Suonerie/19: John Coltrane, Eric Dolphy, The Who, Sergej Rachmaninov

John Coltrane ed Eric Dolphy, "La coppia giusta"; The Who, “la narrazione continua dell'apocalisse”, "Le vibrazioni d’un viaggio dal vivo"; Sergej Rachmaninov "a centocinquant'anni dalla nascita del grande compositore russo".

Daniele Barbieri I Giovanni Carbone I Mauro Antonio Miglieruolo

Coltrane e Dolphy – di Daniele Barbieri
Da settimane non riesco a smettere di ascoltare «Evenings at the Village Gate: John Coltrane with Eric Dolphy», una registrazione dal vivo del 1961, “perduta” e ora pubblicata (25 euri sono taaaaanti, ma per una volta..) da Impulse.
Per chi poco (o quasi nulla) ascolta jazz, è il momento (lo è sempre?) di provarci. Mettetevi calme/i con orecchio, testa e cuoricino; non necessariamente in quest’ordine. Fate partire il cd. Se qualcosa “scatta” beh poi troverete da soli il modo di continuare. Senza esagerare, Coltrane è uno dei più importanti musicisti del ‘900; Dolphy solo un pochino sotto. Due vite brevi purtroppo. Ma quel che ci hanno lasciato è grande, tendente all’immenso.
Se siete appassionate/i di cinema è come se fosse stato ritrovato un intero film perduto di Orson Welles. Se amate la letteratura delle origini è (quasi) come se fosse saltato fuori il terzo romanzo di Omero, con – che so – il punto di vista di Elena o Penelope sull’intera faccenda (roba da maschietti) dei primi due libetti che abbiamo studiato nella scuola dell’obbligo resa noiosa.
Per chi già ama il jazz invece il quintetto del cd – ovvero Coltrane e Dolphy con Elvin Jones, McCoy Tyner, Reggie Workman – è quanto di più vicino alla felicità (Nirvana o Paradiso, se per caso foste credenti). Non si può trovare di meglio? Chi è “coltranian-dolphyano” ci penserà su: forse sì (esiste un album migliore) ma parliamone dopo aver assaporato almeno altre 30 volte questo cd.
Al solito vedo (con il telescopio?) alzarsi una mano dallo zaino o dall’afosa città: «ho due domande per il rubrichista. Il meglio è “vecchio”? la prima. Poi: roba italiana?». Il nuovo c’è, splendido. Esiste un’orda d’oro sulla scena jazz, con un bell’allargamento di Paesi ma purtroppo un grande restringimento del “pubblico” (la cultura, anche musicale, viene osteggiata da chi ci governa, il che spiega molto sul degrado complessivo seguente). Dentro questa nuova «orda d’oro» internazionale ci sono a dir poco 30 fra italiane e italiani da conoscere. Ne parliamo una volta prossima: sempre meglio ascoltare dal vivo però se non è possibile… hanno inventato apposta gli album.

«Who’s Next/Lifehouse», il canto d’una apocalisse annunciata – di Giovanni Carbone
Sono tempi di grandi rimasterizzazioni, lavori celebrativi, ce n’è a bizzeffe. Se questo la dice lunga sullo stato di salute della musica, quello che si preannuncia come un omaggio doveroso ad un lavoro leggendario e visionario, premonitore di un oggi claustrofobico, si attende per metà settembre. The Who pubblicheranno un mega set multiformato (CD, vinili, libri, poster…) per ricordarci «Who’s Next» e il mai pubblicato «Lifehouse». In realtà, più che una celebrazione, si tratta del prosieguo di una narrazione iniziata più di cinquant’anni fa, poiché sono previsti tanti inediti. Ed è una storia che inizia dopo l’opera rock «Tommy». Era difficile fare meglio. Pete Townshend avrebbe voluto una cosa del genere anche dopo, per questo doveva nascere «Lifehouse», qualcosa a metà tra teatro e musica. Il progetto però non andò in porto, una parte minima del materiale registrato – ed era parecchio – finì proprio in «Who’s Next».  «Dopo la genialità di Tommy si doveva pensare a qualcosa di speciale e la scelta di creare un’opera completamente nuova piuttosto che un’estensione della loro opera rock la dice lunga sul loro coraggio ed inventiva», scrive su «Sounds» il giornalista britannico Billy Walker, mentre lo statunitense Robert Christgau, su «The Village Voice», definì «Who’s Next» «Il miglior album hard rock da anni». Sono diverse le ristampe di quel disco straordinario, e tutte hanno incluso altri brani che dovevano far parte di «Lifehouse». Nella prima edizione di «Who’s Next», comunque, ci sono cose che hanno fatto la storia del Rock, «Won’t Get Fooled Again», «Behind Blue Eyes», «Baba O’Riley». Anche uno solo di questi pezzi avrebbero meritato l’acquisto dell’album.

