Suonerie/26: Un jazz spirituale, un bel compleanno, ancora direzioni al femminile.

In questa puntata di Suonerie: “The Carnegie Hall Concert”, "Un disco di compleanno, il 66° di Paul Weller", "Mäilkki Susanna, la direzione al femminile”.

Daniele Barbieri I Giovanni Carbone I Mauro Antonio Miglieruolo

Suonerie: ascolti suggeriti da Daniele Barbieri, Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo.  (*)

Alice Coltrane, The Carnegie Hall Concert, la mistica nel jazz di Giovanni Carbone
Sono passati quattro anni dalla morte di John, Alice Coltrane si esibisce nel 1971 alla Carnegie Hall di New York con una band che sa di leggenda, i due sassofonisti Pharoah Sanders e Archie Shepp, Jimmy Garrison e Cecil McBee al contrabbasso, Ed Blackwell e Clifford Jarvis alla batteria, Kumar Kramer all’harmonium e Tulsi Reynolds ai tamburi e, ovviamente, Alice al piano ed all’arpa. Impulse Records ha registrato quel concerto che lo scorso 22 marzo è diventato un album. Un’operazione che rientra nel più ampio L’anno di Alice, un programma di dodici mesi per celebrare il genio e l’arte della musicista di Detroit scomparsa il 12 gennaio del 2007, all’età di settant’anni, e messa in piedi dalla collaborazione tra Impulse Records, The Verve Label Group e The John & Alice Coltrane Home.
Il concerto arriva dopo un percorso spirituale che aveva portato Alice Coltrane a incidere un album da solista come Journey in Satchidananda, fortemente connotato da una mistica che spinge oltre le atmosfere più archetipiche del jazz dei Coltrane, assumendo il significato più profondo d’una esplorazione intima e spirituale. Alice, del resto è già da tempo devota del guru indiano di Sathya Sai Baba. L’anno dopo questo storico concerto si trasferisce in California, dove arriva a metter su il Centro Vedanta. Alla fine degli anni settanta il suo cammino spirituale la spinge a prendere il nome in Turiyasangitananda. Solo poche volte, da allora, si presenta in pubblico col nome di Alice Coltrane. Le sue radici musicali rimangono comunque sempre ancorate alla sua vicenda personale, che comincia dal punto di vista artistico con gli studi con Bud Powell, nei primi ’60 con il quartetto di Terry Gibbs. Esperienze che la portano a conoscere John Coltrane. Con John inizia a suonare sostituendo al piano McCoy Tyner. Nel 1966 sposa John con cui fa tre figli, il sassofonista John Jr., Ravi e Oran. Continua a suonare dopo la morte di John con i suoi figli, con i musicisti presenti in questo album, tra gli altri anche con il batterista Roy Haynes e il bassista Charlie Haden. Se ne va nel 2007 a Los Angeles per insufficienza respiratoria. Oggi è sepolta accanto a John al Pinelawn Memorial Park di New York.
Le atmosfere trascendenti di questo concerto si palesano subito nei due brani d’apertura, Journey in Satchidananda e Shiva-Loka che già erano apparsi nel precedente disco in studio, Poi è la volta di un paio di pezzi di John Coltrane, Africa, più di ventotto minuti introdotti da una ritmica possente, con l’intervento di Alice che pare ricondurre tutto a una dimensione trasognata, e Leo, pezzi che definiscono una continuità mai interrotta tra passato e futuro.
L’ex Style Council Paul Weller ha dedicato alla musicista una magnifica canzone, Song for Alice dal suo album 22 Dreams.

