Suonerie / 4: Coltrane-60, Pasodoble e Bach in fuga

Coltrane: il pane e le cose / Passo doppio con Pucci e Chicayban / Bach ovvero la musica universale

Daniele Barbieri I Giovanni Carbone I Mauro Antonio Miglieruolo

Coltrane: il pane e le cose
di Daniele Barbieri

«Vogliamo il pane e le rose» urlavano – e cantavano – un secolo fa le operaie. Da circa 60 anni chi ama il jazz potrebbe intonare: «vogliamo Trane e le sue cose» intendendo l’album «My Favorite Things». Un motivetto popolare su cui il grande sassofonista John Coltrane ha lavorato per molti anni trasformandolo in un laboratorio di suoni e mondi. Restarne incantati è accaduto a tante persone, un’onda davvero lunga.

Chi non ama il jazz forse lo ha sentito… senza saperlo. «My Favorite Things» è stato per molti anni la sigla d’apertura per «Fahrenheit» su Radiotre. Di recente fa da sottofondo a una pubblicità – si dice il peccato, non il peccatore – che non reclamizza pane ma quasi.

Adesso Atlantic lo ripropone (cd o doppio lp) nell’edizione «Deluxe 60 Years» ma non è solo nostalgia o ricerca di un nuovo pubblico. Infatti da tempo i classici di Coltrane vengono ristampati «sonoramente migliorati» – e molto, sembra quasi di non averlo mai sentito prima – da Atlantic, Impulse e altri.

Fra l’altro quell’album rilanciò il sax soprano che Trane qui affiancava al suo classico tenore; e si avvicinava al quartetto che diverrà storico (la definizione non sembri esagerata): qui ci sono già il piano di McCoy Tyner e la batteria di Elvin Jones, presto si incastrerà anche il contrabbasso di Jimmy Garrison (al posto di Steve Davis). E da lì in poi quei 4 voleranno insieme – con occasionali complici ed esperimenti anche arditi – fino alla morte prematura di John Coltrane.

Il consiglio è dunque di comprarlo… come fosse nuovo; e per certi versi lo è. Ma se vi (ri)innamorerete poi c’è un esperimento da fare, a costo zerissimo, per il vostro bene psicofisico. In rete trovate molte versioni – anche video – di Coltrane in «My Favorite Things»: più brevi o lunghe, suonate velocissime o quasi lente, con altri giganti del jazz (Eric Dolphy e Pharoah Sanders per nominare due monumenti). Verificherete così che la forza del jazz è sempre nella sua instancabile voglia di variare, improvvisare, arricchirsi di stimoli.

Dopo quell’album Coltrane ha fatto molto altro… nel poco tempo che gli restava. Vi toccherà rimettervi in cammino. Ma è bello andare in cerca, quando poi si trova. La sua ultima grande creazione si intitolò «A love supreme». Un buon viaggio quello che dalle cose favorite porta all’amore più grande che c’è.

Passo doppio con Pucci e Chicayban
di Giovanni Carbone

Esce il 10 giugno «Pasodoble 21», l’ultima incisione del duo Michele Pucci e Alberto Chicayban: lavoro maturo, frutto di collaborazione più che ventennale. Compagni di viaggio dei due sono Roberto Daris (acordeón), Elisa Frausin (violoncello), Angelo Giordano (percussioni), Franco Feruglio (contrabasso).

Pucci e Chicayban sono protagonisti della scena musicale da tempo. Il primo, esploratore della musica etnica – da quella sudamericana, a quella araba e andalusa – ha già inciso 14 CD e collabora stabilmente con diverse formazioni in Italia e all’estero fra cui il gruppo Mimbrales. Chicayban, nato a Niterói, Rio de Janeiro (Brasile), ha al suo attivo produzioni musicali anche per cinema, tv (TV Globo di Rio de Janeiro e TV Fuji di Tokyo) e teatro. Ha all’attivo album da solista e strumentista del Grupo Maria Déia, fondato da lui stesso nel 1974 a Rio de Janeiro e occasione d’incontro con Caetano Veloso, Ivan Lins, Sergio Ricardo, Sidney Miller, Vital Farias. È stato docente di Storia della musica brasiliana alla Scuola statale di Musica Villa-Lobos di Rio de Janeiro e di Linguaggio musicale alla Scuola statale di Teatro Martins Penna di Rio de Janeiro.

Negli undici brani di «Pasodoble 21» i due chitarristi si riconoscono, si cercano, si scoprono, costruiscono un unicum sonoro dialettico in cui l’espressione del virtuosismo è funzionale solo a una rilettura originale dei brani, non è mai fine a se stesso, autocelebrativo. Piuttosto crea un ordito sonoro ricco di coloriture timbriche, su cui la voce particolarissima e potente di Chicayban ricama dettagli e suggestioni di vivida ispirazione melodica.

