Sulla miseria morale del Dio biblico

“Dio è falso. Una breve introduzione all’ateismo”, brillante pamphlet di Antonio Vigilante, decostruisce il discorso neotestamentario, rivelandone la natura intimamente violenta.

Marco Trainito

È uscito da qualche settimana questo brillante pamphlet di Antonio Vigilante, Dio è falso. Una breve introduzione all’ateismo, edito da endehors. Non si tratta solo di una rapida sintesi dei più noti argomenti razionalistici contro i testi sacri dei tre principali monoteismi che l’Occidente ha elaborato – diciamo – da Vanini a Dawkins (entrambi citati nella “bibliografia minima” posta in chiusura, insieme a Spinoza, Meslier, Hume, Holbach, Feuerbach, Nietzsche, Rensi, Onfray e Odifreddi). Vigilante è filosofo e pedagogista, conosce l’ebraico ed è soprattutto un cultore della spiritualità orientale, e questo lo spinge a focalizzare l’attenzione soprattutto sugli aspetti etici delle dottrine religiose esaminate. Dopo una carrellata sulle classiche argomentazioni filosofiche contro l’idea stessa di un qualsiasi dio, il lettore è guidato nel luna park dell’orrore dell’Antico Testamento, in cui il dio ebraico appare in tutta la sua ferocia, a tratti persino grottesca: un creatore che ordina e compie in prima persona stragi pantagrueliche, tradisce il suo stesso popolo eletto, si contraddice platealmente e rivela tratti comportamentali di un infantilismo molesto e profondamente immorale.

Ma non è qui che Vigilante offre i suoi contributi più originali. La sua analisi diventa di notevole interesse filosofico-morale laddove decostruisce il dispositivo di discorso neotestamentario, rivelandone la natura intimamente violenta. Contro la vulgata che vede nel messaggio di Gesù una rivoluzione etica all’insegna dell’amore universale e di una nuova immagine di Dio, più conciliante e “umana”, Vigilante mette in luce il meccanismo della demonizzazione e della conseguente disumanizzazione del diverso che sta alla base del messaggio cristiano e che sfocia in una vera e propria metafisica del Nemico, in nome della quale chi non è già da sempre  “con” Gesù è ipso facto esposto all’odio e alla cancellazione in questa vita e alla dannazione eterna nell’altra.

Per fare un esempio di come persino le prime comunità cristiane praticassero un’etica che oggi non può non farci inorridire, vale la pena leggere per intero la storia poco nota di Anania e Saffira, sulla quale giustamente Vigilante richiama l’attenzione. È narrata in Atti 5: 1-11 e questa è la versione della Bibbia CEI:

«1 Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffìra, vendette un terreno 2e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. 3Ma Pietro disse: “Anania, perché Satana ti ha riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? 4Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. 5All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. Un grande timore si diffuse in tutti quelli che ascoltavano. 6Si alzarono allora i giovani, lo avvolsero, lo portarono fuori e lo seppellirono.

7Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dell’accaduto. 8Pietro le chiese: “Dimmi: è a questo prezzo che avete venduto il campo?”. Ed ella rispose: “Sì, a questo prezzo”. 9Allora Pietro le disse: “Perché vi siete accordati per mettere alla prova lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta quelli che hanno seppellito tuo marito: porteranno via anche te”. 10Ella all’istante cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta, la portarono fuori e la seppellirono accanto a suo marito. 11Un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in tutti quelli che venivano a sapere queste cose».

Già Voltaire aveva fatto riferimento a questo episodio nella voce “Pietro” del suo Dizionario filosofico (1764), scrivendo:

«Casaubon non poteva approvare il modo in cui Pietro trattò il buon Anania e sua moglie Safira. Con che diritto, dice Casaubon, un giudeo schiavo dei Romani ordinava o tollerava che tutti coloro che credevano in Gesù vendessero le loro fortune e mettessero ai suoi piedi il loro ricavato? Se qualche anabattista a Londra si facesse portare ai suoi piedi tutto il denaro dei suoi confratelli, non sarebbe arrestato come seduttore sedizioso, come ladrone che non si mancherebbe di mandare a Tyburn? Non è orribile far morire Anania perché avendo venduto i suoi beni e avendone consegnato il denaro a Pietro, aveva trattenuto per sé e sua moglie, senza dirlo, qualche scudo per sovvenire alle loro necessità? Subito dopo che Anania è morto, arriva sua moglie. Pietro, invece di avvertirla caritatevolmente che ha appena fatto morire suo marito di apoplessia per aver tenuto per sé qualche obolo, e di dirle di badare bene a se stessa, la fa cadere in trappola. Le chiede se suo marito ha dato tutto il suo denaro ai santi. La brava donna risponde di sì, e muore sul colpo!» (ebook Newton Compton 2012).

Aggiunge Vigilante, dopo aver richiamato il commento di Voltaire:

«Che i due poveri coniugi siano stati uccisi realmente da Dio è, diciamo così, assai improbabile; non sarebbe certo una tesi, ripeto, valida in un processo. Ma se anche così fosse, le conclusioni sarebbero di non poco conto. Significherebbe che Dio è un essere terribilmente malvagio, che punisce con la morte una colpa risibile e comprensibile, come è con ogni evidenza questa. Di più: Dio guarda più al male che al bene. Perché Anania e Saffira hanno mentito, ma hanno anche dato i loro beni alla Chiesa. Perché Dio guarda il male, ingigantendolo, e non il bene fatto?

Lo scenario realistico è un altro. I due coniugi sono stati uccisi perché, con il loro comportamento, avevano disobbedito all’imperativo della setta di consegnare loro tutti gli averi. Ed è un episodio che illumina con una luce inquietante anche il cosiddetto comunismo primitivo dei cristiani. Per secoli i cristiani hanno ritenuto che la Chiesa delle origini fosse assolutamente pura, corrompendosi poi con il passare del tempo; e quale segno di questa purezza è sempre stata considerata la comunione dei beni. Molto più probabilmente questa comunione dei beni non era diversa dalla voracità che sempre caratterizza le sette religiose, che dopo essersi accaparrate le anime allungano le mani sui beni degli adepti, fino a spogliarli sia delle prime che dei secondi».

A tutto ciò Vigilante, consapevole che solo un dio clamorosamente inesistente può pretendere che si abbia fede in lui, oppone un’apologia dell’ateismo critico e ragionevole, e, da grande frequentatore del buddismo e del peculiare cristianesimo di Tolstoj, ovvero delle filosofie pratiche più autenticamente etiche, anche se legate a un qualche sistema di credenze religiose, raccomanda di non cedere mai alla tentazione di cadere nel fanatismo opposto.



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