decretato il successo del cosiddetto «voto intelligente», tattica promossa dall’avvocato e blogger Aleksej Naval’nyj contro i candidati sostenuti dal sindaco di Mosca Sergej Sobjanin: 20 dei 45 deputati del parlamento cittadino sono stati eletti così, un segnale indicativo delle potenzialità rappresentate dalla mobilitazione di un settore importante dell’opinione pubblica. Settore non maggioritario, ma che comincia a essere ben organizzato e che, nell’ambito di una società passivizzata e depoliticizzata, ha dimostrato di poter ottenere, nelle regioni e nella capitale, successi non trascurabili.

Proprio Naval’nyj è attualmente il catalizzatore della protesta in Russia, coagulata intorno a lui soprattutto sulla questione della lotta alla corruzione, molto sentita dai giovani nati in un contesto economicamente più prospero di quello delle generazioni precedenti. Naval’nyj ha iniziato a farsi largo nel panorama politico-sociale russo nel 2008, quando ha acquistato azioni delle compagnie Rosneft’, Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil e Surgutneftegaz per chiedere quella gestione trasparente garantita dalla legge ma raramente osservata nel concreto. È stato successivamente uno dei protagonisti delle proteste del movimento di Piazza Bolotnaja, dal nome della piazza della capitale in cui i manifestanti si riunirono la prima volta il 10 dicembre 2011 per levare la voce contro i brogli delle elezioni parlamentari tenutesi in quell’anno. Le proteste continuarono anche in occasione delle elezioni presidenziali del 2012, anch’esse minate da brogli elettorali e segnate dalla modifica costituzionale che ha esteso la durata del mandato presidenziale da quattro a sei anni. Il picco di queste manifestazioni si è avuto il 6 maggio 2012, giorno precedente al terzo insediamento di Putin al Cremlino, nell’ambito di una mobilitazione repressa dalla polizia e segnata da un’ondata di arresti. Successivamente, nel 2015, Naval’nyj è stato anche invitato a prendere parte alla costituzione di una coalizione democratica attorno al Partito della libertà popolare-Parnas, appoggiata dal movimento Otkritaja Rossija («Russia aperta») di Khodorkovskij e che annoverava tra le sue file un altro dei maggiori esponenti del movimento di Piazza Bolotnaja, Boris Nemcov, vice primo ministro all’epoca di Elc’in, assassinato nei pressi del Cremlino il 27 febbraio 2015. La coalizione democratica si sfaldò già prima delle elezioni amministrative dello stesso anno, a testimonianza della difficoltà di definire una comune strategia politica e organizzativa da parte delle formazioni antiputiniane. Nonostante sia Naval’nyj sia Nemcov siano stati a volte dipinti dai mass media occidentali come paladini della libertà in opposizione alla tirannide, vanno però fatti degli opportuni distinguo: l’opposizione al potere rappresentato da Vladimir Putin non si declina solo sulla base di un progressismo liberale per come questo è inteso in Occidente, come dimostra l’appoggio, seppur critico, dato da Naval’nyj alla manifestazione di ispirazione nazionalista e xenofoba nota come Marcia russa del 2006 7. Per alcuni versi, il percorso ideologico e politico di Naval’nyj potrebbe ricordare la parabola di un giovane liberale ungherese diventato poi esponente di punta del sovranismo in Europa, l’attuale primo ministro Viktor Orbán, la cui radicalizzazione in senso nazionalista è esemplare di un processo di spostamento a destra dei suoi princìpi.

Nel periodo di crescita del movimento di Piazza Bolotnaja si è verificato inoltre uno dei tanti scontri tra le autorità russe e Pavel Durov, fondatore del maggior social network russofono, VKontakte, e del sistema di messaggistica Telegram. Dopo l’invito dell’Fsb, i servizi segreti, a chiudere alcuni gruppi che fungevano da raccordo e megafono alla protesta, a cui ha opposto il rifiuto in nome della sua concezione di piena libertà e anarchia della rete, nel 2012 è stato incriminato per aver investito un poliziotto, nell’ambito di quello che da molte parti è stato visto come l’ennesimo uso della giustizia per liberare il campo da scomodi oppositori. Successivamente la sua prima creatura, VK, è stata via via acquisita da magnati ritenuti vicini al Cremlino, come Ališer Usmanov, proprietario del portale Mail.ru, e Il’ja Šerbovič, che lo hanno messo in minoranza nel consiglio di amministrazione, prima del suo definitivo abbandono dopo altre pressioni, questa volta inerenti la messa a disposizione dei dati di utenti ucraini attivi nel movimento Jevromajdan.

