Suonerie. Un appuntamento musicale / 3

Chiacchierando con Paola Sabbatani | Stefano Maltese, giardiniere | Lorenzo Perosi, il dimenticato “pretino prodigio”

Daniele Barbieri I Giovanni Carbone I Mauro Antonio Miglieruolo

Una imprescindibile quanto impossibile occasione per far risuonare le note attraverso le parole. Sognando e tentando di attraversare la musica in tutte le sue variegate manifestazioni. Daniele Barbieri, Giovanni Carbone e Mauro Antonio Miglieruolo nel gran mare delle proposte sonore pescheranno spigole (cioè spigolature) mensili adatte a fornire un’idea di quel che si muove ed è subito fruibile da coloro che alle musiche si volgono per migliorare la qualità della vita. Il trio suggerisce solo dopo che quei suoni hanno acceso una qualche luce fra orecchie, cuore e mente.

Chiacchierando con Paola Sabbatani – di Daniele Barbieri
Jazzcentrico qual sono è raro che un’altra musica mi avvinca al punto da tenerla per giorni nel mangia-cd. È accaduto con «Libertà e malinconia», il nuovo album di Paola Sabbatani – edizioni Una Città; nel libretto tutti i testi con ottime foto e una grafica di qualità – stavolta in quartetto con Roberto Bartoli al contrabbasso, Tiziano Negrello a contrabbasso (e percussioni) e Daniele Santimone alla chitarra sette corde. I testi del cd sono tutti di Paola Sabbatani e mi ha molto sorpreso scoprirla non solo eccellente interprete ma cantautrice di prima grandezza. Dopo averla sentita anche dal vivo – partiture difficili: tutta un’altra musica – mi è venuta voglia di farle qualche domanda.

La tua esperienza di giornalista come si lega a queste canzoni? Nel concerto-presentazione di Cesena hai detto “Non sono autobiografiche ma potrebbero esserlo”.
«Solo Vulnerabile è in qualche modo autobiografica, le altre no. L’ispirazione arriva da racconti e soprattutto da interviste fatte (da me e da altri) per Una città. Credo si intuisca al primo ascolto che Annamaria e Residuo di pena sono storie vere mentre Sala d’attesa nasce da un breve pezzo che ci inviò anni fa un’amica della rivista sulle borse delle donne nelle sale d’attesa della chemio: mi aveva colpito moltissimo. Io poi ho cambiato: sostituendo le borse con i cappelli, parlando anche di un “fidanzato” che rimane accanto e non scappa dal dolore. Sono giovane come cantautrice, meno all’anagrafe. Le due parole del titolo hanno a che fare con la politica, con l’esperienza di tanti amici, anche più grandi di me. Malinconia perché una rivoluzione è impossibile ma resta l’idea, il bisogno di una giustizia sociale. Chi mi conosce ha pensato che in La faticosa libertà parli di me, invece è la storia di una libertaria e combattente fino in fondo che ho conosciuto anni fa. Condivido con lei quel “credo ancora / che sia lì, nel fare insieme, la ragione della vita” ma anche io vorrei “due alberelli e una fontana / Sì, un recinto, un paradiso”. Ho scoperto che in origine la parola paradiso indicava “luogo recintato”. È interessante…».

Amori impossibili o molto difficili. Giudici, postini e destini infami ma anche il maledetto non capirsi… Le storie che canti in questo cd a me sono sembrate sempre esplicite, tranne la terza, “Io, te e voi”: sono capoccione io o è più misteriosa delle altre?
«È la più ermetica è vero. Ogni tanto abbiamo il desiderio e l’illusione di chiamarci fuori ma poi non è possibile perché la vita è legata alla relazione con gli altri. A volte ti senti in solitudine. Ho cercato di dirlo, non parlando solo per me».

Secondo me esistono tante interpreti brave in Italia ma poche cantautrici vere. Mi piacerebbe sapere se concordi e se per te c’è qualche sorellanza o magari innamoramento musicale?
Di cantautrici giovani ce ne sono molte, ma io non le conosco bene. Fra le altre mi piacciono Cristina Donà e Carmen Consoli. Ovviamente ho molte maestre e amori, anche nella musica popolare: Violeta Parra, Margot, Giovanna Marini ma anche Lucilla Galeazzi.

Stefano Maltese, giardiniere – di Giovanni Carbone
Il giardino del Corpo, quello della mente: «Body’s Garden» e «Mind’s Garden» sono due cd, recentemente usciti in contemporanea per Labirinti Sonori, parte di un lavoro unico di Stefano Maltese (autore dei brani) con il suo Secta Trio.

