Suonerie/15: Colossi (forse) sax, Beatles-Mehldau e il “minore” Colista

Oggi parliamo di: "Sax tenore e creatore: il multiforme James Brandon Lewis", "Una citazione perfetta: piano solo per i Fab Four" e "Le riscoperte nel “Giardino delle delizie”.

Daniele Barbieri I Giovanni Carbone I Mauro Antonio Miglieruolo

Sax tenore e creatore: il multiforme James Brandon Lewis di Daniele Barbieri

Diffidare delle iperboli. Ma ci sono eccezioni. A esempio quando nel 1956 uscì l’album con quel titolo esagerato, «Saxophone Colossus», forse si poteva scuotere la testa. Anche perché subito prima di Sonny Rollins nel così giovane jazz si ascoltavano le dolcezze e i graffi di Coleman Hawkins e Lester Young, contemporaneamente si stava alzando l’onda di John Coltrane ma in scena entravano pure Archie Shepp e Charles Lloyd, oggi vecchietti ma ancora vivacissimi. Tutti al sax tenore (perlopiù) ma ognuno riconoscibile per stile e scelte. Però la fresca biografia di Aidan Levy non poteva che titolarsi «Saxophone Colossus: The Life and Music of Sonny Rollins» perché adesso è ormai innegabile che come strumentista sia stato un colosso; e non è stato facile farlo ammettere dai suoi epigoni e successori nel tempo del jazz trionfante.

Colossi in arrivo, quasi 70 anni dopo? La critica musicale non è concorde ma se oggi qualcuno mi chiedesse chi è l’erede di Rollins, per prolificità e creatività, io non avrei dubbi. Per gli album che ho ascoltato (ne sono usciti una quindicina in 9 anni e ne conosco gran parte) direi – con un grintoso sussurrio – che il miglior tenorsassofonista in giro è il 50enne James Brandon Lewis: che si muova nell’evoluzione più jazzistica o in alcune delle sue deviazioni-contaminazioni (hip hop e non solo) JBL quasi sempre mi stupisce prima e mi cattura poi.

Se voleste verificare vi suggerisco 6 album o meglio 7 perché il primo dei citati è doppio: «Molecular Systematic Music – MSM Live» con Aruan Ortiz, Brad Jones e Chad Taylor (stessa formazione nel quasi omonimo «Molecular» e in «Code of Being» tutti del 2021); sempre due anni fa esce «Jesup Wagon» firmato come Red Lily Quintet dove resta Taylor ma con Kirk Knuffke, il violoncello di Christopher Hoffman e il quasi leggendario bassista William Parker; poco prima, nel 2019, un quintetto completamente diverso per «An UnRuly Manifesto» con tripla dedica «al surrealismo, a Ornette Coleman e Charlie Haden»; infine il mese scorso è uscito «Eye Of I» in trio: resta il cello di Chris Hoffman ma alla batteria c’è Max Jaffe. Tutte le composizioni sono di JBL che non si ripete mai e tira fuori il meglio da ogni partner: se dire colosso è presto… comunque è sempre un bel sentire.

Una citazione perfetta: piano solo per i Fab Four di Giovanni Carbone

A 60 anni circa dal loro esordio in «Please, Please me», Brad Mehldau rende omaggio alla band più famosa di tutti i tempi con il delizioso «Your Mother Should Know: Brad Mehldau Plays The Beatles» per pianoforte solo pubblicato, il 10 febbraio, dalla Nonesuch Records: brani registrati alla Philharmonie de Paris nel settembre 2020 e mai eseguiti prima. Mehldau si era già cimentato con il repertorio dei Beatles in una indimenticabile versione di «Dear Prudence». Qui ha voluto concedersi anche una sua personalissima reinterpretazione di «Life on Mars» di David Bowie, quasi a sancire una continuità fra l’esperienza dei Fab Four e tutto il pop a seguire, anche nelle sue esperienze più fortunate.

Per molti aspetti il disco non rischia – e per fortuna – di stupire i fan di Mehldau. Vi ritroviamo infatti le vertiginose improvvisazioni del pianista americano, insieme a quell’approccio lirico che ha sempre reso estremamente distinguibile il suo sound. Il riarrangiamento restituisce le composizioni del duo Lennon-McCartney nella veste di veri e propri standard jazz, pur mantenendone inalterata la riconoscibilità. Anche in questo suo ultimo lavoro, Mehldau ha seguito la solita strada, riducendo il suono all’essenziale, ravvivando brani noti e creando una cornice esecutiva nuova e sorprendente. Non appare mai come la semplice rivisitazione del repertorio dei quattro di Liverpool; è piuttosto un’operazione di sintesi estrema fra storie differenti, la ricerca – perfettamente riuscita – d’una convergenza tra sonorità solo in apparenza lontane.

