Suonerie / 17: Arturo O’Farrill, Stefano Meli, Fryderyk Chopin

Arturo O’Farrill con il suo "Legacies", "Una eccellente sintesi per un ritorno alle origini"; Stefano Meli è "Live at the Globe", "Le vibrazioni d’un viaggio dal vivo"; dalla Deutsche Grammophon "Un ricordo necessario per Fryderyk Franciszek Chopin".

Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo

Una eccellente sintesi per un ritorno alle origini

di Giovanni Carbone

Arturo O’Farrill (Città del Messico, 22 giugno 1960) è figlio d’arte: ha assorbito l’essenza della musica latina dalla madre Lupe Valero, cantante messicana, e il jazz dal padre Chico, trombettista, originario dell’Avana. La famiglia si trasferisce a New York nel 1965 e il padre ha rapporti con gente come Count Basie, Dizzy Gillespie, Gerry Mulligan e Stan Getz, oltre che con artisti di musica latina quali Tito Puente, Machito, Celia Cruz. A questa dicotomia Arturo non si sottrae: è innanzitutto pianista jazz, ma si fa compositore di successo di musiche nella cui anima scorrono sonorità latine. Durante la sua lunga carriera fa incetta di Grammy, vincendone ben otto.
Torna adesso al suo primo amore, il pianoforte jazz, con Legacies, un disco Blue Note contenente nove brani e che ha visto la luce alla fine dell’aprile scorso. “In che modo un musicista di formazione classica con un’eredità irlandese/messicana/cubana/tedesca e una propensione verso l’avanguardia è diventato il ragazzo simbolo dell’Afro Latin Jazz? Ovviamente, innamorandosi del pianoforte Jazz – dice O’Farrill. Prima sono sempre stato un pianista jazz, e poi tutto il resto. Quando Don Was mi ha chiesto di registrare questo lato di me, sono stato molto grato per la possibilità di tornare alle mie radici di musicista”.
Il suo pianismo e il suo modo di pestare sui tasti se da un lato ribadiscono il legame antico con quel suo primo vecchio amore, dall’altro creano sonorità traslucide da cui traspaiono tutte le contaminazioni di un genio poliedrico come Arturo O’Farrill. Tra i pezzi una stupenda rilettura di Dolphin Dance di Herbie Hancock, altri classici del jazz al piano come Well, You Needn’t di Thelonious Monk, Utviklingssang di Carla Bley, Doxy di Sonny Rollins, Un Poco Loco scritta da Bud Powell. Poi omaggi diretti alla sua anima latina con Pure Emotion, composta dal padre Chico, e Obsession, del compositore portoricano Pedro Flores. Darn That Dream di Jimmy Van Heusen e Edgar DeLange è pezzo che fa parte della storia di Broadway, portato lì da Benny Goodman e la sua orchestra nel musical Swingin’ the Dream, adattamento della commedia di William Shakespeare Sogno di una notte di mezza estate. Quindi una sua composizione, Blue State Blues.
O’Farrill si diverte in questo lavoro, come ci è reso evidente dai voli delle sue tirate soliste e dalla dinamica dei suoi rapporti con gli altri strumenti: la batteria del figlio Zack O’Farrill, il basso di Liany Mateo. Il risultato è un lavoro godibilissimo, caleidoscopico, in qualche modo ciò che ci si aspetta da chi frequenta tanti mondi e a tutti non smette d’appartenere.

