Stupro, aborto e quell’intelligenza emotiva che manca alla destra

“L’aborto non è un diritto. Non è mai giusto, nemmeno in caso di stupro”. Parole pensatissime pronunciate durante un convegno su aborto ed eutanasia organizzato alla Camera da un centro studi nel quale sono coinvolti anche esponenti dell’attuale governo.

Monica Lanfranco

La notizia è ormai pubblica: un centro di studi intitolato a Machiavelli nel quale sono coinvolti anche esponenti dell’attuale governo, tra cui il ministro dell’Istruzione Valditara, organizza in una sala della Camera un convegno su aborto ed eutanasia (accostamento che rende di per sé chiaro l’intento) durante il quale si fanno affermazioni (registrate e rese pubbliche) di questo tenore sulla legge 194: “L’aborto non è un diritto. Non è mai giusto, nemmeno in caso di stupro. La legge 194 non è morale. Qualsiasi donna che ha un rapporto sessuale deve accettarne i possibili esiti”.
Al sito del centro studi Machiavelli sono disponibili diversi articoli sul fenomeno del femminicidio che ne minimizzano, o negano, l’entità e la pericolosità, in linea con quanto scritto in molti documenti dei movimenti Incel e Men’s Rights Activism: “Vista l’indignazione che sorge quando viene uccisa una donna e l’indifferenza, o quasi, che accompagna l’omicidio di un uomo, sorge immediata la domanda: ma un uomo ucciso vale forse meno di una donna uccisa? Attualmente il femminicidio viene strumentalizzato a scopo ideologico da progressisti più o meno sinceri che spingono per la creazione di un unico genere ibrido, dalle femministe e da una sinistra in cerca di voti che adula le minoranze tra cui la comunità Lgbtqia+. Oggi la donna ha tutti gli strumenti per difendersi dal compagno maltrattante e sa umiliare e maltrattare psicologicamente come e più dell’uomo. A proposito di maltrattamenti, va detto che la donna maltrattata fisicamente dal compagno ha oggi tutti dalla propria parte e può abbondantemente difendersi sia per vie legali che economiche essendo di solito lavorativamente autonoma. Sì, ci sono anche maltrattamenti psicologici, ma attenzione: la donna è brava quanto e più dell’uomo a maltrattare psicologicamente e con un’arma in più: un uomo separato, in Italia, resta di solito senza casa, senza soldi e senza figli e il tutto per decisione di un giudice; non è questa una forma estrema di maltrattamento legalizzato? I maltrattamenti maschili di oggi hanno poco a che vedere con il patriarcato; sono invece conseguenza di disperazione e segnale di una crisi nel rapporto uomo-donna. Per ogni donna maltrattata c’è un uomo infelice: l’uomo che maltratta non è oggi un autoritario patriarca che decide il destino e i compiti delle donne di casa ma un uomo disperato, solitamente di basso livello socio-culturale, che tenta di sistemare il rapporto con la donna alzando le mani”.
Tra i relatori al convegno, quasi tutti uomini, c’è la giovane ricercatrice di Filosofia dell’università Roma Tre Maria Alessandra Varone.
Ecco le parole di Varone su quello che lei ha definito “finto dilemma morale” riferendosi allo stupro: nemmeno in caso di stupro, per la ricercatrice, si dovrebbe ammettere l’interruzione di gravidanza. “La legge 194 concede più di quello che dichiara, è fatta male. Io credo che ci voglia rigore esistenziale e che la legge vada riscritta, però non in modo da estendere la possibilità di procedere con la pratica, ma di restringerla di molto. Di solito, in questi casi, viene utilizzata una violenza psicologica che è quella di rivolgersi a due casi eccezionali che sono il caso di rischio di vita per la madre e il caso di stupro. Il caso di stupro è un finto dilemma morale, ma è un caso delicato. Il feto perde e la madre guadagna. Nulla toglie che questo bambino venga dato in adozione e che la madre non porti avanti la sua vita con lui, ma non la autorizza a uccidere il bambino, perché di questo si tratta e bisogna avere il coraggio di usare le parole che sono quelle consone”. Fin qui Varone.
