Suonerie/24: Un live pomeriggio e sera, per chi suona la chitarra, sconcertanti fascinazioni

In questa puntata di Suonerie: "Pomeriggio e sera concerti di Sonny Rollins", "Il ritorno del sultano della chitarra Mark Knopfler", "Fascinazioni nel Tractus - e non solo – di Arvo Pärt".

Daniele Barbieri I Giovanni Carbone I Mauro Antonio Miglieruolo

Suonerie: ascolti suggeriti da Daniele Barbieri, Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo.  (*)
Pomeriggio e sera concerti di Sonny Rollins di Giovanni Carbone
La Blue Note Records fa sapere che il 29 marzo 2024 è prevista l’uscita di A Night at the Village Vanguard: The Complete Masters, un triplo vinile (ma ce ne sarà anche una versione con due CD e in tutti gli altri formati digitali) della performance live registrata  il 3 novembre 1957 dalla leggenda del jazz Sonny Rollins. E qui c’è un pezzo autentico di storia del jazz anche perché il disco è completamente analogico, preso pari pari da master tapes originali di Rudy Van Gelder e confezionato in una copertina apribile che contiene un libro che s’attende anch’esso gustosissimo con foto inedite scattate da Francis Wolff, oltre a testi critici come quello di Nate Chinen: “Alcuni iconici album jazz sembrano improbabili, come se fossero riusciti a sfuggire ai filtri della casualità. Altri sembrano inevitabili, come l’adempimento di un dettato cosmico. Alcuni riescono a trasmettere entrambe le impressioni contemporaneamente. È il caso di A Night at the Village Vanguard, che giustamente figura nelle conversazioni sulle più grandi registrazioni mai realizzate. Non è un concept album attentamente tracciato, né un manifesto sfolgorante, ma un documento con la nonchalance gergale di una conversazione ascoltata per strada, estemporanea e senza fronzoli. È una fetta di verità musicale che cattura un vero maestro della forma in una bella giornata, in uno stato d’animo generoso e scherzoso”.
Ci sono brani della biografia di Sonny Rollins scritta da Aidan Levy, Saxophone Colossus, un’intervista / conversazione del sassofonista con Don Was, presidente della Blue Note. “Ero così coinvolto in quello che stavo facendo… Ero un ragazzo giovane. Suonare la musica era fondamentale nella mia mente, era l’unica cosa a cui pensavo: divertirmi e trovare la giusta atmosfera musicale… So che era un buon disco ed ero completamente felice di suonare con quei ragazzi: Elvin e, ovviamente, Wilbur Ware. Tutto si incastra perfettamente”.
Joe Harley, che ha curato la produzione del triplo album, racconta: “Per anni avevo visto la famosa foto di Rudy Van Gelder e Alfred Lion a questo concerto con un registratore portatile Ampex 601 molto visibile”. Ecco perché era lì, bisognava immortalare quel momento. Un pezzo consistente del lavoro è il set serale che Rollins ha suonato con Elvin Jones alla batteria e Wilbur Ware al contrabbasso. Un paio di cose riarticolano il trio con Pete La Roca alla batteria ed il contrabbasso di Donald Bailey per le registrazioni dell’esibizione pomeridiana.
In questo concerto alcuni elementi sono indimenticabili, Sonnymoon For Two di Sonny Rollins, A Night In Tunisia di Dizzie Gillespie, I’ve Got You Under My Skin di Carl Porter, Four di Miles Davis, solo per citarne alcune. Nessuna sorpresa da questa storica performance, per fortuna c’è un Sonny Rollins implacabile, che tira sulle note sino a quell’attimo prima di veder volare tutto in frantumi. C’è un Rollins capace di rendere il jazz senza confini, quello che soffia nel suo sax tenore l’anima del bebop e dell’hard bop, la espande, la rende fluida, definitivamente innovativa.

Il ritorno del sultano della chitarra Mark Knopfler di Giovanni Carbone
Il 12 Aprile è prevista l’uscita per la EMI di One Deep River, il decimo album solista di Mark Knopfler, la leggenda della musica, leader e fondatore dei Dire Straits, uno dei gruppi più influenti della scena musicale sin dagli anni ’80. Ed è tripudio della sua chitarra, d’una voce calda, quasi un sussurro che ricama versi eleganti, raffinati, mai banali. Almeno questo si coglie dall’ascolto dell’anticipazione del singolo Ahead Of The Game.
Un bel mosaico di influenze blues e folk, echi di atmosfere di viaggio, orizzonti musicali che ammiccano a quel modo di pizzicare le corde di miti precisi della chitarra, Chet Atkins, Eric Clapton, J. J. Cale in testa, di cui il musicista di Glasgow è il naturale e più credibile erede. Knopfler ha fatto suoi quei suoni, li ha arricchiti d’una personalità altra, li ha filtrati attraverso esperienze musicali parallele, incontri preziosi, collaborazioni vertiginose (Bob Dylan, Randy Newman, tanto per citare un paio d’altri con cui spartisce sonorità), li ha resi unici, riconoscibilissimi al primo vibrare.
Il titolo dell’album è un omaggio al Tyne, il fiume che attraversa Newcastle, un nostalgico ricollegarsi con la propria infanzia, qualcosa che torna alla mente, si ripropone come un viaggio ininterrotto fatto di incontri che si ripetono e paesaggi che non paiono mutare. Pare esprimere una sorta di diritto reiterato alla nostalgia, come sembrano effettivamente tali i suoni della chitarra senza tempo del Sultan of the Swing.
L’album è stato registrato a Londra, nei British Grove Studios, e contiene una dozzina di pezzi tutti composti da Knopfler nella versione più convenzionale, cui si aggiungono anche edizioni più pregiate come un doppio LP, una box limited edition che include CD, vinile, qualche traccia bonus, una litografia, pure un set di plettri.
Insieme a Mark Knopfler, alle chitarre ci sono anche Richard Bennett e Greg Leisz, Jim Cox e Guy Fletcher suonano le tastiere, al basso c’è Glenn Worf, Ian Thomas alla batteria, a Danny Cummings toccano le percussioni, flauto e cornamusa sono di Mike McGoldrick, al violino John McCusker, i cori li fanno le sorelle Emma e Tamsin Topolski. E ben tornato Mark, felici di riascoltarti.

