Covid-19, una catastrofe che si poteva evitare

Può la tragedia mondiale della pandemia considerarsi una questione che attenta alla nostra libertà, prima ancora che alla nostra salute? Fabrizio Gatti, seguendo sentieri inesplorati e consultando documenti inediti, ci spiega come il virus Sars-Cov 2 sia in primo luogo un allarme mondiale rispetto al pericolo di un nuovo totalitarismo: che non è quello delle mascherine e dei lockdown, bensì dell’imperialismo della Cina di Xi Jinping e dei suoi sodali internazionali. Sta a noi non rendere infinito questo, fino ad oggi, tragico errore.

Domenico Tambasco

Nel paese dei nuovi lotofagi, il dolce frutto che genera l’oblio è sostituito dalle fake news (recte menzogne) che, nel loro flusso torrenziale, resettano quotidianamente la memoria dei netizen, cittadini ormai viventi nella piazza digitale.

E di menzogne ne sono state dette tante negli ultimi tempi, soprattutto per coprire le immani responsabilità alla base della catastrofe mondiale pandemica: l’ultimo libro-inchiesta di Fabrizio Gatti, con accuratezza e passione per la verità, ci conduce per mano in questi territori oscuri.

L’autore esamina con spirito critico le versioni di regime propinate all’opinione pubblica dalle autorità cinesi: una su tutte, il fatto che il virus SARS COV 2 sia il risultato di un salto di specie dal pipistrello all’uomo avvenuto casualmente nel mercato del pesce di Wuhan. A dir poco evidenti, infatti, appaiono le incongruenze della tesi ufficiale rispetto al fatto che la sequenza genetica corrisponderebbe ad un virus che sarebbe stato scoperto nei pipistrelli nel lontano 2013 e tenuto misteriosamente segreto per sette anni, fino alla sua sorprendente registrazione nella banca dati (con l’indicazione ufficiale di RaTG13) soltanto all’esplosione della pandemia, ovvero l’11 febbraio 2020.

Al contrario, l’accurata indagine dell’autore punta al cuore dei fatti, evidenziando come la sequenza genetica RNA del SARS COV 2 coincida pressoché totalmente con altri due virus naturali scoperti nei pipistrelli, registrati nella banca dati il 5 gennaio 2018 dal Comando dell’Istituto di Medicina Militare di Nanchino (con le sigle ZC45 e ZXC21) ed oggetto di esperimento sui ratti, virus che potrebbero essere stati per errore umano oggetto di dispersione, nella fase di raccolta nelle grotte o in quella di studio nei laboratori.

Siamo di fronte a una oscurità che, documenti alla mano, l’autore dimostra essere stata volontariamente stesa dal totalitario apparato cinese impegnato nella folle corsa a creare virus “chimera” attraverso la gain of function (letteralmente aumento di funzione), con l’intento –almeno secondo le versioni ufficiali- di anticipare le possibili evoluzioni naturali e creare poi i relativi vaccini.

Una corsa molto simile a quella che, all’epoca della Guerra Fredda, vide Stati Uniti e Urss rivali nella conquista dello spazio al solo fine di imporre, attraverso la propria superiorità tecnologica, la supremazia del proprio sistema politico: capitalismo contro comunismo. Oggi,  invece, capitalismo e comunismo sono fusi in un’unica struttura totalitaria, il capitalcomunismo alla cinese, che vede nella corsa ai virus chimera un nuovo – e singolare – modo di imporre la propria primazia sul finanzcapitalismo.

L’informazione ed in particolare il suo contrario, la disinformazione, è il terreno di coltura che ha scatenato l’esplosione della pandemia:

“In una dittatura totalitaria il mancato controllo dell’informazione su un fatto è più grave del fatto stesso”[1].  

La prova del nove è davanti ai nostri occhi: quasi vent’anni fa, proprio di fronte allo stesso ceppo virale (la SARS), era stato soltanto grazie alle cooperazione internazionale ed alla condivisione delle informazioni al manifestarsi dei primi focolai che si era riusciti a contenere lo scoppio di un’epidemia potenzialmente devastante come quella in atto. Oggi, al contrario, è stata proprio la rimozione ab origine di qualsiasi collegamento con il passato a partire dalla denominazione, COVID-19 in luogo di SARS- 2 (nonostante l’identità), unita alla negazione della gravità dei primi focolai epidemici da parte delle autorità cinesi, che ha condotto il mondo dentro l’abisso: appunto, la preoccupazione di controllare le informazioni piuttosto che di affrontare la gravità del fatto.

