Strehler, arlecchino repubblicano

Giorgio Strehler rivive in un film documentario lucido e potente. La sua sfida per il diritto culturale al dissenso e alla laicità. Un’idea di teatro come metodo empirico di speranza, individuale e collettiva, anche nell’ora bruna della pandemia sociale.

Alessandro Turci

Quasi un quarto di secolo ci separa dalla notte di Natale del 1997, quando Giorgio Strehler morì. A Lugano. Esiliato non esiliato. Maestro non Maestro. Gigante assoluto nel suo Piccolo Teatro, altrettanto assoluto.
Eppure.
Eppure né Giorgio Strehler né tantomeno Paolo Grassi avrebbero amato un incipit così retorico, così poco laico. I due, che pagine e biografie meno sorvegliate descrivono aneddoticamente come i Dioscuri nella Milano del dopoguerra, erano in realtà due socialisti con idee poco ortodosse, ma una prassi limpida e concreta. Senza fronzoli. Quasi gramsciani, seppur in quota Pietro Nenni.

Portare la cultura al popolo: chimera, oggi che i due termini dell’enunciato – cultura e popolo – si stemperano in koinè cafonal e massa digital. Tentarono, come visione, di elevare il teatro colto italiano all’epica di Brecht, sdoganando nel 1963 con lui anche un proto brechtiano come Galileo Galilei, riabilitato dal Vaticano solo nel 1992. E il Piccolo quella volta rischiò di chiudere. Come prassi scelsero invece di fondare il primo teatro pubblico italiano, cioè di offrire cultura a un più vasto pubblico, e riuscendo così nel miracolo di assecondare il raffinato gusto scenico della borghesia progressista facendole digerire nella poltrona accanto l’operaio, la sartina, lo studente.

È vero, Milano era la piazza giusta, o la sola possibile. Fortissimi i nuclei di resistenza durante il fascismo, netta la lezione di Turati per un socialismo riformista che non vedeva nella cultura di governo alcun tradimento d’ideali già traditi altrove. Con felice intuizione di marketing, Grassi convinse la giunta comunale della ricostruzione post conflitto che il teatro aveva la stessa importanza dei tram e della centrale del latte. Persuase tutti Grassi, e ottenne la miniatura di palcoscenico di Via Rovello, che da quel momento, e per mezzo secolo, fu il laboratorio teatrale di Strehler e lo specchio – goldoniano, checoviano, genetiano – nel quale l’Italia si vide riflessa: ora amandosi, ora ripudiandosi, spesso commuovendosi.

Ha ben detto Stefano Rolando come, in quegli anni, l’altra grande eccellenza milanese, il nascente design, si basasse (forse per mimesi-osmosi ambientale?), sullo stesso principio estetico del Piccolo: utile e bello. Insieme. Senza compromessi. Ecco allora che dopo dieci anni di ricognizione (1947-56) Strehler, Grassi e Nina Vinchi lanciano la grande stagione brechtiana, con il pubblico chiamato a prendersi la sua parte di responsabilità. La platea diventa così parte attiva, non subisce una lezione ma scioglie gli interrogativi insieme a regia e compagnia.

Prendiamo ad esempio un passaggio de L’opera da tre soldi: “Ecco, io sono un delinquente perché sfondo le banche? Ah sì? Ma cos’è sfondare una banca rispetto al fondare una banca?”. Banchieri al timone, la domanda di Brecht nella rilettura di Strehler è preveggenza o storia ciclica che ripete se stessa nell’Europa odierna? Il rifugio è forse nella poesia. La capacità, davvero rivoluzionaria in Strehler, di portare lo scorbutico dialetto veneto di Goldoni a trionfare in tournée mondiali non tradotto. A Parigi come a New York. Senza mediazione era la lingua popolana (chissà perché Pasolini non riusciva ad amare Strehler) ma anche senza mediazione l’armonia caotica di Arlecchino, macchina perfetta perché imperfetta (come imperfetto è l’orto domestico di Montaigne) e spettacolo mai finito.