In merito alla situazione ucraina e alle relative conseguenze della sua gestione politica, va segnalato il caso del regista ucraino Oleh Sencov, noto soprattutto per il suo lungometraggio Gamer, arrestato dalla polizia russa nell’ambito di alcuni fatti successivi all’annessione della Crimea nel 2014. Nato a Simferopoli, capitale proprio della Repubblica di Crimea, Sencov non ne ha riconosciuto il cambio di bandiera, rifiutandosi di cambiare cittadinanza. Condannato a 20 anni di prigione per atti di terrorismo imputatigli dalla giustizia russa, che ha avuto giurisdizione sul caso proprio perché dalla primavera 2014 considerato cittadino del paese, in seguito a un processo definito da più parti come irregolare e di carattere meramente politico, ne ha scontati cinque prima di venire rilasciato nell’ambito di uno scambio tra prigionieri con l’Ucraina.

Memorie reinterpretate e risentimento nazionale: dove va la società russa?

Se a sorreggere l’esperimento sovietico vi era il mito di fondazione del 1917 e la legittimazione era data dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, per quello della Federazione russa è stato necessario cercare un’identità ad hoc. La perdita dello spazio della grande potenza e la riduzione della proiezione russa ha implicato, oltre a bizzarre suggestioni di revanscismo imperiale mescolate a elementi mutuati dalla storia sovietica, la mancanza di un mito fondatore in grado di cementare la società. La centralità assunta dalla reinterpretazione della vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale come parte costituente della memoria russa in questo senso rappresenta un caso peculiare, in quanto da quell’avvenimento viene rimossa la carica tragica (ben presente in epoca sovietica con il riferimento ai 27 milioni di vittime richiamato anche nei monumenti) per enfatizzare il trionfo militare. Questa reinterpretazione ha avuto la capacità di collocare la grande guerra patriottica – come viene chiamata la seconda guerra mondiale in Russia – nel novero di una narrazione più vasta delle vittorie militari russe, in epoca zarista, sovietica e postsovietica, simbolicamente rappresentate dal nastro di San Giorgio, non a caso scelto per il richiamo all’omonima onorificenza prerivoluzionaria, come ripetutamente fatto notare dallo storico Aleksej Miller 8. In questa reinterpretazione della memoria storica vi è però un sentimento da non sottovalutare, il risentimento nazionale verso un Occidente rappresentato in maniera monolitica e astorica, irriconoscente e irrispettoso della grandezza russa. Questo risentimento è alimentato da un atteggiamento orientalista ben presente in determinati settori della cultura e della politica in Europa e in Nordamerica, ma ha origine anche in fattori endogeni, legati a una frustrazione profonda per la perdita dello status di superpotenza e a una rappresentazione basata su una dialettica ammirazione/repulsione verso un Occidente immaginario. Le promesse mai mantenute di una progressiva integrazione della Russia nello spazio europeo e atlantico, assieme alla sensazione di essere perennemente sotto esame, hanno contribuito a fare di questo sentimento un elemento della politica estera di Mosca, tanto da far auspicare ad Andrej Kortunov, direttore del Consiglio russo per gli affari internazionali, un suo superamento nell’ottica della maturazione di una strategia simile a Cina, India e Giappone, potenze considerate in grado di trattare con l’Occidente senza complessi d’inferiorità 9.

Cosa resta, quindi, nella società russa dell’età della perestrojka e dei grandi sconvolgimenti di un tempo? Emerge in alcuni suoi settori una volontà di cambiamento, spesso confusa come allora, con però un elemento da tenere in considerazione: l’assenza di illusioni nei confronti di modelli esterni. Se nella tarda età sovietica una certa immagine «romanticizzata» dell’Europa e dell’Occidente in generale era fortemente radicata e spesso forgiava gli aneliti di cambiamento della società civile, oggi non vi è più tale fascinazione, semplicemente perché la Russia contemporanea non è chiusa al mondo. Si aprono scenari inediti, come accaduto spesso nella storia del paese, che riserveranno non pochi colpi di scena non solo al popolo russo ma al mondo intero.