Il set che aspettiamo contiene 155 canzoni, 57 sono completamente inedite. Quelle di «Who’s Next», ci sono tutte, nelle versioni rimasterizzate, e poi i demo, le prove, i brani che non abbiamo mai ascoltato e che dovevano far parte del grande ed abortito «Lifehouse». È un lavoro che riprende la natura visionaria dell’opera originale, una critica feroce al presente di quegli anni, la «rappresentazione visionaria di un futuro che, per molti versi, si è avverato… è «una polemica portentosa sul futuro di una nazione colpita da problemi climatici e inquinamento…», un j’accuse perché «un governo opportunista e autocratico ha imposto un isolamento nazionale in cui ogni persona è collegata a una rete di intrattenimento». (Pete Townshend) Non è un caso che i quattro della band, Roger Daltrey, Pete Townshend, John Entwistle e Keith Moon, si siano fatti fotografare nella copertina originale di «Who,s Next» in un’ambientazione che ricorda molto «2001, Odissea nello spazio». Dentro quella visione apocalittica del futuro, i quattro sono intorno ad un gigantesco monolite di cemento, chiaramente dopo avervi urinato sopra. Non è dato a sapersi quanto costerà il set, c’è da aspettarsi abbastanza, ma è probabile che siano soldi ben spesi.

Per Sergej Rachmaninov – di Mauro Antonio Miglieruolo
Mi tocca. L’uscita è ghiotta non mi posso sottrarre: la solita Deutsche Grammophon ha editato alcuni cd contenenti l’integrale dei Concerti per Pianoforte e orchestra di Rachmaninov (nato a Novgorod, Russia, il 1° aprile 1873); insieme alla Rapsodia su temi di Paganini e alcune altre trascrizioni. L’iniziativa risale al 31 marzo 2023, per celebrare il 150º anniversario della nascita del compositore. Il Blu-Ray allegato inoltre offre i concerti e le trascrizioni nel formato Pure Audio. Al piano l’ottimo Daniil Trifonov, del quale purtroppo ho potuto ascoltare il solo concerto n.3; Yannick Nézet-Séguin dirige la Philadelphia Orchestra.
Il grande Sergej Vasilyevich Rachmaninov (o Rachmaninoff), è compositore che (stranamente) entra con immediatezza nel gusto del pubblico. Spesso dopo l’ascolto di uno solo dei suoi concerti, mi è stato chiesto di procurare le tracce digitali degli altri. Non sono mai riuscito a capire la ragioni da tale rapida adesione. Perché al mio orecchio non risuona altrettanto gradevole quanto accade per musicisti dello stesso periodo altrettanto famosi (Sibelius, ad esempio).
Nato nella tenuta di famiglia ad Oleg, Sergej visse fin dalla prima infanzia circondato dalla musica. Sia il padre che il nonno adoperavano spesso il pianoforte di casa. Ricevette le prime lezioni da Anna Ornatsky, del conservatorio di San Pietroburgo. A causa di problemi economici venne inviato Mosca, dove fu iscritto al locale Conservatorio.
Il suo nuovo insegnante, Nikolai Zverev, lo aveva in grande considerazione come esecutore (con lui, milioni di musicofili). Sergej tuttavia apprezzava di sé stesso più la capacità di compositore che quella di esecutore. La conoscenza con Piotr Tchaikovsky, che esercitò una buona influenza musicale su di lui, lo indusse a approfondire la tecnica del contrappunto e dell’armonia; e a scrivere pezzi per pianoforte solista, alcune canzoni, nonché lo stesso primo concerto.
Questa sua nuova attività sorprese spiacevolmente Zverev, che vedeva sprecato un talento formidabile della tastiera. I due sul tema non giunsero mai a un accordo.
Nel 1891 consegue il diploma di Maestro come virtuoso. Nel 1892 lo ottiene nella composizione, con il massimo dei voti. All’esame presenta l’opera “Aleko” che scrive in 15 giorni.
Da quel momento la sua carriera conosce una continua ascesa, il cui culmine è negli Stati Uniti. Il debutto del suo Terzo Concerto è a New York. Tra le sue opere sono quattro concerti per pianoforte e tre sinfonie. Morì sulla collina di Beverly Hills (Los Angeles, California) il 28 marzo 1943 mentre il mondo viveva in pieno la tragedia della Seconda guerra mondiale.
L’esecutore: Daniil Trifonov inizia a suonare il pianoforte all’età di 5 anni. All’età di 17 anni si classifica 5º al Concorso Skrjabin di Mosca. Nel 2008 vince la III edizione del Concorso pianistico internazionale di San Marino. Nel 2010 si classifica terzo al Concorso Chopin, ricevendo l’apprezzamento degli artisti Martha Argerich e Krystian Zimerman.
Trifonov ha pubblicato diverse composizioni, finora edite per la Schott Music.

A risentirsi fra un mese… circa
Suonerie è una imprescindibile quanto impossibile occasione per far risuonare le note attraverso le parole. Sognando e tentando di attraversare la musica in tutte le sue variegate manifestazioni. Daniele Barbieri, Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo nel gran mare delle proposte sonore pescheranno spigole (cioè spigolature) mensili adatte a fornire un’idea di quel che si muove ed è subito fruibile da coloro che alle musiche si volgono per migliorare la qualità della vita. Il trio suggerisce solo dopo che quei suoni hanno acceso una qualche luce fra orecchie, cuore e mente.

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