Fascinazioni nel Tractus – e non solo – di Arvo Pärt di Mauro Antonio Miglieruolo
Scopro, con soddisfazione, che un CD di Arvo Pärt è stato classificato terzo all’interno della classifica dei dischi di musica classica più venduti negli ultimi tempi. L’opera che si è guadagnato tale riconoscimento (del pubblico, non degli addetti ai lavori) è Tractus, i cui contenuti sono facilmente reperibili su Youtube. Oppure rivolgendosi all’etichetta che ha stampato il cd:  ECM Records.
Confesso la mia diffidenza nei confronti dei compositori che hanno operato nel Novecento. Salvo alcuni nomi, Strawinsky, Orff, Perosi, Sibelius, Glass e pochi altri, non mi soffermo ad ascoltarli quando fortuna o sfortuna fa sì che li incontri. Tra quelli accolti con benevolenza un posto particolare lo occupa Arvo Pärt, autore nello stesso tempo affascinante e sconcertante.
A Pärt, figlio legittimo del suo (e nostro secolo) non riesce quasi ad affaticare l’ascoltatore interrompendo lo svolgimento del discorso con evoluzioni dotte, con dissonanze e salti di logica, che verranno poi ripresi quando l’orecchio ne ha dimenticato la sequenza. Osserva una regola autoimposta, la regola di porre limiti alla propria creatività in favore dei sentimenti e capacità di ascolto che fluiscono nell’innocente. In questo modo realizzando mete impossibili da raggiungere diversamente.
Non è a causa di tale rispetto che Arvo Pärt risulta affascinante. Lo è per la tenerezza con la quale persegue la sua ispirazione, per la consapevolezza del valore dei territori che cerca di esplorare, riuscendoci. Per essere egli stesso parte della tragedia che consuma i nostri tempi, che conosce bene, ma che tempera con l’altro mondo delle sue composizioni. Nonostante egli stesso sia vittima dei tempi, direttamente o indirettamente. E chi potrebbe non esserlo sentendo le atrocità commesse nel mondo? Le cui ferite inferte al corpo vivo dell’uomo, uccidendolo (uccidendo anche le speranze), cerca di sanare con la carezza e il balsamo delle note.
Arvo Pärt (il cognome è propriamente Pjart, come il musicista stesso si firma) è nato a Paide in Estonia. Inizia a comporre nel 1958 (Zwei Sonatinen), seguendo gli insegnamenti di Rimskij Korsakov, insegnamento che estende mediante studi sulla dodecafonia e la serialità post weberniana. Per un certo tempo sperimenta i nuovi sistemi compositivi delle avanguardie dell’epoca.
Si rende conto però che la “convivenza con l’atonalità lo stava portando a un vicolo cieco”. Decide quindi di studiare il barocco e il canto gregoriano, lavorando nel contempo sul proprio stile eliminando da esso il “superfluo”. Il periodo che va dal 1968 al 1976 è di assoluto silenzio; dal quale esce utilizzando uno stile compositivo nuovo di semplificazione dei mezzi espressivi.
Il risultato è la creazione del cosiddetto tintinnabuli  “costruito interamente su triadi e scale tonali, dove l’impiego della voce umana è di rilevante importanza”.
Di Arvo Pärt, oltre a segnalare Tractus, raccomando l’ascolto di Cantus in Memoriam Benjamin Britten, Festina Lente, Für Alina e Spiegel im Spiegel. Le 4 sinfonie non le conosco, le cito soltanto.

(*)Suonerie è una imprescindibile quanto impossibile occasione per far risuonare le note attraverso le parole. Sognando e tentando di attraversare la musica in tutte le sue variegate manifestazioni. Daniele Barbieri, Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo nel gran mare delle proposte sonore pescheranno spigole (cioè spigolature) mensili adatte a fornire un’idea di quel che si muove ed è subito fruibile da coloro che alle musiche si volgono per migliorare la qualità della vita. Il trio suggerisce solo dopo che quei suoni hanno acceso una qualche luce fra orecchie, cuore e mente.
A RISENTIRSI FRA UN MESE… CIRCA
Le altre puntate di Suonerie.

 



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