Stefano Maltese, polistrumentista (suona saxofoni, clarinetti, flauti, pianoforte, chitarra, basso, mandolino, batteria, percussioni) nonché compositore, arrangiatore, conduttore, inizia la sua attività concertistica nel 1974 e da allora è anima di numerosi gruppi, dal quartetto d’ance all’orchestra. Tiene anche “solo performance” nelle quali emergono le influenze delle arti visive che frequenta per pratica antica. Al suo attivo ha cinquanta cd e collaborazioni importanti con molti musicisti del panorama jazzistico italiano e non solo. Spiccano quelle con Evan Parker, Keith Tippett, Michael Moore, Sophia Domancich, Tobias Delius, Alex Maguire, Lol Coxhill, Paul Rogers, Ernst Glerum, Thomas Heberer, Mary Oliver, Tristan Honsinger, Guus Janseen, Marcio Mattos, Steve Noble, Phil Wachsmann, Julie Tippetts, Hélène Labarrière, Gianluigi Trovesi, John Law, Sergej Kuryokhin, Vyacheslav Guyvoronsky, Vladimir Volkov, Barre Phillips, Antonello Salis, Eugenio Colombo, Gianni Gebbia e altre preziose ve ne sono.

In questo doppio lavoro, sul tappeto ritmico, fitto e raffinato arabesco ordito da Giuseppe Guarrella (contrabbasso) e Antonio Moncada (batteria), si delineano i percorsi e le invenzioni sonore degli strumenti di Stefano Maltese. Dunque si palesa un’esperienza di viaggio in tre differenti dimensioni: lo spazio, la realtà interiore, il tempo. Le note sono traiettorie d’esplorazione autentica, le linee sghembe che rifiutano i percorsi scontati, preferiscono direzioni labirintiche, ammiccano al Complexus. Accettano la sfida d’un movimento altro rispetto al consueto, nemmeno si adagiano ad accettare banalizzazioni modali o inutili cedimenti al virtuosismo, scansano le lusinghe delle vie brevi e rette. Il viaggio è totale, attraversa orizzonti mediterranei e d’Oriente, crea contrappunti a silenzi notturni urbani, cattura voci, ne riarticola il linguaggio con la sapienza pluridecennale di un musicista non convenzionale. Maltese congiunge atmosfere solo in apparenza lontane, le tiene legate in un ghirigoro continuo e imprevedibile di suggestioni vertiginose. Pure è viaggio intimo, interiore, immanente, nel corpo, nella mente, ne disvela le reciproche essenze, non ne semplifica il senso, ne esplora il dettaglio piuttosto, la natura profonda. I due lavori dialogano, sono osmotici, si muovono per continui rimandi l’uno all’altro, quasi come in una costruzione filmica dai repentini cambi di scena. Vi si riconosce una dialettica sonora costante, esattamente come fra corpo e mente v’è traccia di un’unica, inscindibile costruzione alchemica e materiale. Pare avventura che continua, sperimentazione permanente che non si cura del tempo, opera in divenire a ogni ascolto, da cui emerge la sfumatura nuova e sorprendente, la perizia d’una ricerca inesausta.

Perosi, il dimenticato “pretino prodigio” – di Mauro Antonio Miglieruolo
Monsignor Lorenzo Perosi (Tortona 1872-Roma 1956) fu protagonista dimenticato della stagione musicale di inizio Novecento. In quest’ultimo biennio è oggetto di un rilancio da parte dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche e della Cappella Musicale Pontificia; le quali, oltre a un accordo con la Bam Music per le edizioni delle opere, hanno organizzato iniziative che culmineranno, alla fine del 2022, nel 150esimo anniversario della nascita.

Dopo i trionfi nella prima parte del ‘900, Perosi alla sua morte patisce una grave eclissi. Che riguarda critica e largo pubblico. Fu anche oggetto di valutazioni malevoli di alcuni critici che l’accusavano d’essere un compositore di «musica sacra ortodossamente ossequiante la liturgia e di oratori spesso manieristici ed imitanti moduli tardo romantici». Non mi attardo a commentare. Fra i motivi del riflusso forse la gestione monopolistica dei diritti d’autore, posseduti dal Vaticano. Fino a tempi recenti non era possibile reperire infatti interpretazioni delle opere perosiane che non fossero eseguite da musicisti della vecchia Orfeo Dischi; nelle quali si distinguevano i cantanti per la vetustà dell’approccio sonoro. In assenza di quelle edizioni, per le quali dobbiamo comunque essere grati, Perosi sarebbe rimasto del tutto sconosciuto al pubblico. Cito alcuni capolavori, prima in vinile poi in cd: «Il Natale del Redentore», «Le due Resurrezioni», «Il Mosé», «Il Giudizio Universale», «L’entrata trionfale di Cristo in Gerusalemme».

