I 57 giorni da Capaci a via d’Amelio. Intervista a Salvatore Borsellino

Quando mandanti occulti, pupi e pupari trasformarono Palermo in una ‘città di sangue’. Parla il fratello del giudice Paolo, fondatore del movimento delle Agende Rosse.

Rossella Guadagnini

“C’è chi dubita dell’esistenza di mandanti occulti, pupi e pupari?”. Accade perché “una cortina di mistero impedisce di vedere i fatti”. Esistono “comportamenti opachi e delittuosi”, oltre a “incomprensibili omissioni, guidate da logiche estranee alla democrazia”, al punto che “si preferisce tacere o dichiarare il falso, piuttosto che raccontare verità”. C’è perfino “chi ha depistato, falsificato e distrutto le prove”. La conclusione lascia pochi dubbi: “chi ha agito violando le regole, lo ha fatto per salvare un assetto di potere”.

Sono solo alcune delle durissime accuse pronunciate dai procuratori generali Carlo Barbera e Giuseppe Fici, nella requisitoria finale del processo d’appello della Trattativa Stato-mafia, all’indomani della commemorazione della Giornata della Legalità e delle vittime delle stragi di mafia del ’92. In aula – a sorpresa – si è presentato Marcello dell’Utri. La Trattativa, anche nel secondo grado di giudizio che affronta, non sembra, neppure stavolta, ‘presunta’.

Ne parliamo con Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, ingegnere e attivista, fondatore del movimento delle Agende Rosse. Il 23 maggio è iniziato il periodo dei 57 giorni che intercorrono dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio, quando Palermo venne trasformata in una ‘città di sangue’ come scrissero i giornali.

Il 23 maggio si è celebrato il 29esimo anniversario della strage di Capaci, divenuto nel frattempo anche quello del ricordo della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Gli eccidi cadono in date distanti. Lei è in polemica con l’unificazione delle due ricorrenze in nome delle vittime, perché?
Avevano già fatto sparire dalle commemorazioni Francesca Morvillo, anche lei magistrato, morta il 23 maggio e lasciata sola nella tomba dove riposava insieme al marito, ucciso nello stesso attentato sull’autostrada di Capaci.  Ora hanno unificato le date del 23 maggio e del 19 luglio. Forse vogliono far svanire anche il ricordo di quei 57 giorni in cui nessuna precauzione fu presa per salvare un magistrato che tutti sapevano sarebbe stato ucciso.
Non fu avvertito dell’esplosivo arrivato a Palermo per la strage, non venne attivato il divieto di sosta in via D’Amelio, dove pure Paolo si recava spesso a trovare nostra madre, non fu utilizzato per la sua scorta quel ‘bomb-jammer’, che pure già esisteva, che Giovanni Falcone aveva esplicitamente richiesto, e di cui fu invece dotata la macchina blindata di Di Pietro, che fu pure portato in Honduras per salvargli la vita.
Forse vogliono evitare di essere costretti, in due diverse date, invece che in una sola, a fare degli equilibrismi verbali per commemorare due magistrati esaltati a parole e dei quali invece, nei fatti, ci si propone di smantellare l’eredità che ci hanno lasciata per quanto riguarda i veri mezzi di lotta alla criminalità organizzata. Mi riferisco soprattutto a 41 bis, ergastolo ostativo e collaboratori di giustizia.

In un trentennio il clima politico e sociale rispetto a quegli avvenimenti è cambiato: oggi c’è più ipocrisia o più verità?
Il clima sociale è cambiato, soprattutto grazie ai giovani. Il clima politico invece è – se possibile – peggiorato. Basta guardare il posto che occupa nei discorsi programmatici dei capi di governo, che si sono succeduti in questi anni, la lotta alla criminalità organizzata. E dire che è la vera emergenza del nostro Paese, ancora più del Covid che, invece, per le mafie rappresenta piuttosto un’occasione da sfruttare.

Se ricordare significa combattere per la ricerca della verità, dimenticare vuol dire pacificarsi, forse perfino perdonare. Cosa è meglio, in questo caso, la memoria o l’oblio?
È la memoria, non lo sterile ricordo, che ha il significato di combattere per non dimenticare, per la verità e per la giustizia. Se perdono vuol dire dimenticare, allora questo termine non fa parte delle mie corde e del mio vocabolario.

Le istituzioni e la politica stanno facendo qualcosa di concreto per la ricerca della verità sulle stragi di mafia?
Forse a parole, non sicuramente nei fatti. Al massimo si parla di ‘verità indicibili’. Ma la verità, in quanto tale, non può essere indicibile, anzi deve essere proclamata a gran voce. Lo Stato difficilmente può arrivare a processare sé stesso.

State avendo successo con la scorta civica all’ulivo della memoria: si aspettava questo seguito?
La ‘Scorta per la Memoria’ in via D’Amelio è stata una scintilla che ha provocato un incendio. Avevo chiesto una persona al giorno, che donasse 24 ore della propria vita a chi ha donato la propria vita per noi. Sono arrivate persone da Palermo, dalla Sicilia e da ogni parte dell’Italia e non solo. In gruppo, ogni giorno, questi visitatori custodiscono la memoria di Paolo, di Agostino, di Claudio, di Emanuela, di Vincenzo e di Walter Eddie Cosina.
Siamo già alla quarta settimana del presidio di ‘scorta civica’ all’albero simbolo della strage, piantato da nostra madre in memoria di Paolo. Dal 23 maggio, stiamo scandendo uno per uno i 57 giorni trascorsi per arrivare al 19 luglio. E delle luci degli stessi colori della bandiera per cui questi uomini hanno sacrificato la loro vita, veglieranno dal crepuscolo all’alba il loro sonno di giusti.

Sul tema, leggi anche:

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Nel libro “L’antimafia tradita. Riti e maschere di una rivoluzione mancata” un quadro poco incoraggiante del movimento di oggi.

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