Straziami ma di like saziami. I giorni dell’odio (social)

L’intero sistema dei media declina e rafforza la più consueta e trita narrazione del migrante in chiave di insicurezza, paura, criminalità, minaccia per il lavoro, spesa di welfare, minaccia per la cultura occidentale dominante.

Anna Paola Lacatena

I social media come Facebook, Twitter, Instagram e TikTok esercitano una forte attrazione e non solo tra i più giovani. Quasi la metà della popolazione mondiale li utilizza soprattutto sui dispositivi mobili, arrivando ad un uso medio di circa due ore e mezza al giorno, in pratica un terzo del tempo dedicato all’online. “I media mettono in scena soluzioni simboliche all’incombere dell’insicurezza sociale, la trasfigurano in minaccia e spesso individuano “colpevoli per elezione”. Anche in Italia c’è una forte etnicizzazione della “nera”: l’associazione di determinati modelli di comportamento criminale alla nazionalità, all’etnicità e alla condizione di irregolarità produce modelli di tipizzazione fondati su caratteristiche etnobiologiche “immutabili” dell’Altro, offrendo pericolosi ancoraggi cognitivi (e morali) a xenofobia e razzismo” (Cerase, 2012, p.69).
Tra l’8 febbraio e il 2 marzo 2018, ossia durante le ultime settimane di campagna elettorale per le elezioni politiche in Italia, task force specializzate e volontari di Amnesty International hanno monitorato i profili social – Facebook e Twitter – di tutti i candidati ai collegi uninominali di Camera e Senato delle coalizioni di Centrosinistra, Centrodestra, del Movimento 5 Stelle e di Liberi e uguali. Inoltre hanno seguito i profili social dei candidati presidenti delle Regioni Lazio e Lombardia e dei leader politici per un totale di 1419 persone. L’analisi quotidiana ha segnalato l’uso di stereotipi, offese razziste e/o discriminatorie, considerazioni di incitamento alla violenza diretta ad alcune categorie vulnerabili come migranti, rifugiati, immigrati, rom, persone LGBTIQ+, donne, comunità ebraiche e islamiche. I casi individuati sono stati 787, attribuibili a 129 candidati, dei quali 77 sono stati poi eletti (il 51% delle dichiarazioni sono da attribuire a candidati della Lega, il 27% a Fratelli d’Italia, il 13% a Forza Italia, il 4% a Casa Pound, il 3% a L’Italia agli Italiani e l’2% al Movimento 5 Stelle).
Facebook è risultato essere il canale più utilizzato con ben il 73% di tutto il materiale esaminato. Il 91% delle dichiarazioni hanno avuto per bersaglio migranti e immigrati. Le parole più usate per identificarli sono state: “clandestini”, “irregolari”, “profughi”, “stranieri”, insieme al ricorso alla disumanizzazione con l’utilizzo di appellativi quali “risorse”, “bestie”, “vermi”. Non sembrano esserci differenze di genere o di provenienza geografica (Nord o Sud Italia). Il 6% delle dichiarazioni, poi,  ha avuto per oggetto la comunità LGTBQ+.
Tutto è visibile e pubblico (o pubblicabile) nulla è, però, conosciuto profondamente. Dal verticale della conoscenza che, da un punto scendeva in profondità, si è passati all’orizzontalismo dei sistemi passanti, dove fugacemente si entra in contatto con tutto e con niente. Forse ciò che ci fa paura è ciò che non possiamo controllare. Non è ciò che non conosciamo bensì ciò che conosciamo ma non possiamo piegare a quelle che sono le nostre logiche e aspettative.
La menzogna neoliberista, capitalistica e globalizzata del tutto è possibile, ma soprattutto la non scartabile evenienza del fare a meno dell’Altro ha confinato l’essere nella dimensione del senza legami. L’involuzione propria della capacità di stabilire relazioni vere e significative trova la sua probabile eziopatogenesi in almeno tre distinti fenomeni: lo specchio di Narciso a cui è assurto il web con tutte le sue offerte di fowellers e contatti virtuali; la ricerca di emozioni e sensazioni forti (sensation seeking) in grado di scuotere da un comune anedonico torpore; la rinuncia e/o la sottrazione di ogni status e ruolo a vantaggio di un’ambiguità e di una liquidità di sistema, la cui diretta conseguenza è la messa in discussione dell’utilità stessa della relazione sociale.
Provvisoria, instabile, precaria e cancellabile in ogni momento, di quella pseudo-amicizia (social) e dei like conseguentemente attesi, la connessione si nutre, per contro l’individuo reale si impoverisce. Diversi studi hanno infatti segnalato l’influenza esercitata dai “Mi piace” sull’autostima.
Va ricordato come, per altri versi e soprattutto nella popolazione più giovane, più frequenti sono l’esposizione e la durata della connessione, più elevati sono i livelli di depressione, ansia generalizzata e solitudine.
L’omicidio della giovane Pamela Mastropietro consumatosi a Macerata il 30 gennaio 2018, e il successivo attentato a sfondo razzista del 3 febbraio 2018, con il ferimento di sei cittadini stranieri, hanno giocato un ruolo dirimente nella narrazione immigrazione/sicurezza/paura.
Il 6% delle segnalazioni derivanti dal monitoraggio dei social effettuato in quel periodo riguarda direttamente l’omicidio di Macerata. Ė la nazionalità nigeriana ad essere bersaglio di pesanti appellativi: “branco”, “squartatori”, “spacciatori”, “mafiosi”, “omicidi”, “belve”, “vermi” con richiami a presunti riti tribali e vudù.
Scrive Pietro Pisani della Lega Nord- Emilia Romagna su Facebook il 16 febbraio 2018: “Mandiamo a casa la sinistra, cancelliamo la legge Fornero, chiudiamo i centri sociali, ricacciamo da dove sono venuti i mafiosi nigeriani che ammazzano la nostra gente e ci mangiano il cuore. Basta”.