Torna allora in mente la suggestione di Massimo Gallerani, su un bel numero di “Paragone” (Anno LXVIII), di uno Strehler in costante regolamento di conti. Ma nei confronti di chi resta da capire, certo di alcune componenti del mondo culturale, non di rado dominanti a sinistra, per le quali l’avanguardia è stata lo schermo, l’alibi di un malcelato elitismo.

Certo in Strehler come in Grassi (figura giustamente mitica) c’è coerenza e prassi nell’interpretare, anche fuori dalle scene, il ruolo pubblico dell’intellettuale che si mette in discussione. Come il Piccolo Teatro andò in periferia a cercarsi un pubblico, così la tv pubblica di Grassi (fu incompreso Presidente Rai a fine carriera) nacque nel segno della prossimità. È l’epifania di Rai 3; un disegno complessivo che varca le porte del Piccolo, della Scala e di Viale Mazzini per farsi mentore di sapere. Una vocazione condivisa da Strehler, senza paura di sporcarsi le mani – accettando quindi incarichi e poltrone, secolarizzandosi se vogliamo e rischiando svarioni nel crepuscolo della Prima Repubblica – ma sempre vigile e mai blindata in consorterie di potere.

L’ultimo scontro, a metà anni Novanta, quello con il leghismo greve, lo lasciò più attonito che sconfitto. Prese casa a Lugano. In Svizzera, sorride amaro Maurizio Porro quando ricorda l’invito ad andare fare il “canto del cigno altrove” rivoltogli dall’allora sindaco Formentini (leghista di formazione ed esordio politico PSI), si era già autoesiliato causa fascismo nel 1943, vi ritornò dunque per morirci.

Tra le carte di Strehler che l’omonimo Fondo triestino conserva al Museo Teatrale Carl Schmidl, la lettera che egli scrisse l’11 maggio del 1978 nei giorni immediatamente successivi all’assassinio di Aldo Moro a Franco Di Bella, al tempo direttore del Corriere della Sera, è un documento filologicamente strepitoso, rivelatore di un sentire politico che ci giunge – ex post – al limitare dell’antropologia sociale.

Scriveva, tra le altre cose, Strehler: “Caro Direttore, l’altro ieri, in occasione dell’assassinio di Aldo Moro, mi è stato chiesto un commento da parte di un redattore del Suo giornale. Io l’ho pregato di non obbligarmi a inventare frasi di circostanza poiché troppi le avevano già espresse e io sentivo che solo il pudore poteva essere il modo più giusto di esprimersi. […] Quando i registi di questa repubblica “dura e inflessibile” e assente, hanno spinto la loro insensibilità morale al punto di allestire una rappresentazione teatrale con musiche e bandiere, […] una cerimonia solenne “finta”, più finta di quelle che si fanno a teatro, e ripugnante proprio perché si svolge nella vita reale e non nella luce trasfigurata di un palcoscenico […], allora proprio un “regista di teatro” non può fare altro che dire alto il suo fermo rifiuto a tutto “questo modo” di essere, e chiedere, anche con flebile voce, che tanta ingiustizia, tanta insensibilità, tanto vuoto e tanta vergogna, trovi nella coscienza pubblica, nella coscienza della gente che guarda e sente e non ha i mezzi per parlare, la sua condanna. La ringrazio. Suo Giorgio Strehler”.

Ma grazie a te Giorgio Strehler, primo e ultimo, Arlecchino repubblicano.

***

* Strehler, com’è la notte? è una prima visione assoluta di Rai 3, prevista il giorno di Capodanno 2022 (ore 15.05). Documentario scritto da Federica Miglio (che firma anche l’aiuto regia) con Antonia Ponti e Alessandro Turci, regista. Prodotto da Rai Documentari e da Dugong Films, ospita un ricco cast di protagonisti della scena culturale: Claudio Magris, Ornella Vanoni, Franca Tissi, Giulia Lazzarini, Ezio Frigerio, Franca Squarciapino, Giancarlo Dettori, Franca Cella, Vittoria Crespi Morbio, Rosanna Purchia, Maurizio Porro, Stefano Rolando e Pamela Villoresi.

Nella foto: 159. Giorgio Strehler nel recital di Io, Bertolt Brecht n.3- Essere amici al mondo © Ciminaghi Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa



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