Un disco di compleanno, il 66° di Paul Weller di Giovanni Carbone
Esce il 24 maggio, esattamente il giorno prima del suo 66° compleanno, il nuovo album di Paul Weller, il numero 17 da solista da quando gli Style Council – di cui era anima –  non esistono più. Ed è ovvio che si intitoli 66.
È un disco che rappresenta una sorta di sintesi della storia musicale di Weller, ne dipinge l’irrequietezza innovativa, ma anche la propensione ad ammiccare alle sue e cose del passato e a quelle di altri, a cominciare dalla copertina, un’artwork di Sir Peter Blake che torna a occuparsi dei suoi frontespizi dopo aver curato quello di Stanley Road. Dentro questa scelta c’è anche l’allusione a un fil rouge che lega Weller ad altre storie. Quella dei Beatles per esempio, per cui lo stesso Blake aveva disegnato la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Weller è nato a Sheerwater, e comincia ad ascoltare i Beatles, certo, ma rimane colpito dalle grandi band Mod. Who e Small Faces tra tutte. Comincia a suonare con qualche piccola formazione ma la fama arriva quando fonda i Jam, ed in pieno punk si fa appiccicare addosso l’etichetta di Modfather, per la sua tendenza a una sorta di revival permanente del movimento e del sound Mod.
Il successo del gruppo è straordinario e dura sinché dura la band, poi, nel 1982, insieme al tastierista Mick Talbot, fonda gli Style Council, cambia sonorità, spazia tra sperimentazione ed anni ’60, ma il successo è lo stesso, forse persino maggiore.
I pezzi di questo nuovo disco sono dodici, una sorta di intima riscrittura della propria vicenda artistica, con incontri, atmosfere che ritornano, con un tono talvolta nostalgico, sempre con la sorpresa di trovare qualche dettaglio sperimentale, o una qualche inedita trovata. Ci sono voluti tre anni per metter giù l’opera completa di questo lavoro. Tanti gli ospiti: Suggs, in Ship Of Fools, Noel Gallagher in Jumble Queen, Bobby Gillespie partecipa a Soul Wondering. L’album è percorso dalle ampie aperture orchestrali arrangiate da Hannah Peel e Erland Cooper, ma ci sono anche i White Label che partecipano anche alla composizione con un po’ di verve anni ’80. Pure un paio di cose con il francese Christophe Vaillant della band Le Superhomard, il trio femminile di Brooklyn Say She She che cantano in In Full Flight. Neanche a dirlo ci suonano dentro vecchi compagni di viaggio di Weller come Dr Robert, Richard Hawley, Steve Brooks, Max Beesley.
Piccoli ma importanti assaggi del disco sono Soul Wondering e Rise Up Singing che sarà il singolo, un bel po’ di raffinatissimo soul con quella intima capacità di produrre emozioni che il cantante inglese ha sempre avuto come sua cifra stilistica e che, non a caso, ne ha fatto uno dei personaggi più influenti del British pop degli ultimi quarant’anni, una sorta di istituzione nazionale nel Regno Unito. Intanto a noi buon ascolto e a Paul buon compleanno, anche se pare il regalo l’abbia fatto lui a noi.