1 L’intervista in versione integrale è consultabile sul sito del Cremlino al seguente link: bit.ly/2ZQW1cq

2 A. Zinov’ev, Russkaja tragedija (gibel’ utopii), Algorithm, Moskwa 2016, p. 123.

3 La candidatura di Ksenija Sobčak alle elezioni presidenziali del 2018 ha rappresentato una misura «polittecnologica» per come questo concetto verrà analizzato nel sesto paragrafo di questo articolo: per incentivare la partecipazione all’appuntamento elettorale e renderlo più appetibile anche a un settore liberaleggiante, l’amministrazione presidenziale non solo ha permesso, ma ha promosso la presentazione di Sobčak, che nel 2011-12 aveva assunto posizioni fortemente critiche verso Putin e di sostegno al movimento per le elezioni pulite, partecipando alle manifestazioni per poi distanziarsi progressivamente dall’opposizione. Sobčak è stata una sparring partner ideale per Putin, anche perché il magro risultato ottenuto (1,68 per cento) ha permesso di far figurare le posizioni da lei rappresentate come totalmente marginali nella società russa.

4 Sulla figura di Pavlovskij, personaggio di grande interesse e acume, passato a posizioni di forte critica verso il Cremlino e il corso putiniano, si veda il reportage biografico di T. Bekbulatova, «Dissident, kotoryj stal ideologom Putina. Polnaja istorija Gleba Pavlovskogo – čeloveka, pridumavšego sovremennuju rossijskuju vlast’» («Il dissidente che è diventato l’ideologo di Putin. La storia completa di Gleb Pavlovskij, l’uomo che ha ideato il potere russo contemporaneo»), Meduza, 9/7/2018, disponibile al seguente link: bit.ly/2ucQ2Bl.

5 Su Surkov, dal 2013 nella posizione di componente dello staff del presidente, in italiano è apparsa una traduzione di un articolo di Bloomberg, L. Bershinsky, «Il segreto della forza di Putin», Internazionale, 1/3/2019, disponibile al seguente link: bit.ly/31uxOZW. Attualmente Surkov è incaricato di seguire la questione delle repubbliche separatiste di Donec’k e Luhans’k, svolgendo il ruolo di rappresentante russo nell’ambito degli incontri del «quartetto normanno», ovvero il gruppo di paesi (Russia, Germania, Francia, Ucraina) al lavoro su una risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina.

6 J. Meek, «Dispatches from a savage war. Poison and death threats won’t stop Anna Politkovskaya from reporting the truth about Chechnya», The Guardian, 15/10/2004, disponibile al seguente link: bit.ly/2JbqZGl.

7 Sulle posizioni nazionaliste di Naval’nyj si veda G. Savino, «La Russia ostaggio del nazionalismo», MicroMega, n. 2, 2014, pp. 176-188.

8 Si veda, oltre ai numerosi testi di Miller, l’intervista di Aleksandr Solov’ev allo storico: «Irredentizm i krizis nacional’noj identičnosti» («L’irredentismo e la crisi dell’identità nazionale»), Rossija v global’noj politike, 30/10/2017, disponibile al seguente link: bit.ly/35Ra1ql. Miller ha curato in inglese all’inizio degli anni Dieci un’importante raccolta di studi su memoria e politica in Europa orientale: A. Miller, M. Lipman (a cura di), The Convolutions of Historical Politics, CEU Press, Budapest 2012. In italiano è apparsa una sua intervista su Doppiozero: G. Savino, «Memorie divise: la Russia, l’Europa orientale e noi», Doppiozero, 23/10/2016, disponibile al seguente link: bit.ly/32DRifR.

9 A. Kortunov, «Rossija uže ne obižaetsja?» («La Russia non si offende più?»), Rossijskij sovet po meždunarodnym delam, 8/10/2019, disponibile al seguente link: bit.ly/33SiibI.

Credit Image: ANSA © Bai Xueqi/Xinhua via ZUMA Press

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