Dentro l’orrore bellico: lo stupro è la guerra patriarcale contro le donne

La violenza sessuale in guerra è un crimine contro l’umanità e al tempo stesso uno strumento di offesa e umiliazione specifica del sesso maschile contro quello femminile.

Monica Lanfranco

“Vai e violenta le donne ucraine. Ma dopo non raccontarmi nulla, non voglio sapere niente, capito?”.
È una parte dell’agghiacciante scambio telefonico intercorso nell’aprile 2022, a due mesi dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, tra un giovane soldato russo di stanza in Ucraina e la moglie, colloquio pubblicato dai canali del Sbu, il servizio di sicurezza ucraino e rimbalzato nei media di tutto il mondo.

Nell’audio il soldato chiede alla giovane moglie: “Quindi mi dai il tuo permesso? Sì – risponde lei – ma ricordati di usare il preservativo”.

Si è molto discusso sull’attendibilità di questo audio, all’inizio sospettato di avere fini propagandistici: ma Mark Krutov, giornalista di Radio Free Europe, è riuscito a contattare la coppia, che ha confermato il dialogo. I loro nomi sono Roman Bykovsky, in guerra con il 108° reggimento d’assalto aereo; la donna è Olga Bykovskaia. I due hanno 28 e 25 anni e un figlio di 4, purtroppo.

Impossibile non provare orrore di fronte alla normalizzazione della violenza sessuale, anche e soprattutto perché la conversazione restituisce lo scenario dello stupro alla stregua di un banale dettaglio dentro a una relazione di coppia. Che poi sia una donna a trovare possibile che il compagno ne stupri un’altra aggiunge orrore all’orrore.

La mente corre a Stupri di guerra, potente e importante libro scritto nel 2002 dall’allora trentunenne Karima Guenivet, studiosa franco algerina.

Come lei stessa racconta nel testo l’intento del libro è quello di dimostrare, attraverso casi storici recenti (Bosnia, Ruanda, Algeria: questi gli scenari nei quali si addentra la documentata esegesi) come la violenza sessuale in guerra sia un’arma che costituisce un crimine contro l’umanità, ma al tempo stesso sia uno strumento di offesa e umiliazione specifica del sesso maschile contro quello femminile. Sei anni dopo l’uscita del libro l’Onu dichiarerà ufficialmente lo stupro perpetrato in guerra come un reato bellico specifico, una violazione dei diritti umani universali riconosciuta e sanzionata a livello globale.

“Per molto tempo, troppo tempo, le violenze sessuali sono state oggetto di quella tolleranza riservata alle fatalità – scrive Guenivet –. All’uscita del libro alcuni giornalisti mi hanno ripetuto lo stesso discorso. Un discorso che ignora i fatti e considera tale crimine una banalità accessoria nella guerra, un non evento”.

Qualche dato: tra le 20 e le 30 mila violenze sessuali in Bosnia, dal 1991 al 1992, stupri che l’autrice definì al servizio dell’epurazione etnica. Poi in Ruanda, dove la violenza è stata collaudata al servizio del genocidio, in tre mesi, da aprile a giugno del 1994, quando furono massacrati dopo la violenza sessuale circa un milione di donne e bambini prevalentemente di etnia Tutsi. Per finire l’Algeria, dove lo stupro è stato messo al servizio della jiad: stime per difetto effettuate dal Ministero della Sanità del paese parlano di oltre 2000 donne violentate dai terroristi miliziani, che hanno scelto le loro vittime spesso tra donne che rifiutavano il velo o che erano parenti di uomini non islamisti. Dei tre paesi l’Algeria è l’unico nel quale il governo prese in considerazione la possibilità di indennizzo delle vittime, o delle famiglie, nel caso di morte delle donne violentate.

“In quanto ‘ospite’ della discendenza del soldato nemico – spiega l’autrice – la donna diviene l’oggetto di stupro prima, e di femminicidio poi, confermando la regola che il modo migliore per risparmiare energie, in tempo di guerra, è garantire che non rimarrà più alcun nemico da fronteggiare”. La sconvolgente contabilità della guerra.

C’è bisogno di capire in che contesto nascono il consenso, silenzioso o palese, e la sottovalutazione della violenza maschile sulle donne come pratica costante, in tempi di pace così come in quelli di guerra.

Non c’è dubbio che la crescente militarizzazione delle società e delle comunità, l’affermarsi o il riaffermarsi del potere patriarcale, in maniera diretta con la guerra o indiretta, con la crescita di culture suprematiste e fondamentaliste siano responsabili dello stupro come arma bellica. Ma c’è anche la narrazione tossica della storia tramandata di generazione in generazione, perché omertosa della verità.