Ed in questa gigantesca opera di rimozione, vengono in rilievo anche le responsabilità delle democrazie occidentali e delle sue istituzioni: le epidemie, infatti, sono come uno specchio, in cui osservare i propri difetti e le proprie mancanze. Una la più evidente, che rappresenta il peccato originale:

Il pensiero occidentale si basa sul fatturato, non più sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”[2].

Aspetto caratteristico del pensiero unico neoliberista che da decenni domina i nostri sistemi finanzcapitalistici ed ha di fatto modificato la tavola dei valori scritta nelle carte costituzionali, la religione del profitto ad ogni costo ha messo in secondo piano le ragioni della democrazia e dei diritti umani.

Ecco, dunque, le “avanzate” democrazie occidentali girarsi dall’altra parte di fronte ai segni di quello che, in altri tempi, sarebbe stato definito l’anschluss di Hong Kong ad opera dell’imperialismo di Xi Jinping. Ecco ancora ignorare l’internamento di massa di centinaia di migliaia di membri delle minoranze etniche e gli appelli provenienti dai numerosi dissidenti interni del regime cinese, mostrando invece il fianco alla penetrazione di un modello economico-politico che, all’esterno, tenta ipocritamente di mostrare la sua “faccia pulita” a suon di milioni di dollari di investimenti: quello che si chiama il silenzio in cambio degli affari.

Ecco, infine, la totale mancanza di valutazione critica da parte della comunità scientifica mondiale (ivi compresa l’istituzione più rappresentativa, l’OMS) rispetto alle prime “informazioni” sul nuovo coronavirus fornite dalla “scienza di Stato” cinese.

Abbiamo detto che lo specchio della pandemia evidenzia anche le nostre mancanze: e sono innumerevoli.

Si va dalla incomprensibile modifica da parte del Ministero della Salute delle linee guida per l’individuazione dei nuovi casi di coronavirus (in soli 5 giorni, dal 22 al 27 gennaio 2020, si passa dalla possibilità di fare i tamponi a tutti i sospetti con sindrome respiratoria grave ai soli soggetti provenienti da Wuhan, consentendo così al virus di riprodursi indisturbato per altre settimane), alla vera e propria disinformazione di massa simboleggiata dallo spot del Ministero della Salute in cui un noto testimonial, nei primi giorni di febbraio 2020, affermava con sicurezza che “Non è affatto facile il contagio”, fino ad arrivare alle classiche miserie nostrane, con le solite “creste” milionarie applicate alle forniture di dispositivi individuali di protezione ordinate peraltro con colpevole ritardo dal governo italiano.

Dobbiamo dunque all’autore, ed alla casa editrice che lo pubblica, un debito di riconoscenza: il tentativo, in un dibattito pubblico totalmente anestetizzato, di mutare il paradigma della discussione sul tema. Discussione che non è dunque solo e soltanto di salute pubblica o di politica vaccinale ma che, al contrario, è anche e soprattutto di libertà:  le menzogne di regime, diffuse grazie all’alleanza dei governi con la dittatura nazionalcomunista di Xi Jinping, la minacciano da vicino.

Riecheggiano da lontano le parole di Valerij Legasov, scienziato che indagò, pagando di fatto con la vita, sul disastro mondiale di Chernobyl:

La verità è sempre lì, che la vediamo o no,

che scegliamo di vederla o no.

Alla verità non interessano i nostri bisogni o ciò che vogliamo.

Non le interessano i governi, le ideologie, le religioni.

Lei rimarrà lì, in attesa tutto il tempo…

Per ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità.

Presto o tardi quel debito va pagato[3].

C’è una sola via d’uscita, che risponde allo stesso tempo ad un incomprimibile e collettivo bisogno: l’educazione democratica, di cui la libera stampa e l’informazione indipendente è l’insopprimibile architrave portante.

[1] F. GATTI, L’infinito errore, La nave di Teseo, Milano, 2021, p. 85.

[2] F. GATTI, L’infinito errore, cit., p. 113.

[3] F. GATTI, L’infinito errore, cit., p. 631.



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