L’attuale Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia il primo marzo 2018 posta su Facebook: “Orribile. Le perizie rivelano che la povera Pamela è stata stuprata e uccisa dal gruppo di nigeriani di Macerata (…) L’Italia è piombata nella peggiore barbarie per colpa della irresponsabile politica dell’accoglienza voluta dalla sinistra. Ora basta! Attueremo subito un blocco navale con la nostra Marina militare per fermare l’invasione dei barconi e cacceremo tutti i clandestini che girano per le nostre città. È un impegno solenne di Fratelli d’Italia”.
Non si tratta solo del privato cittadino o del politico in campagna elettorale – in Italia praticamente a tempo indeterminato – ma dell’intero sistema dei media che declina e rafforza la più consueta e trita narrazione del migrante in chiave di insicurezza, paura, criminalità, minaccia per il lavoro, spesa di welfare, minaccia per la cultura occidentale dominante.  I plot comunicativi utilizzati sono allarmistici fino al catastrofismo, spettacolarizzati, stereotipati, semplicistici e superficiali. I numeri sempre eccessivi. Spesso, più che informare diffondono informazioni potenzialmente lesive della dignità delle persone più o meno coinvolte dal determinato fatto di cronaca, riverberando esiti deleteri – “effetto farfalla” – nell’opinione pubblica. Non viene quasi mai sottolineato per contro il plusvalore dell’immigrazione, ossia il supporto al welfare, all’economia, alla società.
Stando al rapporto di Eurostat, negli ultimi dieci anni si è registrato un notevole aumento del numero dei richiedenti asilo in Francia, Germania, Italia e Spagna a cui non corrisponde, tranne che per quest’ultimo, un aumento della criminalità.
Il rapporto Istat 2022 conferma questa tendenza anche per il nostro Paese dove i “sospettati e delinquenti” nel 2012 erano 501 mila contro gli attuali 403.52 mila.
Se la popolazione carceraria costituita da stranieri – soprattutto extracomunitari – si attesta intorno al 30-35%, bassissima è la quantità di reclusioni per associazione di stampo mafioso (250 detenuti stranieri su oltre 7.024 detenuti italiani), e per violazione delle leggi sulle armi (769 gli stranieri e 8.628 gli italiani). Quasi inesistente è il numero di quanti beneficiano delle misure alternative al carcere, spesso perché non hanno un domicilio fisso.
Tutto ciò nonostante il mondo dell’informazione su iniziativa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) si sia dotata della Carta di Roma (2008) che invita il mondo del giornalismo ad adottare termini appropriati sul piano giuridico e a ricorrere a esperti e ad organizzazioni in grado di formulare informazioni corrette legate al tema dell’immigrazione.
Lo sbarco resta l’icona mediale più utilizzata, la paura la sua più prevedibile conseguenza. Non si tratta solo di un’emozione, è molto di più. Ė un sentimento complesso e profondo, un’arma di difesa che mette in moto meccanismi fisici e cerebrali ancestrali, raffinata per migliaia di anni d’evoluzione, in modo da salvarci la vita. Non possiamo accogliere, contenere, ascoltare ciò che ci provoca paura. Ė molto più facile che questa generi ansia (tendenzialmente collettiva), inimicizia, astio sino alla sua accezione più estrema quale è l’odio.
Per il sociologo tedesco Beck, nella categoria del rischio si esprime il rapporto con l’incertezza, che spesso oggi non può essere superata grazie ad una maggiore conoscenza, ma che finisce per scaturire proprio dal suo esubero. Proprio l’information overload o sovraccarico cognitivo è un’altra delle problematiche cui è possibile incorrere a causa di un eccesso di esposizione alla rete.
La paura, la cronaca nera fa “parlare” (più che leggere), fa discutere, autorizza i toni alti e gli allarmi – spesso direttamente dai salotti televisivi e dall’universo social – ma soprattutto produce consenso.
Nonostante l’Osservatorio italiano sui diritti attraverso il progetto Mappa dell’Intolleranza (Vox), che dal 2015 monitora i discorsi d’odio sul social, nell’ultima rilevazione, risalente al 2020, precisi che il numero totale dei tweet cosiddetti d’odio sia diminuito rispetto al 2019, l’analisi delle co-occorrenze e della prosodia semantica alla base della comprensione dello hate speech e delle hate words, ci dicono che il bersaglio per antonomasia resta di fatto la donna, senza particolari differenze da Nord a Sud. Almeno un odiatore su due se la prende con rappresentanti del genere femminile o appartenente alla comunità LGBTQ+. Particolarmente bersagliata è quella che lavora, quasi ad evidenziare indirettamente antichi ma pervicaci retaggi culturali. Gli e le haters – è davvero scoraggiante dover sottolineare l’esistenza di un odio di genere promosso dalle stesse donne – non si fermano neanche dinnanzi ai femminicidi, anzi le rilevazioni mostrano dei picchi proprio in corrispondenza di questi fatti.
Attualmente non è ben chiaro quando e perché si manifestino l’invidia e l’ispirazione indotte dai social ma, grazie agli studi condotti negli ultimi anni, appare sempre più evidente che possa dipendere soprattutto da chi li usa e da come vengono utilizzati.
Molti studi dimostrano che una persona con bassa soddisfazione generale rispetto alla propria vita, ai risultati raggiunti, alle emozioni che è in grado di vivere offline, risulta essere più facilmente orientato all’odio, all’invidia e al confronto sociale.
Impulsività, visioni stereotipate per semplificare le tante sfaccettature del reale, sedimentazione di idee preconcette che esigerebbero ciò che il singolo-massa non sempre è disposto ad offrire: il confronto. Se la società opera a vantaggio dell’appiattimento/omologazione, la famiglia educa all’idea che il “mio” (spesso riferendosi alla progenie) è unico, il solo, il meglio in circolazione, il predestinato perché narcisisticamente MIO (promanazione naturale di IO).
L’odio nei confronti della donna, è odio nei confronti della vita.
L’odio nei confronti dell’Altro diverso da noi, è odio nei confronti della nostra stessa diversità e/o limite.