Mäilkki Susanna, la direzione al femminile di Mauro Antonio Miglieruolo
Trascinato dall’entusiasmo per aver scoperto una direttrice d’orchestra (Beatrice Venezi), la quale, nonostante la bravura, sembra stare ancora tra coloro che son sospesi, ho voluto indagare il nuovo sconosciuto spazio delle musiciste donne che aveva inaspettatamente richiamato la mia attenzione. Indagine che ha prodotto la piacevole constatazione dell’esistenza di un folto organico di artiste (tra loro anche diverse compositrici) che nel mentre io accumulavo anni, accumulavano successi: si erano discretamente fatte avanti pretendendo un giusto spazio nel proscenio degli interpreti. La soddisfazione personale è alimentata dalla convinzione che vita e società sono completi quando lo spazio personale è occupato da tutti i generi e le specializzazioni sessuali, nel ritrovarsi in ognuno negli ambiti sociali nei quali esiste la possibilità di scambi e apprendimenti culturali. Non credo in nessuna forma di segregazione, fonte di impoverimento e iniquità; quella imposta ai generi poi finisce con il portare inevitabilmente alla noia e allo squilibrio. È bene avere di fronte l’intero quadro delle possibilità. In tutte le fasi e modi della vita e in tutte le funzioni, in ogni momento che il buon dio manda in terra (sperando che continui a mandarli).
Tra le (ormai tante) musiciste ho scelto di focalizzare l’attenzione su una in particolare, Mäilkki Susanna, finlandese (Helsinki, 13 maggio 1969), violoncellista allieva di Hannu Kiiski e poi, per la direzione d’orchestra, di Jorma Panula.
Dal 2002 al 2005 la troviamo quale direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Stavanger; mentre già nel 2004 debutta con l’Ensemble InterContemporain (agosto 2004), della quale diventa direttrice musicale nel 2006, prima donna a ricoprire l’incarico. Vi rimane fino al 2013. Nel settembre del 2014 ottiene la nomina quale Direttore Principale della Orchestra Filarmonica di Helsinki, di nuovo la prima donna a ottenere la nomina.
Mälkki svolge un ruolo notevole nella diffusione della musica contemporanea. Della quale ha curato numerose prime mondiali. Proprio questa sua disattraente attività mi ha paradossalmente indotto a interessarmene. Non perché abbia cambiato opinione sulla musica dei nostri giorni, ma perché ascoltando questa o quella esecuzione di protagonisti dell’atonale, mi son reso conto delle difficoltà inerenti l’interpretazione. Il di più di fantasia che gli esecutori devono mettere in campo per realizzare le intenzioni del compositore. Occorre per altro una tecnica mostruosa per arrivare al dunque di racconti musicali che sembrano concepiti da un pazzo. E che pure hanno una loro funzione, una logica e un motivo per essere. Vale la pena dunque interessarsi a una artista che alle difficoltà proprio al suo essere donna aggiunge senza esitare quella di misurarsi con un genere che di per sé esige dismisura (interpretativa).
Mäilkki ha condotto la prima finlandese di Powder Her Face (1999) di Thomas Adès. Nel 2011 ha diretto alla Scala di Milano la prima mondiale dell’opera di Luca Francesconi Quartett (anche questo un primato per una donna alla Scala). Fuori dal nostro continente sono da segnalare alcuni debutti: nel 2006 quello in Nuova Zelanda con la New Zealand Symphony Orchestra. Nel 2007 in Usa, dove ha diretto la Sant Louis Symphony Orchestra.
Ha diretto inoltre quale ospite la Los Angeles Philarmonic dal 2017 al 2018. E siamo di nuovo a una prima volta al femminile.
Non so dire quanto tecnicamente appropriata e capace sia la sua conduzione. Mi limito ad apprezzare la postura, l’espressione e l’intento interpretativo. Ma soprattutto il suo coraggioso cimentarsi con le difficoltà e con i mostri sacri della direzione orchestrale (area fino a poco fa esclusiva). A partire dal mostro sacro Sibelius, del quale ho ascoltato e gradito l’interpretazione della Seconda Sinfonia. Potrete valutare voi stessi ascoltandola a vostra volta.
Potrete inoltre estendere il giudizio affrontando, insieme a Mäilkko l’epopea musicale di Holst intitolata ai pianeti.
Io l’ho trovata convincente. Voi?
(*)Suonerie è una imprescindibile quanto impossibile occasione per far risuonare le note attraverso le parole. Sognando e tentando di attraversare la musica in tutte le sue variegate manifestazioni. Daniele Barbieri, Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo nel gran mare delle proposte sonore pescheranno spigole (cioè spigolature) mensili adatte a fornire un’idea di quel che si muove ed è subito fruibile da coloro che alle musiche si volgono per migliorare la qualità della vita. Il trio suggerisce solo dopo che quei suoni hanno acceso una qualche luce fra orecchie, cuore e mente.
A RISENTIRSI FRA UN MESE… CIRCA
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