Nel mondo, per la cronaca, il divieto assoluto di interruzione di gravidanza è ancora in vigore in questi Paesi: Andora, Aruba, Congo (Brazzaville), Curaçao, Repubblica Domenicana, Egitto, Haiti, Honduras, Iraq, Jamaica, Laos, Madagascar, Malta, Mauritania, Nicaragua, Filippine, Palau, Senegal, Sierra Leone, Suriname, Tonga, Striscia di Gaza, El Salvador.
Le parole sono importanti, sono pietre, diceva Carlo Levi. Con le parole mettiamo al mondo il mondo, hanno scritto le filosofe femministe, aprendo la strada per l’adozione di un pensiero politico connesso con le emozioni dei corpi e la concretezza dell’esistenza, mai slegata dalla vita incarnata. Un pensiero empatico, dunque, che sappia mettere radici nella relazione, con sé e con gli altri esseri viventi.
Sappiamo cosa succede quando si mettono in atto azioni senza usare intelligenza emotiva: ogni totalitarismo, ogni regime reazionario, ogni forma di azione politica che si basa sull’esercizio del terrore e della sopraffazione, quindi ogni guerra e terrorismo non ha in sé traccia di empatia verso gli altri esseri.
Per stare alla cronaca e avere prove di questo non è necessario avventurarsi lontano nel tempo e nello spazio: è sufficiente andarsi a rileggere gli scambi dei sette giovanissimi che hanno stuprato una loro coetanea a Palermo nell’agosto dello scorso anno. Lo stupro, qui, non appare un “caso delicato” (posto che si possa definire così il gesto più efferato che un uomo compia, quale lo stupro è, prima del femminicidio, sul corpo di una donna): i crudi testi dei messaggi ci consegnano la concreta, agghiacciante ferinità di giovani uomini che non riescono nemmeno a riferirsi a sé stessi come umani. “Eravamo cento cani sopra a una gatta”, scrissero. Una semplice occhiata on line avrebbe forse aiutato Varone a usare una qualche cautela prima di esprimersi pubblicamente in una sede istituzionale su un argomento che ci riguarda tutte, da vicino, come donne, quindi riguarda anche lei. Nella carne, non in via teorica. Insisto su un dettaglio non secondario rispetto alla legge 194, che per fortuna la ministra Roccella ha più volte dichiarato non essere in discussione.
Frutto della mediazione al più alto livello del lungo confronto tra donne di tre culture molto diverse tra loro, come quella cattolica, quella comunista e quella socialista, la legge 194 non a caso ha per titolo esteso: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Sono state proprio le donne dell’epoca a voler sottolineare i tre aspetti della legge che, occorre ricordarlo, è una delle migliori in Europa, allo stato attuale. Il primo aspetto è l’associare la maternità con la sua presa in carico da parte della società. La società, quindi la politica, la polis, annette la scelta della maternità ai valori collettivi: la tutela, la aiuta, ne riconosce il valore. Per questo, siamo al secondo punto che si collega al terzo, l’interruzione della gravidanza è legiferata nel suo aspetto di volontarietà. Si può fare se si vuole, se ce n’è necessità: è, come tutte le leggi pensate, elaborate e sostenute anche e soprattutto dal movimento delle donne, una legge facoltativa. Che permette, che non obbliga, che non punisce. Che nasce, dunque, dalla mediazione tra etica, morale, bisogno e libertà: aspetti, tutti, concretamente incarnati nell’esperienza del desiderio (o del non desiderio e dell’impossibilità di portarla avanti) della maternità.


Credit foto: manifestazione organizzata da Non una di meno, 27 novembre 2021, Roma. ANSA © Matteo Nardone/Pacific Press via ZUMA Press Wire



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