La vicenda umana, a ogni latitudine ed epoca, ci racconta di come la violenza maschile sulle donne sia costitutiva e strutturale, a partire dai miti fondativi: in Italia, a scuola, studiamo la gloriosa storia della nascita di Roma, e sin dalle elementari apprendiamo del ratto delle Sabine. Di cosa si tratta? Semplice: i Romani, per conquistare la vicina Sabina organizzarono una razzia e deportarono le donne in età fertile. Noi lo impariamo come ‘ratto’ (ovvero rapimento) ma fu stupro di massa, dal momento che nessuno chiese alle Sabine se fossero d’accordo. Pensate che nei libri di scuola sia nominata la parola ‘stupro’? E che dire della raffinata cultura greca che si studia nei prestigiosi licei classici alle superiori, dove si perde il conto delle scorribande sessuali dei vari dei e semidei? Quando, dall’Iliade all’Odissea solo per citare i testi più famosi, i capricciosi e potentissimi abitanti dell’Olimpo si fissavano su questa o quella giovane donna non si preoccupavano mai di sapere se queste concordassero con il loro desiderio: con o senza strattagemmi le violavano. Europa fu ingannata da Giove che si travestì da toro per sottometterla, mentre la ninfa Dafne, piuttosto che farsi stuprare da Apollo, preferì rinunciare alla vita e trasformarsi nell’albero dell’alloro. La buona notizia è che nella realtà in tante le donne sono riuscite a non farsi risucchiare nella logica bellica patriarcale: le Donne in nero, movimento nato alla fine degli anni ‘80 in Medio Oriente, hanno fatto del rifiuto della guerra e della violenza una scelta politica diventata un case studies a livello internazionale. Dopo l’orrore degli stupri durante la guerra nella ex Yugoslavia le Donne in nero sono state le grandi protagoniste del processo di riparazione e guarigione tra i gruppi etnici. Nel 2015 centinaia di slovene, serbe, montenegrine, bosniache, macedoni, kossovare si ritrovarono dal 7 al 10 maggio a Sarajevo, dando vita al Tribunale delle Donne sui crimini di guerra perpetrati negli anni ‘90 nei paesi dell’area balcanica, dove scontri etnici e a sfondo religioso provocarono massacri e crimini efferati, tra cui la declinazione della ‘pulizia etnica’ attraverso gli stupri di massa perpetrati dai vincitori sulle donne della parte perdente.

La scommessa del Tribunale delle Donne fu prima di tutto questa: dimostrare che esistono soggetti capaci di resistere e di opporsi alla piaga della rinascita dei nazionalismi che vogliono dividere la popolazione secondo criteri etnici e religiosi, che lavorano per rendere le nazioni omogenee escludendo minoranze e diversità, separando e mortificando la cittadinanza universale con la costruzione di ‘comunità’ tra loro antagoniste. Il lavoro prezioso di questo esempio di giustizia femminista va avanti, ed è una buona notizia.

Ma, come racconta Taina Bien-Aimè nel documentatissimo articolo pubblicato da Women’s Enews “nel suo recente discorso davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la rappresentante speciale sulla violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, ha fornito un resoconto sconvolgente dell’uso devastante e scioccante dello stupro come arma di guerra. La violenza sessuale e lo sfruttamento, ha avvertito, continuano a essere usati come tattica di terrore, infliggendo sofferenze a lungo termine alle sopravvissute e alle loro famiglie. Da quando l’invasione russa è iniziata a febbraio, oltre cinque milioni di ucraini, per lo più donne e bambini, sono fuggiti dal paese, cercando rifugio in Europa e oltre. Mentre molti paesi stanno accogliendo i rifugiati con gli aiuti necessari, altri pericoli li attendono. A metà marzo, dalla Polonia sono emerse notizie di protettori alle frontiere che aspettavano le donne ucraine disperate e disorientate, offrendo loro trasporto, lavoro o alloggio. Nel caos e nella confusione delle stazioni ferroviarie e di altri snodi, è fin troppo facile per gli sfruttatori mescolarsi senza soluzione di continuità nella folla di persone ben intenzionate che offrono aiuto legittimo”.

Resta, sullo sfondo, in questi tremendi mesi di guerra nel cuore dell’Europa, il risuonare delle parole di Simone de Beauvoir, che scrisse nel Secondo sesso: “La superiorità è stata concessa al popolo che uccide, e non a quello che procrea”.

(credit foto Carsten Koall/dpa)



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