Le vibrazioni d’un viaggio dal vivo

di Giovanni Carbone

Stefano Meli non pare mai tipo da prove lunghe ed estenuanti: è sempre da buona la prima, che quella è la sola giusta. Le corde della sua chitarra vibrano sempre di viaggio e scoperta e, oltre ad avere la capacità di sollevare la polvere di deserti lontani, i suoi suoni danno sensazioni di percorrenze di trazzere sperdute a margine d’un altrove più vicino e condiviso, come condiviso si fece un fiasco di vino dal sapor di terra e di sale. Vibrano quelle corde, ancora, per un disco nuovo che si fece vivo – ma quando mai non lo fu? – dal vivo, in una serata al Globe di Ragusa. Pubblicato ancora da Viceversa Records, il disco contiene cinque pezzi live tratti dal suo bellissimo ultimo lavoro Apache, un inno potente alla libertà di movimento, e ogni brano possiede ancora quella propensione a lasciare aperta la storia d’un altro viaggio.
È viaggio notturno, tra la fioca luce dei lampioni d’una qualche Suburbia, pure attraversamento d’altro, comunque giammai itinerario fermo, prestabilito, solo corso per vite libere, come altro non può essere. Quest’ultimo lavoro di Stefano questo ricorda, uno scorrimento lento in terra iblea, quando si fa terra d’altrove e concorre con Patagonie e deserti. Quello evoca forse solo per nostalgia di luoghi e affratellamenti di cui mai si fece a meno. Perché qualche volta bisogna fare rotta altrove, oltre la cittadella presa d’assalto per godersi luoghi giusti, adeguate vibrazioni di viaggio.

Un ricordo necessario per Fryderyk Franciszek Chopin

di Mauro Antonio Miglieruolo

Il 3 marzo è uscito un disco della Deutsche Grammophon dedicato al grande autore polacco Fryderyk Franciszek Chopin, nato a Żelazowa Wola il 22 febbraio 1810 e morto a Parigi il 17 ottobre 1849. Le musiche sono eseguite da Rafal Blechacz, anche lui polacco, virtuoso conosciuto e apprezzato proprio come interprete di Chopin.
Che dire di questo compositore la cui fama è pari a quella di suoi grandissimi contemporanei quali Beethoven, Schubert, Schumann, Mendelssohn e per certi versi la supera. Non c’è studioso di musica o appassionato che non si sia cimentato con lui (escluso chi scrive, ma io non conto, in quanto amante del clavicembalo mi sono volutamente trasformato in un prevenuto e irriducibile hater del piano) e che non lo consideri grande tra i grandi. E questo nonostante abbia composto prevalentemente per strumento solista. Oltre a due concerti per piano e orchestra (il n. 1 in Mi Minore; e il n. 2 in Fa Minore); e una mezza dozzina di pezzi per flauto e pianoforte, pianoforte a quattro mani ecc.
Ascoltando i suoi corti pezzi per pianoforte (Ballate, Studi, Sonate, Improvvisi, Preludi, Notturni, Polacche, Mazurche, Rondò, Scherzi…), di là dalle simpatie e antipatie, ci si rende conto delle effettive capacità del compositore. La leggerezza, la facilità con la quale ci introduce in atmosfere delicate e intimiste, non esenti da passione, hanno indotto qualcuno a definirlo “genio poetico”. Preferisco riconoscergli il titolo di autore più tipico del romanticismo, il cui intimismo troverà poi corrispondenza in Brahms. Chopin è musicista per eccellenza, autore sempre fresco, giovane, che favorisce la partecipazione attiva di tutti coloro che sono giovani o si mantengono giovani dentro. Chopin, formidabile nell’introdurre nei cuori quelle commozioni che sono l’anticamera dell’innamoramento.
Bambino prodigio, come se ne trovano tanti nella musica, crebbe in quello che allora era definito Ducato di Varsavia, ma a 20 anni è costretto cercare rifugio a Parigi. Nel 1830 infatti ha inizio la cosiddetta “rivoluzione cadetta”. La successiva repressione russa costringe molti polacchi all’esilio. Tra questi appunto Chopin. Durante gli ultimi diciannove anni della sua vita si esibì pubblicamente solo trenta volte, preferendo l’atmosfera più intima dei salotti. Nel 1835 ottenne la cittadinanza francese.
La popolarità conquistata gli permise di mantenersi grazie alla vendita delle sue composizioni e con l’insegnamento del pianoforte, per il quale la domanda era consistente. Negli ultimi anni della sua vita, durante la quale soffrì di cattiva salute, fu comunque sostenuto finanziariamente dalla mecenate Jane Stirling, che gli organizzò anche un viaggio in Scozia nel 1848.
Morì a Parigi nel 1849, di tubercolosi.



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