In questo lavoro corale esplorano le consuetudini della musica sud e centroamericana (tango, milonga, bolero, samba) ma attingono energia e linfa vitale anche da classica e moderna, per una deriva di ricerca che conduce ad approdi desueti, per nulla scontati. È sintesi perfetta fra tradizione e sperimentazione, vera formula alchemica che crea un linguaggio identitario altro e riconoscibile, pur attingendo a un repertorio in qualche modo classico. Le riletture di brani immortali della musica sudamericana, quali «Vuelvo al sur» (Astor Piazzolla y Pino Solanas), «Malena» (Lucio De Mare y Homero Manzi), «O que serÁ?» (Chico Buarque de Hollanda) o ancora «EU SEI QUE VOU TE AMAR» (A. C. Jobim e Vinícius de Moraes) definiscono appena i confini di un viaggio d’esplorazione autentica, il cui esito è il concepimento di un nuovo metodo sonoro, che, al contrario, non conosce frontiere applicative. La chiave di arrangiamento e interpretativa è infatti estremamente flessibile, disvela sonorità versatili, uniche e universali al contempo.

È disco che si ascolta con attenzione, ma può fare da sottofondo ad altro: si balla, si propone, invita alla lentezza dell’ascolto, dal piacere del riascolto fa emergere dettagli sempre nuovi e sorprendenti, come in un gioco d’azzardo di dialoghi mai scontati

Bach ovvero la musica universale
di Mauro Antonio Miglieruolo

Un nuovo cd offre la migliore delle occasioni per impostare un discorso sull’arte dei suoni: alias su Johann Sebastian Bach, nel cui nome la parola musica può essere declinata.

Edito per celebrare i 30 anni della Hyperion (ma solo oggi a disposizione dei musicofili italiani), offre un ottimo saggio di JSB, uomo che come pochi altri ha comunicato attraverso i suoni. Si tratta delle Toccate e Fughe BWV 565, 564, 540, 538 e 582. Il disco può essere acquistato dalla Hyperion oppure su Amazon.

Sul grande di Eisenach riporto tre belle citazioni riprese da Wikipedia: 1) Bach è un instancabile cercatore di Dio, che a lungo persegue con la mente e poi ritrova nel profondo del cuore (Salvino Chiereghin); 2) Bach, amanuense di Dio, compose la musica delle sfere celesti, matematicamente precisa e ordinata come le maree o il ritorno della cometa di Halley. Se l’emozione era presente, essa era controllata e nella giusta proporzione; cioè, nella misura in cui quell’emozione nelle creature viventi è una parte funzionale, costituente dell’intero ordine creato (Richard Adams);

3) Bach supera distinzioni di genere creando una musica assoluta. Su di lui circola un altro pregiudizio: lo si considera talmente spirituale da essere inavvicinabile. Ma non si tiene conto della sua immensa umanità. La sua musica riflette canoni inattaccabili da opinioni estetiche soggettive. È perfetta, e quindi ricca di emozioni. Non narra una storia né descrive nulla. Ma può aprirsi a squarci di humour e tuffarci in abissi di tristezza (Beatrice Rana).

Ovviamente l’aspirazione a parlare di Dio (per parlare a Dio) ha investito più di un autore, anche non impegnato nella composizione di musica sacra. Un dialogo imbastito con le note, piuttosto che con i Pater e le Ave Marie. In tale ottica costituisce una grave limitazione accostare il sentire di JSB a quello di Lutero (come ha fatto qualcuno): Bach è figura troppo grande per essere compressa nella piccola dimensione in cui costringe la religione (che ordina, civilizza persino, ma non libera, non espande). Il movimento dell’artista è sempre moto dell’animo, prima che presa di posizione ideologica; è una possibilità offerta all’uomo comune di uscire per un’ora dal tritume quotidiano e accedere alla dimensione superiore che è nel suo destino raggiungere; superando i limiti del tempo e dello spazio. Non si spiegherebbe altrimenti come abbia potuto un protestante comporre una messa come quella in Si minore che è una pietra miliare della musica ma anche un monumento indiretto alla fede cattolica. Lo affermo in dissenso con l’opinione di molti, catturato dall’ascolto della Messa, dove la dolcezza e la bellezza di certi brani – vedi “Spiritu Sanctum” nel quale si celebra la Chiesa di Roma Una Santa Cattolica e Apostolica – testimonia la capacità dell’artista di superare sé stesso, il proprio sentimento. O piuttosto di arrivare all’Universale. Tanto universale è l’interiore che muove Bach che ben tre sue composizioni sono incluse“nel Voyager Golden Record, un disco inserito nelle prime due navicelle del Programma Voyager, lanciato nello spazio nel 1977 e contenente suoni e immagini della Terra al fine di portare a eventuali altre civiltà la conoscenza della nostra cultura”. (così Wikipedia).

Aggiungo che molti musicisti jazz, pop e rock – Jacques Loussier, Ian Anderson, Keith Emerson, Paul Simon, Uri Caine, il Modern Jazz Quartet …. – hanno utilizzato, rielaborandoli o trascrivendoli, molti brani di Bach. Ma di questo in altra occasione.
Buon ascolto.



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