Suicidio assistito: la battaglia avanza nelle Regioni

Mentre il parlamento rimane inerte, il dibattito sul fine vita si sposta nelle Regioni. Dopo la bocciatura di una norma in materia in Veneto e i passi avanti in Emilia-Romagna, anche nel Lazio si spinge per calendarizzare il voto in Consiglio sul suicidio assistito.

Pietro Forti

A settembre la sentenza che doveva rivoluzionare il fine vita compirà cinque anni. In realtà sarebbero di più: la decisione di rendere legale l’eutanasia era già stata di fatto presa nel 2018, ma la Corte costituzionale aveva deciso di sospendere la sentenza per un anno, dando modo al Parlamento di legiferare. Come sempre, le Camere non si erano comportate di conseguenza. E così la Consulta, allora presieduta da Giorgio Lattanzi, sciolse le riserve su una sentenza storica (la 242 del 2019) che, di fatto, depenalizza il suicidio assistito. Il caso preso in esame era quello di Fabiano Antonioni, meglio noto come Dj Fabo, aiutato da Marco Cappato a porre fine alla sua vita. Cappato era al fianco dei consiglieri che mercoledì 21 febbraio sono tornati a chiedere di discutere una legge regionale sul sucidio assistito nel Lazio. Perché, a cinque anni dalla sentenza Cappato-Dj Fabo, l’eutanasia è teoricamente legale ma ancora non è possibile decidere con certezza come e quando porre fine alle proprie sofferenze. E alcuni casi, come quello del Veneto, dimostrano che è un grosso problema politico.
Liberi subito – La legge nazionale ancora non c’è e la burocrazia non aiuta. Il referendum sull’eutanasia legale non era stato ritenuto ammissibile dalla Consulta nel 2021. Soprattutto, la raccolta firme su scala nazionale è un calvario e, quindi, è più facile partire dalle singole regioni. In quattordici regioni infatti l’associazione Luca Coscioni ha presentato la propria legge. Già in sette è stata giudicata ammissibile. Nel Lazio sono passati già 90 giorni dalla presentazione del testo e alcuni consiglieri regionali, con in testa Claudio Marotta (Alleanza Verdi-Sinistra) e Marietta Tidei (Italia Viva) stanno spingendo per calendarizzare una discussione. Attualmente, le persone che rientrano nei requisiti stabiliti dalla sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale possono già accedere alla morte volontaria assistita, ma non hanno tempi certi e non c’è una procedura unica da seguire. Ogni caso richiede un percorso a parte, spesso lunghissimo. Come quello affrontato da Federico Carboni, noto con il nome fittizio di “Mario” fino al giorno della sua morte, la prima persona a ricorrere legalmente al suicidio assistito in Italia. E ogni giorno sprecato in lungaggini è un giorno di sofferenza in più. Per Carboni, dalla richiesta all’effettivo suicidio medicalmente assistito passarono quasi due anni. Ora l’obiettivo è rendere questo percorso lungo non più di venti giorni. Anche per evitare casi come quello dell’attrice e regista romana Sibilla Barbieri, malata oncologica terminale, che non seppe fino alla fine se rientrasse o meno nei criteri necessari stabiliti dalla Corte costituzionale per potere ricorrere al suicidio assistito. E casi come quello di Barbieri, morta in Svizzera, secondo il consigliere Marotta dimostrano che “la dilatazione dei tempi, l’indecisione e i possibili dinieghi rendono esclusivo il diritto all’autodeterminazione. C’è un principio di equità sociale che vogliamo affermare con questa legge: il costo di un viaggio oltre il confine italiano per il fine vita non è sempre disponibile per tutti i cittadini allo stesso modo”. Nel Lazio sono 625 le richieste registrate dall’Associazione Luca Coscioni dalla sentenza a oggi. 625 persone costrette a soffrire molto più del dovuto perché manca una legge.
Politica – La partecipata conferenza del 21 febbraio ha messo in evidenza un aspetto chiave della discussione sul fine vita, emerso già con i diversi approcci registrati in Veneto e in Emilia-Romagna nei primi mesi del 2024: esiste un grosso problema politico che riguarda il suicidio assistito. Non perché sia polarizzante. Anzi, quella sul fine vita è una discussione che fa breccia in maniera trasversale in diversi partiti. “Questo è un momento di civiltà che chiediamo a tutte le istituzioni perché veramente non è possibile arrivare a vedere persone soffrire tanto”. A parlare non è un membro dell’Associazione Coscioni, ma Nazzareno Neri, capogruppo al Consiglio regionale del Lazio di Noi Moderati. Uno della maggioranza. “È inutile che ci sia accanimento verso queste persone e portarsi dietro questo dolore. Questo momento di civiltà e di crescita sociale. Vi ringrazio e non vi preoccupate, sono con voi. Anzi, sono con noi”. Non stupisce neanche più, d’altronde, dopo che persino la superstar leghista del Veneto, il presidente Luca Zaia, ha appoggiato la legge. Nel consiglio della sua Regione, però, i voti per procedere sono mancati. Non tanto quelli della destra, la cui posizione è teoricamente nota e contraria, fatta eccezione per i moderati o per personaggi come Zaia. In Consiglio servivano 26 voti favorevoli per iniziare ad approvare la legge. A bloccare tutto c’è stata l’astensione di tre eletti. Due erano della Lega, poco stupore. Una era la vicepresidente della Commissione sanità, ovvero quella competente in materia di suicidio assistito, Anna Maria Bigon. Gruppo consiliare di riferimento: Partito Democratico. La componente cattolica e inflessibile di fronte al passare del tempo e al cambiare delle coscienze, nei dem, è un problema. Ed è probabilmente ciò che ha portato il PD dell’Emilia-Romagna a ricorrere a una delibera e non a una legge per regolamentare l’accesso al suicidio assistito. Così facendo, la Regione guidata dal presidente Stefano Bonaccini non ha dovuto sottoporre il testo al voto del Consiglio. Ma è pur sempre una delibera e non ha la forza della legge.
Avanti – I progressi fatti sul tema sono evidenti a tutti. Ad esempio, “il fatto che si abbia il diritto a interrompere un trattamento sanitario sotto sedazione, oggi, non lo contesta nessun partito, non lo contesta neanche il Vaticano”. Marco Cappato dà segni di ottimismo e spinge sul buonsenso. Iniziare con l’adottare leggi regionali sarebbe un inizio, ma bisogna avviare la procedura. “La proposta in esame toglie arbitrarietà ai percorsi attualmente percorribili, perché questi creano un danno ai malati”, continua il tesoriere dell’Associazione Coscioni. “Ma questa proposta serve anche a tutelare gli operatori dei servizi sanitari regionali con procedure che li garantiranno anche sul piano della responsabilità individuale. Questo testo è un’occasione che si offre al Consiglio regionale del Lazio. La speranza è di avere un dibattito al riparo da ordini di scuderia da parte dei partiti e che si sviluppi ascoltando le esigenze delle persone che soffrono”. Ancora più diretti sono i due consiglieri capofila della mozione. “Il nostro è un appello al presidente del Consiglio regionale”, incalza Marotta, “per calendarizzare il testo in aula e uno a tutte le forze politiche per un dibattito trasversale e nel merito”. La legge regionale è lì, può essere approvata. Nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, nelle Camere non c’è neanche un testo da discutere.<
CREDITI FOTO: ANSA / MATTEO BAZZI



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