Haters gonna hate.
Non è il mezzo a dover essere rivisto ma la nostra capacità di essere cittadini adulti, restando umani nonostante tutto.
Più che a leoni da tastiera penserei alla frustrazione dell’anonimo destinato al macello che infligge mattatoi vari rivendicandone la loro utilità. In estrema sintesi, creiamo le condizioni/cause dell’insicurezza anelando al suo contrario. Odiamo gli altri per non sentire quanto odio nutriamo nei nostri confronti. Attacchiamo la bellezza, la creatività, il raggiungimento di un obiettivo perché sentiamo di non esserne capaci. Puntiamo l’imperfezione dell’Altro perché non sappiamo accettare la nostra.
I social media come specchio, dunque, dove poter realizzare il riconoscimento della propria immagine e più ancora la fissazione incantatoria esemplare nel mito di Narciso. Quando l’identità, si irrigidisce, ingessandosi nella fissazione di sé, la vita umana perde la sua prerogativa di scambio e di legame, agevolando insoddisfazione, depressione e aggressività verso sé e verso gli altri (non necessariamente in quest’ordine).
Non tutto è perduto, però, forse possiamo ancora scegliere: “Internet ci cambia la vita, ma non la determina. Lo strumento è a nostra disposizione, noi non siamo nella sua disposizione. Noi siamo il manico. La riserva di un’opinione consapevole è nella nostra voglia di capire, nello sforzo di giudicare, nella capacità di indignarci, quando è necessario, in quella che è la facoltà di dire di no. Per farlo, dobbiamo sfruttare tutta la vastità, l’immediatezza, la velocità del sapere accumulato nella rete e la sua capacità di distribuirlo ai quattro angoli dell’universo. Ma dobbiamo continuare a cercare il senso delle cose camminando nelle strade, parlando con le persone reali, misurando la verità dei loro problemi e dei loro impegni con la loro voce, il loro sguardo: riscoprendone il volto”. (Bauman e Mauro, 2017, pp.123-124).



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