Del tutto sconosciuta resta l’ampia produzione strumentale di Perosi, i cui manoscritti sono rimasti sepolti per decenni negli archivi. Una quindicina di anni or sono grazie all’etichetta Bongiovanni ho potuto conoscere alcune composizioni: Quartetti, un Concerto e un Quintetto con un paio di Suite orchestrali il cui sorprendente contenuto getta luce diversa sul suo ruolo nella musica italiana.

L’ispirazione di Monsignor Perosi non è infatti limitata dalla vocazione religiosa ma investe l’intero spettro delle possibilità musicali. Fu portatore di una creatività enorme che si manifestò con esuberanza tale da indurre i contemporanei, che lo definirono “un uomo dalle mani ricche di doni”, ad attendersi un ulteriore contributo melodrammatico, sostenendo che era a un passo dall’Opera. Tali ammiratori confondevano l’ispirazione epica, tipica dell’oratorio perosiano, declinato in armonia con la tradizione religiosa, con la rappresentazione del dramma umano. La drammaturgia cattolica inclina volentieri dal lato del mito e dell’archetipo; anche se accetta di scendere, per ragioni di comprensibilità e di propaganda fide, al livello persino della credulità popolare.

L’intensità di certi passaggi perosiani più che conseguenza di attitudine operistica va attribuita al sentimento fin troppo umano del vissuto personale, caratterizzato dai patimenti evanescenti in cui spesso involvono gli artisti. In proposito cito un passo di Arturo Sacchetti, il maggiore esperto perosiano e insigne musicista: «I contemporanei che assistettero, sin dallo spirare dell’Ottocento, all’apparizione del “pretino prodigio” compresero di trovarsi innanzi a un fenomeno; non si potrebbero giustificare i deliri per le esecuzioni degli oratòri, le decine di repliche di essi indispensabili per consentire al pubblico le audizioni, gli apprezzamenti di musicisti blasonati e la diffusione universale delle sue composizioni. Questi i tratti mirabili dell’artista, pieno di musica, posseduto da una irrefrenabile necessità di esprimere pensieri musicali, sorgente miracolosamente inesauribile di idee, di intuizioni e di gesti sonori. Ma accanto a essi l’esistenza di una vita tribolata, angosciata, incompresa, solitaria, introversa, sofferente, vita affrontata con la serenità e la consapevolezza dell’uomo certo della propria coerenza, della coscienza artistica e della scelta di fede».

Accenno l’avvio di un progetto per un film a cura di Elena Enrico e Francesco Cerrato che su di lui hanno scritto «Il nuovo trovatore», ora esaurito. Accenno inoltre al progetto della BAM Music di stampare una collana di cd.

Qui alcuni degli oratori principali:
«Il Natale del Redentore»: https://www.youtube.com/watch?v=RGvAK4bo_AE (direttore Felice Cillario)
«Il Giudizio Universale»: https://www.youtube.com/watch?v=nIqOvWjw8gU (direttore Lorenzo Perosi)
«Mosé»: https://www.youtube.com/watch?v=1vKwRCHJltg (direttore Arturo Sacchetti)



MicroMega non è più in edicola: la puoi acquistare nelle librerie e su SHOP.MICROMEGA.NET, anche in versione digitale, con la possibilità di scegliere tra vantaggiosi pacchetti di abbonamento.

«Rituals of Transition» di Misha Mengelberg / «Fuga in blues, per la libertà» / «Le quattro stagioni» di Antonio Vivaldi

Coltrane: il pane e le cose / Passo doppio con Pucci e Chicayban / Bach ovvero la musica universale

Enrico Rava, infaticabile ottantenne. Kolarov: «2020 A.C.». Ludovico Einaudi: «Underwater: il suono da un’altra dimensione».

Altri articoli di Cultura

Non si può ridurre la grandezza della letteratura russa alla miseria di vedute di chi esercita oggi il potere in Russia.

«Rituals of Transition» di Misha Mengelberg / «Fuga in blues, per la libertà» / «Le quattro stagioni» di Antonio Vivaldi

Esplorazione filosofica del corpo come realtà ultima, l’ultimo film del geniale regista canadese ci immerge in un universo da incubo.