«I Am the Walrus» è del 1967, lato B della ben più nota «Hello Goodbye» e come «Your Mother Should Know», è tratto da «Magical Mistery Tour»; «I Saw Her Standing There» è nell’album «Please, Please me»; «For No One», «Here», «There and Everywhere» e «She Said She Said» vengono da «Revolver» del 1966; «Baby’s in Black» è apparso in «Beatles for Sale»; «If I Needed Someone», l’unico qui composto da George Harrison, era in «Rubber Soul» mentre «Maxwell’s Silver Hammer» e «Golden Slumbers» vengono dall’album «Abbey Road»; infine l’intruso “marziano” di David Bowie, del 1971, è quasi una parodia delle canzoni di Sinatra, che la pop star inglese aveva inserito in «Hunky Dory».
Com’è chiaro neanche la scelta del repertorio appare scontata: il pianista non cede alle lusinghe dell’anniversario per celebrare le cose più note della band inglese, pescando fra i brani meno noti e spumeggianti. Dunque, non fa un semplice restyling delle musiche dei Beatles: dimostra invece che quelle melodie si prestano a essere sempre qualcosa d’altro, oltre il tempo e le categorizzazioni di genere, o, come lui stesso scrive nelle note di copertina, oscillano.

Le riscoperte nel “Giardino delle delizie” di Mauro Antonio Miglieruolo

Breve la vita di Lelio Colista (dal 3 gennaio 1629 al 13 ottobre 1680) che per la scarsissima produzione musicale arrivata a noi viene classificato un “minore”. Fra le sue creazioni perdute anche due oratori che scrisse nel 1661 e nel 1667. Ma quel poco che ci resta a me sembra notevole: alcune deliziose sinfonie a 3; un ballo in sol minore, gradevolissimo; e una Passacaglia detta Mariona. Le esecuzioni sono su YouTube – con l’aggiunta di alcuni brani per chitarra (Sarabande, Mariona e Allemanda) dovuti a Gianluigi Bocelli – per il virtuosismo dell’Ensemble Giardino di Delizie, composto da alcune musiciste che si stanno facendo strada nel panorama culturale italiano.
Il cd delle sinfonie risale a maggio 2021, in piena crisi covid. Pubblicato per merito dell’etichetta Brilliant Classic, che ne ha curato l’edizione in 3 album. Colgo l’occasione di segnalare che il 9 aprile è prevista l’esecuzione online della «Sinfonia in La Maggiore W-K22» insieme a musiche di Stradella, Mannelli, Corelli, Lonati e altri.

Il poco che sappiamo di Colista è ben riassunto su Wikipedia. Riceve un’eccellente educazione musicale grazie al padre, che ricopriva un’importante posizione nella Biblioteca Vaticana. Suona diversi strumenti, in particolare il liuto, la chitarra e la tiorba. Verso i 30 anni trova un redditizio posto di custode delle pitture nella cappella papale. Poi fu maestro di cappella nella chiesa di San Marcello al Corso. Negli ultimi anni della sua vita fu compositore e insegnante a Roma.
Su questo minore (per dire) esiste un bel testo di Helene Wessely-Kropik: «Lelio Colista – Un maestro romano prima di Corelli» (con il catalogo tematico delle Sonate a 3, curato da Antonella D’Ovidio).
Colista influenzò la musica di Arcangelo Corelli (e di Henry Purcell) con le sue sonate da chiesa per due violini e basso continuo, che il compositore denominò sinfonie. Nel 1650 lo studioso gesuita Athanasius Kircher lo definì nientemeno che «romanae urbis Orpheus», l’Orfeo della città di Roma.

(*) Una imprescindibile quanto impossibile occasione per far risuonare le note attraverso le parole. Sognando e tentando di attraversare la musica in tutte le sue variegate manifestazioni. Daniele Barbieri, Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo nel gran mare delle proposte sonore pescheranno spigole (cioè spigolature) mensili adatte a fornire un’idea di quel che si muove ed è subito fruibile da coloro che alle musiche si volgono per migliorare la qualità della vita. Il trio suggerisce solo dopo che quei suoni hanno acceso una qualche luce fra orecchie, cuore e mente.
A RISENTIRSI FRA UN MESE… CIRCA

Rubrica “Suonerie”: una imprescindibile quanto impossibile occasione per far risuonare le note attraverso le parole. Sognando e tentando di attraversare la musica in tutte le sue variegate manifestazioni. Daniele Barbieri, Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo nel gran mare delle proposte sonore pescheranno spigole (cioè spigolature) mensili adatte a fornire un’idea di quel che si muove ed è subito fruibile da coloro che alle musiche si volgono per migliorare la qualità della vita. Il trio suggerisce solo dopo che quei suoni hanno acceso una qualche luce fra orecchie, cuore e mente.

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